«Queste parole», sopra dette, «di colore oscuro», conforme alla qualitá del luogo nel quale per quella porta s'andava, «Vid'io scritte al sommo d'una porta», cioè a quella per la quale in inferno s'entrava; «Perch'io» (supple) dissi:—«Maestro», Virgilio; e ben fa qui a chiamarlo «maestro», percioché a' maestri si vogliono muovere i dubbi e da loro aspettar le chiarigioni; «Il senso lor», cioè quello che dir vogliono, «m'è duro»,—cioè malagevole ad intendere.

«E quegli», cioè Virgilio, «a me» (supple) rispose, «come persona accorta», cioè intendente:—«Qui», cioè in questa entrata, «si convien lasciare ogni sospetto», accioché sicuro si vada; «Qui si convien ch'ogni viltá», d'animo, «sia morta», cioè cacciata da colui il quale vuole entrare qua dentro. E son queste parole prese dal sesto dell'Eneida, dove la Sibilla dice ad Enea:

Nunc animis opus, Aenea, nunc pectore firmo.

«Noi siam venuti al luogo ov'io t'ho detto», cioè all'inferno, del quale vicino al fine del primo canto gli disse; «Che vederai le genti dolorose, C'hanno perduto», per li lor peccati, «il ben dell'intelletto»,—cioè Iddio, il quale è via, veritá e vita: [e il ben dell'intelletto è la veritá, per la quale tutti per diverse vie ci fatichiamo, e pochi alla notizia di quella pervengono].

«E poi che la sua mano alla mia pose Con lieto viso, ond'io mi confortai». Qui assai manifestamente n'ammaestra l'autore con che viso noi dobbiamo mettere, chi ne segue, nelle dubbiose cose; e dice che dee esser con lieto, percioché dal viso lieto del duca prende conforto e sicurtá chi segue, dove, non avendolo lieto, coloro che a lui riguardano assai leggiermente impauriscono e diventano vili: come noi leggiamo le legioni romane, da' contrari auspizi e dal viso di Flaminio consolo turbato, invilite, da Annibale allato al lago Trasimeno essere state sconfitte. Dice adunque di sé l'autore che, vedendo nell'entrata di cosí dubbioso luogo lieto Virgilio, egli si confortò tutto.

«Mi mise dentro alle segrete cose». Segrete sono in quanto agli occhi mortali manifestar non si possono, percioché cosí i tormenti, come i tormentati e i tormentatori ancora tutti, son cose spirituali e invisibili a noi, e quinci segrete; quantunque gli effetti di quelle, secondo che mostrar si possono per iscritture e per ammaestramenti di santi uomini, tutto il dí ci sieno aperti e palesati.

«Quivi sospiri, pianti ed alti guai». Qui incomincia la seconda parte del presente canto, nella qual dissi che si discrivea quello che l'autore nella entrata dello 'nferno avea veduto e udito. E dividesi questa parte in sette: percioché nella prima l'autor pone molti dolorosamente dolersi; nella seconda gli dichiara Virgilio chi questi sieno che cosí si dolgono; nella terza discrive l'autore la pena dalla quale questi son tormentati; nella quarta dice l'autore sé aver vedute molte anime correre ad un fiume; nella quinta dice sé essere a questo fiume pervenuto, e non averlo voluto passare dall'altra parte un nocchiere, che tutti gli altri in una sua barca passava; nella sesta gli apre Virgilio perché Carón non l'ha voluto passare; nella settima ed ultima mostra l'autore sé, per un tremor della terra e poi da un baleno, essere stato vinto e caduto. La seconda comincia quivi: «Ed egli a me:—Questo misero modo»; la terza quivi: «Ed io che riguardai»; la quarta quivi: «E poi ch'a riguardare»; la quinta quivi: «Ed ecco verso noi»; la sesta quivi: «Figliuol mio,—disse»; la settima ed ultima quivi: «Finito questo».

Dice adunque cosí: «Quivi», cioè nella prima entrata dello 'nferno, «sospiri, e pianti». «Pianto» è quello che con rammarichevoli voci si fa, quantunque il piú i volgari lo 'ntendano ed usino per quel pianto che si fa con lacrime. «E alti guai»: questi appartengono ad ogni spezie di dolore e massimamente a quello che con altissime voci e dolorose si dimostra; «Risonavan per l'aere senza stelle», cioè oscuro, ed al cospetto del cielo chiuso, «Perch'io, al cominciar, ne lagrimai». Ecco una delle fatiche dell'animo, la quale predisse nel cominciamento del secondo canto gli s'apparecchiava. «Diverse lingue», cioè diversi idiomi, per la diversitá delle nazioni dell'universo, le quali tutte quivi concorrono; «orribili favelle», cioè spaventevoli, come son qui tra noi quelle de' tedeschi, li quali sempre pare che garrino e gridino, quando piú amichevolmente favellano; «parole di dolore», cioè significanti dolore, «accenti d'ira»; accento è il profferere, il quale facciamo alto o piano, [acuto o grave o circunflesso;] ma qui dice che erano d'ira, per la quale si sogliono molto piú impetuosi fare che, senza ira parlando, non si farieno; «Voci alte», per le punture della doglia, «e fioche»; suole l'uomo per lo molto gridare affiocare; «e suon di man», come soglion far le femmine battendosi a palme, «con elle», cioè con quelle voci: le quali cose intra sé diverse, non melodia, come soglion fare le voci misurate, ma «Facevano un tumulto», cioè una confusione; «il qual s'aggira»; percioché il luogo è ritondo, ed essendo da quel tumulto l'aere percosso, e non avendo alcuna uscita, è di necessitá che per lo luogo s'aggiri e prenda moto circulare; «Sempre in quell'aria, senza tempo tinta», cioè mutata per contrarietá di venti o d'altro accidente, «Come la rena quando turbo spira». Dimostra qui l'autore, per una breve comparazione, il moto di quel tumulto, come sopra dissi, esser circulare, e di quella forma che noi veggiamo talvolta muovere in cerchio la polvere sopra la superficie della terra; e questo massimamente avvenire, quando un vento, il quale si chiama da' suoi effetti «turbo», spira. Il quale non pare avere alcuno ordinato movimento, come gli altri hanno, percioché non viene da diterminata parte, ma essendo la esalazion calda e secca, ché dalla terra surge in alto, pervenuta alla freddezza d'alcun nuvolo, e da quella a parte a parte cacciata, diviene vento; il quale, lá dove s'ingenera, prende moto circulare, e per questo non è universale, anzi è solamente in quella parte dove generato è, intanto che in una medesima piazza noi il vedremo in una parte di quella e non in un'altra; e, percioché la esalazione è a parte a parte repulsa dal nuvolo, il veggiam noi per certi intervalli far queste circulazioni sopra la terra. E questo vento, come noi il chiamiamo «turbo», Aristotile il chiama «tifone» nella sua Meteora, dove chi vuole può pienamente vedere di questa materia.

«Ed io, ch'avea d'orror», cioè di stupore, «la testa cinta», cioè intorniata; e questo dice per lo moto circulare di quel tumulto; «Dissi:—Maestro, che è quel ch'io odo?», che fa questo tumulto, «E che gent'è», questa, «che par nel duol sí vinta?»,—secondo che le loro voci manifestano.

«Ed egli a me». In questa seconda parte della sua divisione dichiara Virgilio all'autore chi sien costoro de' quali esso dimanda. «Ed egli», cioè Virgilio, «a me» (supple) rispose:—«Questo misero modo», il quale tu odi e del quale tu se' stupefatto, «Tengon l'anime triste di coloro, Che visser senza infamia», d'alcuna loro malvagia operazione, percioché, quantunque buone non fossero, erano intorno a sí bassa e misera materia, che di sé non davano alcuna cagion di parlare, e perciò si può dire che senza infamia vivessero; «e senza lodo», cioè senza fama, percioché, come del loro male adoperare è detto, il simigliante dir si può se alcun bene adoperavano.