«O mente». Non bastando solo lo 'ngegno, per la cui forza le pellegrine inventive si truovano, invoca ancora la mente sua, accioché, per l'opera di lei, quello possa servare e poi raccontare, che avrá trovato. [Ed è questa mente, secondo che Papia scrive, la piú nobile parte della nostra anima, dalla quale procede l'intelligenzia, e per la quale l'uomo è detto fatto alla immagine di Dio; o è l'anima stessa, la quale per li molti suoi effetti ha diversi nomi meritati. Ella è allora chiamata «anima», quando ella vivifica il corpo; ella è chiamata «animo», quando ella alcuna cosa vuole; ella è chiamata «ragione», quando ella alcuna cosa dirittamente giudica; ella è chiamata «spirito», quando ella spira; ella è chiamata «senso», quando ella alcuna cosa sente; ella è chiamata «mente», quando ella sa ed intende.] Questa sta nella piú eccelsa parte dell'anima, e perciò è chiamata mente, perché ella si ricorda. Per lo quale effetto qui il suo aiuto invoca l'autore; percioché, se in questo la mente non l'aiutasse, invano sarebbe disceso o discenderebbe a vedere tante cose e cosí diverse, quanto per opera della mente ne scrive.
«Che scrivesti», cioè in te raccogliesti, «ciò ch'i' vidi», nel cammino da me fatto, «Qui», cioè nella presente opera, «si parrá la tua nobilitate», cioè la tua sufficienza in conservare; percioché la nobilitate della cosa consiste molto nello esercitar bene e compiutamente quello che al suo uficio appartiene.
«Io cominciai:—Poeta». In questa terza parte del presente canto dissi che l'autore moveva un dubbio a Virgilio: il quale, mosso da pusillanimitá mostra di temere di mettersi nel cammino, il quale Virgilio nella fine del primo canto disse di dovergli mostrare; e dice: «Io cominciai», a dire:—«Poeta», Virgilio, «che mi guidi, Guarda», cioè esamina, «la mia virtú», cioè la mia forza, «s'ella è possente», a sostener tanto affanno, quanto nel lungo cammino e malagevole, per lo quale tu di' di volermi menare, fia di necessitá di sofferire; e fa' questo, «Prima che all'alto passo», cioè d'entrare in inferno, «tu mi fidi», tu mi commetta. Quasi voglia dire:—Io vorrei per avventura ad ora tornare indietro ch'io non potrei.—
«Tu dici». Qui vuole l'autore levar via una risposta, la qual Virgilio, sí come egli avvisava, gli avrebbe potuta fare, cioè di dire:—Non puo' tu venire, o non credi poter, lá dove andò Enea e ancora lá dove andò san Paolo?—E comincia: «Tu dici», nel sesto libro del tuo Eneida, «che di Silvio lo parente», cioè padre.
Ebbe Enea due figliuoli, de' quali fu l'uno chiamato Iulio Ascanio, e questo ebbe di Creusa, figliuola di Priamo re di Troia; e l'altro ebbe nome Iulio Silvio Postumo, il quale Lavinia, figliuola del re Latino, essendo rimasa gravida d'Enea, partorí dopo la morte d'Enea in una selva. Per la qual cosa ella il cognominò Silvio; e Postumo fu chiamato, percioché dopo la umazione del padre, cioè poi che 'l padre fu messo sotterra, era nato: e cosí si chiamano tutti quelli che dopo la morte de' padri loro nascono.
«Corruttibile ancora», cioè ancora vivo (percioché chiunque nella presente vita vive è corruttibile, cioè atto a corruzione), «ad immortale», cioè eterno, «secolo», cioè mondo.
«Secolo», secondo il suo proprio significato, è uno spazio di tempo di cento anni, secondo il romano uso: ma in questa parte non lo 'ntende l'autore per ispazio di tempo, ma, seguendo l'uso del parlare fiorentino, nel quale, volendo dire «in questo mondo», spesso si dice «in questo secolo», rivolgendo il nome del tempo in nome del luogo dove il tempo s'usa, cioè nel mondo, chiama «secolo» l'altro mondo, cioè lo 'nferno, il quale noi similmente assai spesso chiamiamo «l'altro mondo», il che la sacra Scrittura similemente fa alcuna volta. [Il quale del presente mondo dicendo, dice san Paolo: «Pie et iuste viventes in hoc saeculo»; e dell'altra vita parlando: «Nescimus in quos fines saeculi devenerunt».]
«Andò, e fu sensibilmente»: volendo per questo s'intenda Enea, non per visione o per contemplazione essere andato in inferno, ma col vero corpo sensibilmente. E questo prende l'autore da ciò che Virgilio scrive nel sesto dell'Eneida, nel qual dice che, essendo Enea, poi che di Cicilia si partí, pervenuto nel seno di Baia, e quivi in assai tranquillo mare, dando per avventura riposo a' suoi compagni, e disideroso di sapere quello che di questa sua peregrinazione gli dovesse avvenire; essendo andato al lago d'Averno, dove avea udito essere l'oraculo della sibilla cumana ed essa altresí, la pregò che in inferno il menasse al padre; e, dietro alla sua guida, vivo e con l'arme discese: e, per quello passando, pervenne ne' campi Elisi, lá dove quegli, che in istato di beatitudine, erano secondo l'antico errore. E perciò dice l'autore che egli andò «sensibilmente».
«Perché, se l'avversario d'ogni male», cioè Iddio, «Cortese fu», di lasciarlo andare senza alcuna offensione, non è maraviglia, «pensando l'alto effetto Che uscir dovea di lui», cioè d'Enea, «e 'l chi, e 'l quale», [cioè Cesare dettatore, o Ottaviano imperadore. De' quali ciascun fu da molto, e ciascun si potrebbe dire essere stato fondatore della imperial dignitá; percioché, quantunque Cesare non fosse imperadore, egli fu dettatore perpetuo, e fu il primo, dopo i re cacciati di Roma, il quale recò nelle sue mani violentemente tutto il governo della republica. Del quale occupamento seguí il triumvirato di Ottaviano e de' compagni; e da quello, essendo da Ottaviano, per loro bestialitá, posti giú dell'uficio del triumvirato Marco Antonio e Marco Lepido, e rimaso egli solo triumviro, ne seguí, o per tacita forza, o pure per ispontaneo piacere del senato e del popolo di Roma, l'essergli il governo della republica commesso, quando cognominato fu Augusto; dopo il quale sempre fu servato poi, uno dopo l'altro, essere in quella dignitá sustituiti e chiamati imperadori. E risponde qui l'autore ad una tacita quistione. Potrebbe alcun dire:—Come déi tu, che se' cristiano, credere che Iddio fosse piú liberale ad un pagano di lasciarlo andare vivo in inferno, che a te?—A che egli e nelle parole predette risponde e in quelle che seguono, dicendo:]
«Non pare indegno» l'avere Iddio sostenuto l'andata d'Enea «ad uomo d'intelletto», il cui giudicio è ragionevole e giusto, e massimamente avendo riguardo «Ch'ei», Enea, «fu dell'alma», cioè eccelsa, «Roma», la quale tutto il mondo si sottomise, «e dello 'mpero», cioè della signoria di Roma, o vogliam dire della dignitá spettante a quelli che noi chiamiamo imperadori, de' quali fu il primo Ottaviano, disceso per molti mezzi della schiatta d'Enea, «Nell'empireo ciel», cioè nel cielo della luce dove si crede essere il solio della divina maestá; [e chiamasi «empireo», cioè igneo, percioché «pir» in greco, viene a dire «fuoco» in latino: e vogliono i nostri santi quello dirsi «empireo», percioché egli arde tutto di perfetta caritá;] «per padre eletto». Vuol per questo sentir l'autore per divina disposizione essere d'Enea seguito quello che leggiamo essere stato operato per li suoi successori.