TRASILOGO. Io vo a desinare con S. E. questa mattina, che iersera ne volse la fede mia di non mancarle. Questa sera cenerai nel banchetto della tua padrona, ché ben sai che dove la sera si fan nozze la mattina non vi si mangia.
MASTICA. Disgrazio tal legge e chi la compose!
TRASILOGO. Tu sei in còlera meco: non ti partire, ch'adesso ritornerò, che giá non è ora di pranso.
MASTICA. In casa tua mai non è ora di pranso mentre ci sono io. Temerario vantatore, capitan di ranocchi, mi fa ascoltare e parlar quattro ore, poi me ne manda assordito e diseccato, senza mangiare e senza bere. Si pensava che le sue parole m'entrassero in corpo e mi servissero per cibo, o forse mi voleva far morire come quelli suoi popoli. Mi voleva dar l'alfangia, come s'io avessi bisogno di queste armi per combattere con la fame: ché non ho altra nemica al mondo, né è piú gran pericolo che combatter con lei; e se non mi difendessi a piatti di lasagni, di maccheroni, caponi, faggiani e fegatelli, m'ucciderebbe. Orsú, me n'andrò ratto a Salerno per trovar Lampridio e gli darò la lettera, che per mancia non mi mancherá un banchetto da imperadore.
ATTO II.
SCENA I.
LAMPRIDIO innamorato, PROTODIDASCALO suo precettore.
LAMPRIDIO. Ecco pur veggio quell'ora, che per troppo desiderarla mai non parea che venisse. Quanto pensi, o Protodidascalo precettore, mi sia dolce Napoli?
PROTODIDASCALO. Pol, aedepol, mehercle, quidem, Lampridio, che al fin ti será molto amarulenta. Nota «aedepol» col diftongo.
LAMPRIDIO. Pur la buona sorte ha voluto che ci venissi.