Fece ancora questo valoroso poeta molte pistole prosaiche in latino, delle quali ancora appariscono assai. Compuose molte canzoni distese, sonetti e ballate assai e d'amore e morali, oltre a quelle che nella sua Vita Nova appariscono; delle quali cose non curo di fare spezial menzione al presente.

In cosí fatte cose, quali di sopra sono dimostrate, consumò il chiarissimo uomo quella parte del suo tempo, la quale egli agli amorosi sospiri, alle pietose lacrime, alle sollecitudini private e publiche e a' vari fluttuamenti della iniqua fortuna poté imbolare: opere troppo piú a Dio e agli uomini accettevoli che gl'inganni, le fraudi, le menzogne, le rapine e' tradimenti, li quali la maggior parte degli uomini usano oggi, cercando per diverse vie un medesimo termine, cioè il divenire ricco, quasi in quelle ogni bene, ogni onore, ogni beatitudine stea. Oh menti sciocche, una brieve particella di una ora, separará dal caduco corpo lo spirito, e tutte queste vituperevoli fatiche annullerá, e il tempo, nel quale ogni cosa suol consumarsi, o annullerá prestamente la memoria del ricco, o quella per alcuno spazio con gran vergogna di lui serverá! Che del nostro poeta certo non avverrá, anzi, sí come noi veggiamo degli strumenti bellici addivenire, che per l'usargli diventan piú chiari, cosí avverrá del suo nome: egli, per essere stropicciato dal tempo, sempre diventerá piú lucente. E perciò fatichi chi vuole nelle sue vanitá, e bastigli l'esser lasciato fare, senza volere, con riprensione da se medesimo non intesa, l'altrui virtuoso operare andar mordendo.

XXVII

RICAPITOLAZIONE

Mostrato è sommariamente qual fosse l'origine, gli studi e la vita e' costumi, e quali sieno l'opere state dello splendido uomo Dante Alighieri, poeta chiarissimo, e con esse alcuna altra cosa, facendo transgressione, secondo che conceduto m'ha Colui che d'ogni grazia è donatore. Ben so, per molti altri molto meglio e piú discretamente si saria potuto mostrare; ma chi fa quel che sa, piú non gli è richiesto. Il mio avere scritto come io ho saputo, non toglie il poter dire a un altro, che meglio ciò creda di scrivere che io non ho fatto; anzi forse, se io in parte alcuna ho errato, darò materia altrui di scrivere, per dire il vero, del nostro Dante, ove infino a qui niuno truovo averlo fatto. Ma la mia fatica non è ancora alla sua fine. Una particella, nel processo promessa di questa operetta, mi resta a dichiarare, cioè il sogno della madre del nostro poeta, quando in lui era gravida, veduto da lei; del quale io, quanto piú brievemente saprò e potrò, intendo di dilivrarmi, e porre fine al ragionare.

XXVIII

ANCORA IL SOGNO DELLA MADRE DI DANTE

Vide la gentil donna nella sua gravidezza sé a piè d'uno altissimo alloro, allato a una chiara fontana partorire un figliuolo, il quale di sopra altra volta narrai, in brieve tempo, pascendosi delle bache di quello alloro cadenti e dell'onde della fontana, divenire un gran pastore e vago molto delle frondi di quello alloro sotto il quale era; alle quali avere mentre ch'egli si sforzava, le parea ch'egli cadesse; e subitamente non lui, ma di lui un bellissimo paone le parea vedere. Dalla qual maraviglia la gentil donna commossa, ruppe, senza vedere di lui piú avanti, il dolce sonno.

XXIX

SPIEGAZIONE DEL SOGNO