III

SUOI STUDI

Nacque adunque questo singulare splendore italico nella nostra cittá, vacante il romano imperio per la morte di Federigo, negli anni della salutifera incarnazione del Re dell'universo MCCLXV, sedente Urbano papa quarto, ricevuto nella paterna casa da assai lieta fortuna: lieta, dico, secondo la qualitá del mondo che allora s'usava. E nella sua puerizia cominciò a dare, a chi avesse a ciò riguardato, manifesti segni qual dovea la sua matura etá divenire; peroché, lasciata ogni pueril mollizie, nella propria patria con istudio continuo tutto si diede alle liberali arti, e, in quelle giá divenuto esperto, non alle lucrative facultadi, alle quali oggi ciascun cupido di guadagnare s'avventa innanzi tempo, ma da laudevole vaghezza di perpetua fama tratto, alle speculative si diede. E, peroché a ciò, sí come appare, era dal ciel produtto, a vedere con aguto intelletto e le fizioni e l'artificio mirabile de' poeti si mise; e in brieve tempo, non trovandogli semplicemente favolosi, come si parla, familiarissimo divenne di tutti, e massimamente de' piú famosi. E, come giá è detto, conoscendo le poetiche opere non esser vane o stolte favole, come molti dicono, ma sotto sé dolcissimi frutti di veritá istoriografe o filosofiche aver nascosti, accioché piena notizia n'avesse, e alle istorie e alla filosofia, i tempi debitamente partiti, si diede; e giá divenuto di quelle e di questa esperto, cresciuta, con la dolcezza del conoscere la veritá delle cose, la vaghezza del piú sapere, a voler investigar quello che per umano ingegno se ne può comprendere delle celestiali intelligenzie e della prima causa con ogni sollecitudine tutto si diede. Né questi studi in picciol tempo sí feciono, né senza grandissimi disagi s'esercitarono, né nella patria sola s'acquistò il frutto di quegli. Egli, sí come a luogo piú fertile del cibo che 'l suo alto intelletto disiderava, a Bologna andatone, non piccol tempo vi spese; e, giá vicino alla sua vecchiezza, non gli parve grave l'andarne a Parigi, dove, non dopo molta dimora, con tanta gloria di sé, disputando, piú volte mostrò l'altezza del suo ingegno, che ancora narrandosi se ne maravigliano gli uditori. Di tanti e sí fatti studi non ingiustamente il nostro Dante meritò altissimi titoli: percioché alcuni assai chiari uomini in scienza il chiamavano sempre «maestro», altri l'appellavan «filosofo», e di tali furono che «teologo» il nominavano, e quasi generalmente ogn'uomo il diceva «poeta», sí come ancora è appellato da tutti. Ma, percioché tanto è la vittoria piú gloriosa quanto le forze del vinto sono state maggiori, giudico esser convenevole dimostrare di come fluttuoso anzi tempestoso mare costui, ora in qua e ora in lá ributtato, con forte petto parimente le traverse onde e i contrari venti vincendo, pervenisse al salutevole porto de' chiarissimi titoli giá narrati.

IV

IMPEDIMENTI AVUTI DA DANTE AGLI STUDI

Gli studi generalmente sogliono solitudine e rimozion di sollecitudine disiderare e tranquillitá d'animo, e massimamente gli speculativi, a' quali, sí come mostrato è, il nostro Dante, in quanto la possibilitá permetteva, s'era donato. In luogo della quale rimozione e quiete, quasi dallo inizio della sua puerizia infino allo stremo della sua vita, Dante ebbe fierissima e importabile passion d'amore. Ebbe oltre a ciò moglie; le quali chi 'l pruova sa come capitali nemiche sieno dello studio della filosofia. Similmente ebbe ad aver cura della re familiare e oltre a ciò della republica, e, sopr'a tutte queste, lungamente sostenne esilio e povertá; accioché io lasci stare l'altre particulari noie, che queste si tirano appresso. Le quali, per mostrare quanta in sé superficialmente di gravezza portassono e accioché per questo parte della promessa fatta s'osservi, giudico convenevole sia alquanto piú distesamente spiegarle.

V

AMORE PER BEATRICE

Era usanza nella nostra cittá e degli uomini e delle donne, come il dolce tempo della primavera ne veniva, nelle lor contrade ciascuno per distinte compagnie festeggiare. Per la qual cosa infra gli altri Folco Portinari, onorevole cittadino, il primo dí di maggio aveva i suoi vicini nella propria casa raccolti a festeggiare, infra' quali era il sopradetto Alighieri; e lui, sí come far sogliono i piccoli figliuoli i lor padri, e massimamente alle feste, seguíto avea il nostro Dante, la cui etá ancor non aggiungnea all'anno nono. Il quale con gli altri della sua etá, che nella casa erano, puerilmente si diede a trastullare.

Era tra gli altri una figliuola del detto Folco, chiamata Bice, la quale di tempo non passava l'anno ottavo, leggiadretta assai e ne' suoi costumi piacevole e gentilesca, bella nel viso, e nelle sue parole con piú gravezza che la sua piccola etá non richiedea. La quale riguardando Dante e una e altra volta, con tanta affezione, ancor che fanciul fusse, piacendogli, la ricevette nell'animo, che mai altro sopravvegnente piacere la bella imagine di lei spegnere né poté né cacciare. E, lasciando stare de' puerili accidenti il ragionare, non solamente continuandosi, ma crescendo di giorno in giorno l'amore, non avendo niuno altro disidèro maggiore né consolazione se non di veder costei, gli fu in piú provetta etá di cocentissimi sospiri e d'amare lagrime assai spesso dolorosa cagione, sí come egli in parte nella sua Vita nuova dimostra. Ma quello che rade volte suole negli altri cosí fatti amori intervenire, in questo essendo avvenuto, non è senza dirlo da trapassare. Fu questo amor di Dante onestissimo, qual che delle parti, o forse amendue, fosse di ciò cagione. Egli quantunque, almeno dalla parte di Dante, ardentissimo fosse, niuno sguardo, niuna parola, niun cenno, niun sembiante, altro che laudevole, per alcun se ne vide giammai. Che piú? Dal viso di questa giovine donna, la quale non Bice, ma dal suo primitivo sempre chiamò Beatrice, fu primieramente nel petto suo desto lo 'ngegno al dovere parole rimate comporre. Delle quali, sí come manifestamente appare, in sonetti, ballate e canzoni e altri stili, molte in laude di questa donna eccellentissimamente compose, e tal maestro, sospingnendolo Amor, ne divenne, che, tolta di gran lunga la fama a' dicitor passati, mise in opinion molti che niuno nel futuro esser ne dovesse, che lui in ciò potesse avanzare.