Notammo la derivazione dell'ode alla Pallavicini dal Parini e dal Lamberti. Né qui finiscono le derivazioni o le imitazioni o le rimembranze foscoliane. Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde? chiude il sonetto Cosí gl'interi giorni: ma questo verso, e un pochetto anche la principal situazione di tutto il sonetto, è del Lamberti nel Lamento di Dafni:

Ecco già il mondo in preda al sonno giace,
Ecco tacciono i venti e taccion l'onde,
Sol nel mio petto il mio dolor non tace:

Quindi i poggi e le valli ime e profonde
Fo egualmente sonar d'un mesto grido
—Luce degli occhi miei, chi mi t'asconde?

Proprio del Lamberti, di cui il Foscolo undici anni dopo dimandava: Chi legge i versi del Priscian Lamberto? e pare non ricordasse piú che poteva rispondergli, Voi.—Un altro sonetto comincia con un'imitazione, che dico? con una traduzione di due versi del falso Cornelio Gallo o vero di Massimiano etrusco elegiografo del tempo di Teodorico, e finisce con altre imitazioni o traduzioni da Ovidio e da Seneca. Ma chi, anche erudito, ripeterebbe il distico di Massimiano,

Non sum qui fueram, perit pars maxima nostri;
Hoc quoque quod superest languor et horror habet,

di faccia alla giovine bellezza di questi versi qui,

Non son chi fui; perí di noi gran parte:
Questo che avanza è sol languore e pianto;
È secco il mirto, e son le foglie sparte
Del lauro, speme al giovanil mio canto?

L'altro principio,

Meritamente, però ch'io potei
Abbandonarti, or grido alle frementi
Onde che batton l'alpi, e i pianti miei
Sperdono sordi del Tirreno i venti,