«E 'l duca», cioè Virgilio, «a lui:—Carón». Questo Carón, secondo che Crisippo scrisse, fu figliuolo d'Erebo e della Notte (di questa favola sará il significato nella esposizione allegorica) ed è posto a questo uficio di passare l'anime dannate dall'una riva all'altra d'Acheronte, come qui appare. «Non ti crucciare», e incontanente soggiunge la cagione per la quale gli mostra non doversi crucciare, dicendo: «Vuolsi cosí», cioè che costui vivo vada per questo regno de' morti, e dov'e' si vuole, «colá, dove si puote Ciò che si vuole», cioè nella divina mente, percioché Iddio può ciò che vuole; «e piú non dimandare»;—quasi voglia per questo dirgli: non è convenevole che a te si dimostri la cagione della volontá di Dio. «Quinci», cioè dalle parole da Virgilio dette, «fûr quete», cioè quetate, senza alcuna cosa piú dire, «le lanute gote», cioè barbute, «Del nocchier della livida palude», cioè di Carone. E chiama ora «palude» quello che di sopra chiama «fiume», e questo fa di licenza poetica, per la quale spessissimamente si pone un nome per un altro, sí veramente che quel cotal nome abbia alcuna convenienza con la cosa nominata, come è qui, che il fiume è acqua e la palude è acqua, e talvolta in alcuna parte corre il fiume sí piano, che egli par non men tosto palude che fiume. «Livida» la chiama, a dimostrazione che l'acqua sia torbida, e quella torbidezza sia nera ed oscura. «Che 'ntorno agli occhi avea di fiamma rote», a dimostrare la sua ferocitá e il suo furore.
«Ma quelle anime, ch'eran lasse», per dolore, non per lunghezza di cammino, «e nude», di consiglio e d'aiuto; «Cangiár colore», mostrando l'angoscia di fuori, la quale dentro sentivano, «e dibattéro i denti», come coloro fanno li quali la febbre piglia, che innanzi lo 'ncendio di quella tremano e battono i denti; «Tosto che 'nteser le parole crude», dette da Carón di sopra («Io vegno per menarvi all'altra riva» ecc.).
«Bestemmiavano Iddio». Fa qui l'autore imitare a quelle anime il bestiale costume di molti uomini che, quando attendono o hanno alcuna cosa la quale loro a grado non sia, disperatamente cominciano a bestemmiare, quasi per quello non altramenti che se Dio spaventassono, si debba diminuire o mitigare la fatica, la quale aspettano o la quale hanno: «e' lor parenti», cioè i padri e le madri, li quali principio e cagione dierono all'esser loro; «L'umana spezie», quasi volessero piú tosto essere animali bruti, accioché col corpo si fosse morta l'anima; «il luogo», (supple) bestemmiavano dove nacquero, «il tempo», nel qual nacquero, «e 'l seme», del quale nacquero, «di lor semenza», cioè bestemmiavano il seme di lor semenza, cioè della quale seminati furono, «e di lor nascimenti», cioè bestemmiavano il luogo e 'l tempo di lor nascimenti. «Poi si ritrasser tutte quante insieme»; quinci appare loro quivi esser venute sparte; «Forte piangendo alla riva malvagia», d'Acheronte, «Ch'attende ciascun uom, che Dio non teme», percioché tutti dichinan quivi coloro che, vivendo, non ebbono temor di Dio, «Carón dimonio, con occhi di bragia», cioè ardenti e focosi; «loro accennando, tutte le raccoglie», in su la sua nave; «batte con remo», cioè con quel bastone col quale mena la sua nave, il quale i marinai chiamano «remo», «qualunque», di quelle anime, «s'adagia», a sedere o in altra guisa.
«Come d'autunno» cioè in quella stagione la quale noi chiamiamo «autunno», da mezzo settembre infino a mezzo dicembre, «si levan le foglie, L'una appresso dell'altra», cadendo, «infin che 'l ramo», sopra il quale erano, «Vede alla terra tutte le sue spoglie», cioè i vestimenti, li quali, la stagione gli ha fatti cadere da dosso. Ed è questa comparazione presa da Virgilio in quella parte del sesto libro dell'Eneida, che di sopra dicemmo. «Similemente il mal seme d'Adamo», il quale fu il primo nostro padre, e del quale noi siamo tutti seme: ma parte di questo seme è buono, sí come sono i santi uomini e i servanti i comandamenti di Dio, e parte n'è malvagio, sí come sono i peccatori, li quali ostinati nelle loro colpe muoiono nell'ira di Dio: e questa è quella parte che si raccoglie nella nave di Carone. «Gittansi in quel lito», cioè d'in su quella riva, «ad una ad una», quelle anime dannate, «Per cenni», da Carón fatti, «com'augel» fa «per suo richiamo», cioè per lo pasto mostratogli.
«Cosí», raccolte, «sen vanno su per l'onda bruna», d'Acheronte, «E avanti che sien», queste che pur mò salirono, «di lá», cioè dall'altra riva, «discese, Anche di qua», da quest'altra parte, «nuova schiera», cioè quantitá d'anime non ancora statavi, «s'aduna». E in questo dimostra l'autore continuamente molti morirne sopra il circuito della terra, de' quali la maggior parte muoiono nell'ira di Dio, «quia multi sunt vocati, pauci vero electi».
—«Figliuol mio,—disse» In questa sesta parte della suddivisione gli apre Virgilio la cagione perché Caron non l'ha voluto passare, e perché quelle anime son pronte a voler passare il fiume. E dice:—«Figliuol mio»;—mostra in questa parola Virgilio paterna affezione all'autore; «disse il maestro cortese». Ben dice «maestro», percioché, come qui appare, Virgilio gli solve il dubbio della domanda fattagli da lui di sopra, dove dice: «Maestro, or mi concedi, Ch'io sappia» ecc., e coloro che solvono bene i dubbi meritamente si possono e debbon esser chiamati «maestri». «Cortese» il chiama, percioché continuo in quello che al suo uficio appartenesse, gli fu liberale.—«Quegli», uomini, o le loro anime a dir meglio, «che muoion nell'ira di Dio», li quali son quegli che [senza contrizione, senza confessione, veggendosi nel caso della morte,] consistono pertinaci nelle loro nequizie, e cosí, senza riconciliarsi a Dio de' peccati commessi, si muoiono; [e diconsi morire nell'ira di Dio, in quanto la sua grazia racquistar non hanno voluto, seguendo gl'instituti della cattolica Chiesa;] «Tutti convengon», cioè insiememente vengono, «qui», a questo fiume, «d'ogni paese», di levante e d'occidente e di ciascuna altra plaga del mondo, «e pronti sono a trapassar lo rio», cioè il fiume, il quale qui chiama «rio», tirato dalla consonanza del verso. E séguita la ragione perché a questo son pronti: «Ché la divina giustizia gli sprona», cioè gli costringe, «Sí che la téma», la quale hanno delle pene eternali, «si converte in disio», di andar tosto a quelle. «Quinci», cioè per la nave di Carone, «non passò mai anima buona», cioè che al cielo dovesse ritornare, come déi tu, che non vieni per rimanere. «E però, se Carón di te si lagna», cioè si duole, e non ti vuol passare, «Ben puoi sapere omai che il suo dir suona»,—avendo intesa la cagione del suo rammarichio.
[Lez. X]
«Finito questo». Questa è la settima e ultima parte della suddivisione del presente canto, nella quale l'autore mostra sé, per un tremore della terra e per un baleno, vinto e caduto. Dice adunque: «Finito questo», cioè la dichiarazione fattami da Virgilio della prontezza dell'anime a trapassare il fiume, «la buia», cioè oscura, «campagna». «Campagna» sono luoghi piani e larghi, i quali ivi non si dee credere che sieno, ma usa il vocabolo largamente, auctoritate poëtica; e dé'si intendere per la qualitá di quello luogo dove vuole dare ad intendere che era, qual che si fosse, o montuoso o piano: «Tremò sí forte».
Ma qui è da vedere che volle dire questo tremare, conciosiacosaché l'autore niente ponga senza cagione; e perciò è da sapere l'autore in ogni cosa porre quelli medesimi accidenti avvenire a' dannati, che a coloro che in istato di grazia sono od in via di penitenzia. E quinci, se noi riguarderem bene, come all'entrare d'ogni cerchio di purgatorio si truova alcun agnolo, il quale, lietamente cantando, conforta chi sale in quello; cosí ad ogni cerchio d'inferno si truova alcun demonio, il quale orribilmente spaventa chi discende in esso. E cosí come il monte del purgatorio, quando alcuna anima purgata sale al cielo, tutto triema, e tutti gli spiriti di quello, sentendo il tremore, ed intendendo ciò che significa, da caritá mossi, cantano e ringraziano Iddio, che a sé quella anima beata chiama; cosí in inferno, come anime di nuovo vi caggiono, come dalle trasportate da Carón feciono, triema tutta la valle d'inferno: per la qual cosa l'anime dannate, che ciò sentono, intendendo venire anime ad accrescere la loro tristizia, tutte oltre al dolore usato si contristano e piangono.] E cosí l'autore mostra di volere in questa parte sentire, come che non sia cosa nuova, le parti intrinseche e cavernose della terra talvolta tremare, per la revoluzione dell'aere che in quelle è racchiuso e che vuole uscir fuori.
«Che dello spavento, La mente», cioè il ricordarmene, «di sudore ancor mi bagna». Suole talvolta agli uomini subitamente spaventati, rifuggire dalle parti esteriori dentro al cuore, sentendolo temere, il sangue; e per questo coloro, alli quali questo avviene, rimangono pallidi e deboli e quasi insensibili; ed esse parti esteriori, premute dalla passione della paura, mandano per li pori fuori talvolta un'acqua fredda, la qual noi diciamo «sudore»; e se tosto le parti predette non recuperassero il sangue e le forze loro, caderebbe l'uomo, e parrebbegli venir meno come se egli morisse; e forse perseverando il sudore si morrebbe: ed hannone giá alcuni, essendo per paura il sangue rifuggito dentro, perduti o debilitati alcuni membri in guisa che mai poi operare non gli hanno potuti (e dicono i meno savi questi cotali essere stati guasti dal dimonio) e per avventura anche se ne son morti.