E costoro diranno:

«Di quest'arte noi sappiamo il recipe, e di queste idee non ascendiamo pei raggi della luna alla luna, nella notte, per raggiungerle colà; ma, come il villano della novella, noi le peschiamo invece qui, nello stagno, collo staccio e colla luna riflessa. Che se l'usare di nomi astratti e lo scriverli con tanto di majuscola, come la divinità, vuol dire dar una forma concreta ad un sentimento o ad una virtù: che se le virtù vogliono significare forze umane: che se anche queste forze e questi attributi si materiano in personaggi d'altri tempi, in miti d'altri paesi, in favole d'altre imaginazioni, la fatica è breve ed il profitto nullo: e racimolando tra i classici e tra i romantici, e seguendo la lingua forbita e luccicante dei secentisti, e scovando rancidumi poetici e fuor di moda, condendo il tutto colla indecisione di un pazzo ispirato, rivolgendosi sempre a quell'infinito che all'uomo non esiste per altro, che per la debolezza dei mezzi pratici e per la piccolezza dell'ingegno, davanti alla maestà del mondo: così credereste di poetare a stupor del pubblico, però che nè il pubblico, nè la critica vorrà prendersi in pace tale beveraggio disgustoso ed indigesto e lo porrà tra quelle anfore e tra quei caratelli quali ingombravano già le officine dei nostri alchimisti nel buon tempo andato dell'ignoranza: anfore e caratelli cui la chiara aqua fontis empiva, rancida forse dalli anni e pure ben tappata, non altro; e che portavano insegne e leggende sopra ad atterrire, come: Elixir di lunga vita: aqua tophana: aurum liquidum: sciroppo di Veronica e di prosperità, ed altre simili straordinarie sciocchezze. Che se pure l'idea vagola blandula e sfugge alla critica, nè sa dir ciò che voglia esprimere, e si nasconde nelle anfrattuosità di un giro vizioso o nelle ambagi di un eloquio che ripugna alla ragione e non ha nesso e non ha sostanza e brilla e spare nel medesimo tempo, come una stella in una notte tempestosa, sotto le nubi, allo spirar dei venti: e codesta idea è l'idea simbolica, essa è la primordiale, essa è il cardine ed il polo dell'opera e la emanazione dell'anima umana sorella allo spirito del mondo: così gabbano l'insufficienza per preveggenza, l'oscurità per ispirazione, l'impotenza per lavoro astruso e difficile di ragionamento, il nulla per intelligenza e dottrina. Nè il pubblico, nè la critica vorranno prendersi tanta roba per quella che vien mostrata, ma più tosto per quanto sia, e farà giustizia. E farà bene.» Or dunque costoro diranno così e non avranno torto: ed in fronte ci bolleranno di quel marchio che noi stessi ci siamo fabricati e vi stamperanno a lettere arroventate: Decadenza.

II.

Ma il punto sta nel vedere dove in verità esiste decadenza: o in noi o nelli altri o in nessuno? E però sgraziatamente ci siamo detti decadenti e, non essendolo forse, resteremo.

Decadenti però non in quanto all'opera, ma in quanto alla vita: decadenti, perchè ogni cosa che ne circonda, scienza, religione, forma politica, economia, si tramutano, nè il tramutarsi è senza una fine, nè la fine è senza una morte od una rovina: nè senza morte e putredine havvi nuova vita. Se ciò è dunque vero, quale arte, quale rappresentazione grafica o plastica è possibile che sia l'espressione dei tempi nostrì, di questa lotta contro il già fatto per il fare nuovissimo, di questo abbattere il finito e l'incatenato per la libertà?

Ogni passo avanti che calpesti un pregiudizio, una forma sussistente non nella coscienza ma nell'aspetto, un diritto che si fonda non sull'eguaglianza ma sulla disparità, una sanzione che consacri non la universalità ma il singolare, un privilegio che difenda non una sostanza ma un'apparenza: questo passo sarà sempre una conquista nel campo morale e materiale della società: la comunità non rivolge mai le spalle alla meta: fuorvia e vaga, e sarà allora davanti ad un ostacolo troppo prepotente, per scansarlo, o per seguire più alacremente il pensiero, cui il desiderio suscita coll'urgenza alla fine, ma che il potere non consacra nè concede. La comunità si riposerà, ma come un naviglio che scenda per la corrente e non apra vela o stenda remo per aiutare il cammino: la corrente, di natura, lo porterà con sè alla foce. Questa è decadenza: nè io comprendo altra decadenza che, passato l'impeto dell'azione muscolare e di un rivolgimento assodato di nazioni e di società, la sosta del pensare sociale per l'attuazione di nuove utilità migliori, quando già le prime ed antiche l'uso stesso abbia logorato, che, decrepite, siano vicine ad essere insufficienti.

Decadenza quindi rispetto a noi, non rispetto alla filosofia della storia, decadenza nel rapporto, in quanto ricerchiamo la sostanza nuova di tutte le cose, la quale non solo abbia informato l'antico modo, ma ora per nuova virtù lo abbatta e ne costruisca uno migliore; decadenza in quanto lottiamo ad impadronirci di questa sostanza, forma e materia addoppiata, mentre l'idea brilla ed il mezzo di renderla evidente e sicura manca, ma verrà trovato.

III.

E perchè allora cercando il nuovo si torni all'antico? Esistono forme immemoriali indistruttibili, segni percepiti e già svolti che identificano l'umanità nel simbolo. Il simbolo è come l'esistenza: nè l'esistenza manca d'evoluzione, perchè continuo moto, nè come esistenza è privo di meta per quanto sia. Le attitudini umane, le forze, vale a dire i vizi e le virtù, esistono quindi colla vita; da questi la rappresentazione, ossia la percettibilità di questi enti astratti al pensiero e quindi il simbolo primordiale, che è il rapporto della sostanza morale descritta, come la formola fisica e matematica è il rapporto del fatto che vuol esprimere. Il progresso evolve pel tempo e per la educazione queste prime attitudini, ma tramutandole non le sopprime, come le rivoluzioni riformano la società ma non la annullano; ed allora il simbolo moderno. Civiltà fu sempre come rapporto al già fatto: simbolo nostro è in quanto vogliamo fare.—Arte usò sempre di queste imagini, le piegò alle esigenze del tempo e dell'uomo, ma lasciò intatta ed invincibile la sostanza prima: arte fu eclettica, nè volgesi a sè stessa solamente, che allora è artificio dannoso; ma per la sua maestà, per la sua bellezza, per la sua grazia s'impose all'uomo e fu prima scienza di sentimento, storia di sensi, armonia di parole avanti che sorgessero la musica, le scienze e le religioni.—Che è altro arte se non una serie di rappresentazioni; che le rappresentazioni se non una serie di imagini? Ora, l'imagine è un rapporto dell'ente naturale diretto, o, nel semplice sforzo di fermarlo, l'elemento umano non entra come massimo coefficiente? In tal caso questo elemento toglierà od aggiungerà, sia per la debolezza, sia per l'esuberanza del soggetto rappresentatore, sempre alcun che alla sostanza che si voleva rappresentata, in modo da sformarne l'imagine. Così l'arte è allora espositrice della natura all'umanità, quando l'umanità non solo vi riscontri l'aspetto sintetico del mondo esterno, ma quando anche senta nel poema, nell'opera plastica e sinfonica la propria personalità, il proprio «io» collettivo di quel momento e di quello stato.

IV.