È, appresso, di questa nave nocchiere un demonio chiamato Carón, bianco per antico pelo, il quale nella lettera dicemmo essere stato figliuolo d'Erebo e della Notte. Per lo quale assai apertamente veder si puote intendersi il tempo, percioché il Tempo fu figliuolo d'Erebo, cioè del profondo consiglio di Dio, il quale creò lui come l'altre cose, e non essendo avanti la creazione del mondo alcuna luce sensibile nel mezzo delle tenebre, le quali avanti la creazion del mondo erano, produsse lui come cominciò a distinguer quelle in dí distinti, come nel principio del Genesi si legge; e quinci, perché nelle tenebre prodotto fu, sentirono i poeti lui essere figliuolo della Notte, cioè delle tenebre. Il nome del quale Servio, Sopra l'«Eneida» di Virgilio, dice esser «'Charon' quasi 'chronos'»; e questo vocabolo in latino viene a dire tempo. Il quale l'autore dice esser «bianco per antico pelo», discrivendolo dall'accidente della vecchiezza degli uomini, nella quale noi divegnamo canuti: e per questo vuol dimostrare il Tempo essere vecchio, cioè giá è lungo spazio stato prodotto. E nel vero assai è vecchio, percioché, secondo si comprende in libro Temporum d'Eusebio, egli è, dalla creazione del mondo infino a questo anno, perseverato 6572 anni o in quel torno. E perciò si pone nocchiere sopra questo fiume, percioché dir si puote il tempo esser quello che in sé il dí della nostra nativitá ne riceve, e con le sue revoluzioni, avendone dalla riva del nostro nascimento levati, ne mena per la presente vita, qual piú e qual meno, e trasportalo all'altra riva, cioè al dí della morte. È vero che egli è qui posto dall'autore a trapassare l'anime che muoiono nell'ira di Dio, e ciò non è senza cagione; percioché quelle, che questa mortal vita finiscono nella grazia di Dio, non si dicono, secondo che i santi dicono, morire, ma d'una vita trapassare in altra, e quella essere eterna, nella quale il tempo non ha alcuna cosa a fare; percioché l'eternitá non patisce alcuna dimensione di tempo. De' dannati non si può dir cosí, percioché di questa vita vanno in morte perpetua: e perciò pare che il tempo abbia a determinare con certo numero d'anni o di dí lo spazio della presente vita, la quale per rispetto della morte perpetua fu a' dannati morte, in quanto finirono questa vita, la quale, quantunque piena d'afflizioni e di fatiche sia, è nondimeno beata stata a' dannati, per rispetto di quella alla quale in morte perpetua son trapassati.
[Ma da vedere è quello che intender voglia l'autore per lo remo di questo nocchiere. È il remo un bastone lungo, col quale il nocchiere fa muovere la sua nave, e con esso la mena e dirizza d'un luogo ad un altro. Col quale remo l'autor dice questo dimonio battere l'anime, le quali s'adagiano nella sua nave, intendendo per questo la sollecitudine di coloro li quali all'acquisto delle cose temporali son tutti dati; percioché questa sollecitudine, dalla varietá del tempo e dalla qualitá delle cose imprese stimolata, non lascia alcun cupido sentire alcun riposo, ma igualmente il dí e la notte o in pensieri o in opera gli tiene occupati, e sempre con nuove dimostrazioni a varie operazioni gli sospigne, molesta e affligge, in guisa che, non che riposo prendere possano, ma elle non lasciano altrui avere spazio di respirare. E, se di ciò per avventura alcuno esemplo aspettaste, lasciando stare la sollecitudine pastorale de' sommi pontefici e le grandi imprese de' re, de' principi e de' signori, riguardate con l'occhio della mente quelle de' mercatanti, co' quali noi continuamente siamo: ogni piccolo movimento, ora in Inghilterra, ora in Fiandra, ora in Ispagna, ora in Cipri, ora in una parte e ora in un 'altra, sollecitando, ricordando, avvisando, li fa scrivere, non lettere, ma volumi a' lor compagni; e innanzi tratto sempre con sospetto l'apportate ricevono; ogni vento gli tien sospesi a' lor navili; né sí piccolo romore di guerra nasce, che essi incontanente non temano delle mercatanzie messe in cammino, e quanti sensali parlan loro, tanti fan loro mutare animi e consigli. Chi potrebbe esplicare quante sieno le cose, che agli avviluppati nelle cose temporali rompano, turbino, guastino, impediscano i desiderati riposi? Niuna scrittura è che appieno gli potesse mostrare. E cosí i dolenti, che hanno torto il disiderio della eterna beatitudine alle cose che perir debbono, sono nella presente vita in continua afflizione, e di qui trapassati alla perpetua.]
La cagione perché questo dimonio niega di passare l'autore, puote esser questa: percioché egli non potrebbe ancora conducer l'autore alla riva opposita, conciosiacosaché ancora venuto non sia l'ultimo dí dell'autore, il quale ancora vivea; e appresso sentiva il dimonio l'autore non essere in disposizione ch'egli volesse passare per dover di lá dimorare, e perciò non apparteneva al ministro della divina giustizia, al quale è commesso di trapassare i malvagi, di trapassar similmente quegli che malvagi non sono e vanno per esser buoni, sí come l'autore andava. E però gli dice:—«Piú lieve legno convien che ti porti»;—volendo per questo mostrare che, quando la colpa è piú lieve, piú lievemente trapassi Acheronte. E quelle sono da dir piú lievi, le quali talvolta si posson por giuso (come puote l'uomo, che vive, por giú le sue colpe per la penitenza), che quelle che in eterno non si posson metter giú, come quelle sono nelle quali l'uomo si muore. E non è da credere che attualmente l'autore in inferno andasse, o che questo fiume o questo nocchiere e l'altre cose, che qui e altrove si pongono, vi sieno; ma conviensi a' nostri ingegni in questa maniera parlare, accioché essi con minore difficultá possano dalle cose attualmente discritte comprendere le spirituali, le quali per opera d'immaginazione o di meditazione s'intendono. Non ha la divina volontá bisogno d'alcuno uficiale: basta in lei semplicemente il volere, e quello incontanente è mandato ad esecuzione, sí come dice il salmista: «Dixit, et facta sunt; mandavit, et creata sunt». Ma questo noi non comprenderemmo, se in alcuni termini dimostrativi non ne fosse posto dinanzi quello che Iddio dispone e adopera, sí come nelle cose dette si può comprendere, cioè noi vivere ed essere dal tempo menati alla morte, e dopo quella, se male vivuti siamo, dannati. [E cosí possiam questa maniera, del passare in inferno, dire che sia per sentenza diffinitiva data da Dio, sí come da giudice il quale esser non può in alcuna cosa ingannato: e come quegli cotali, che da questa sentenza dannati sono, hanno il fiume valicato, in rem iudicatam sono trapassati, senza dovere sperare che mai per alcuna cagione cotal sentenza si debba o possa rivocare: quantunque scioccamente Origene, per altro prudentissimo e grandissimo letterato uomo, mostrasse di credere Iddio alla fine del mondo dovere, non che d'altrui, ma eziandio de' demòni, aver misericordia, e perdonar loro e menarnegli in vita eterna.]
[La seconda maniera del trapassare in inferno, cioè di valicare il fiume d'Acheronte, par che l'autore voglia qui essere per una spezie di sentenza, la quale si chiama «interlocutoria», la quale nostro Signore dá in questa forma: che qualunque uomo cade in peccato mortale, sia incontanente messo nella prigione del diavolo; ma nondimeno esservi con questa condizione, che, se egli d'avere commesso quel peccato, per lo quale è servo del diavolo divenuto, si vuole riconoscere, e per penitenza riconciliarsi a Dio, che egli possa cosí uscire della detta prigione e ritornare in sua libertá; e, dove riconoscer non si voglia, s'intenda in perpetuo esser dannato a dovere stare in quella prigione, nella quale noi miseri tutto 'l dí caggiamo, e all'unghie del diavolo di nostra volontá la gola porgiamo. La qual cosa avvenire discrive l'autore sotto questa fizione.]
Dice adunque per se medesimo, e cosí ciascuno può per se medesimo intendere, che «La terra lagrimosa», cioè la presente vita, la quale è piena di lagrime e di miserie, «diede vento, Che balenò una luce vermiglia», cioè uno splendore grande in apparenza, vano e fugace sí come è il vento, il quale niuno può né pigliare né tenere e sempre fugge. E questo splendore dice essere stato balenato da questa cosa vana, a dimostrazione che dalla vanitá delle cose della presente vita nasca questa luce a guisa di baleno, il lume del quale essendo súbito, reca seco ammirazione, e poi subitamente si converte in nulla, sí come noi veggiamo avvenire de' fulgori temporali, che testé sono e testé non sono. Or nondimeno sono appo la nostra fragilitá di tanta forza, che spesse volte occupano in tanto le menti d'alcuno, e con tanta affezione disiderati sono, che, lasciata la debita notizia di Dio e dello splendore eterno, per qual è via, e per li vizi e per le malvagie operazioni, si trascorre in essi. Di che assai appare a questi cotali ogni sentimento razionale esser tolto, ed essi cadere nelle colpe e nelle miserie del peccato, come cade colui il quale è soprappreso dal sonno. E fa in questo l'autore debita comparazione: percioché, quantunque, peccando mortalmente, nella infernal morte si caggia, nondimeno è questa morte in tanto simile al sonno, in quanto l'uomo si può da essa destare mentre nella presente vita dimora, sí come nel principio del seguente canto mostra l'autore d'essere stato desto, ma da grave tuono; la gravitá del qual tuono possiam dire essere stata alcuna di quelle cose, con le quali davanti nel principio del primo canto del presente libro dicemmo che Domeneddio toccava i peccatori con la grazia operante, quando in alcuno la mandava. E meritamente qui possiam repetere quello che nel predetto luogo dicemmo, l'autore per lo sonno non essersi accorto come nella prigion del diavolo s'entrasse, cioè come si trapassasse il fiume d'Acheronte; ma, destandosi e trovandosi dall'altra parte del fiume, assai leggiermente conoscer si può la sua colpa e la sentenza di Dio avervelo trasportato. E questo trasportamento sarebbe stoltizia a credere che corporale fosse stato. Fu adunque spirituale, come spiritualmente intender si dee noi per lo peccato divenir servi del diavolo. E, quantunque a quegli, che in questa forma trapassano in inferno, sia licito, volendo, il poterne uscire, non posson però uscirne per tornarsi addietro per la via donde entrarono, percioché per lo peccato non si può di peccato uscire, come quegli farebbono che per quella via n'uscissono, per la quale v'entrarono; ma conviensene uscire per la via opposita al peccato, la quale nulla altra cosa è che la penitenza. E a pervenire a questa via mostra l'autore essergli convenuto tutto l'inferno trapassare, e di quello, per la parte opposita a quella onde v'entrò, esserne uscito. E questa via, se noi riguardiam bene, il conduce a piè del monte della penitenza, dove trova Catone, che a quella il drizza e sollecita.
FINE DEL PRIMO VOLUME.
INDICE
I
VITA DI DANTE
I. Proposizione p. 3
II. Patria e maggiori di Dante 6
III. Suoi studi 8
IV. Impedimenti avuti da Dante agli studi 10
V. Amore per Beatrice 10
VI. Dolore di Dante per la morte di Beatrice 12
VII. Digressione sul matrimonio 14
VIII. Opposte vicende della vita pubblica di Dante 18
IX. Come la lotta delle parti lo coinvolse 18
X. Si maledice all'ingiusta condanna dell'esilio 20
XI. La vita del poeta esule sino alla venuta in Italia di Arrigo
settimo 21
XII. Dante ospite di Guido Novel da Polenta 23
XIII. Sua perseveranza al lavoro 24
XIV. Grandezza del poeta volgare. Sua morte 24
XV. Sepoltura e onori funebri 25
XVI. Gara di poeti per l'epitafio di Dante 26
XVII. Epitafio 27
XVIII. Rimprovero ai fiorentini 27
XIX. Breve ricapitolazione 32
XX. Fattezze e costumi di Dante 32
XXI. Digressione sull'origine della poesia 36
XXII. Difesa della poesia 39
XXIII. Dell'alloro conceduto ai poeti 43
XXIV. Origine di questa usanza 44
XXV. Carattere di Dante 45
XXVI. Delle opere composte da Dante 48
XXVII. Ricapitolazione 57
XXVIII. Ancora il sogno della madre di Dante 57
XXIX. Spiegazione del sogno 58
XXX. Conclusione 63