SUA PERSEVERANZA AL LAVORO
Non poterono gli amorosi disiri, né le dolenti lagrime, né la sollecitudine casalinga, né la lusinghevole gloria de' publici ofici, né il miserabile esilio, né la intollerabile povertá giammai con le lor forze rimuovere il nostro Dante dal principale intento, cioè da' sacri studi; percioché, sí come si vederá dove appresso partitamente dell'opere da lui fatte si fará menzione, egli, nel mezzo di qualunque fu piú fiera delle passioni sopradette, si troverá componendo essersi esercitato. E se, obstanti cotanti e cosí fatti avversari, quanti e quali di sopra sono stati mostrati, egli per forza d'ingegno e di perseveranza riuscí chiaro qual noi veggiamo; che si può sperare ch'esso fosse divenuto, avendo avuti altrettanti aiutatori, o almeno niuno contrario, o pochissimi, come hanno molti? Certo, io non so; ma se licito fosse a dire, io direi ch'egli fosse in terra divenuto uno iddio.
XIV
GRANDEZZA DEL POETA VOLGARE-SUA MORTE
Abitò adunque Dante in Ravenna, tolta via ogni speranza di ritornare mai in Firenze (comeché tolto non fosse il disio) piú anni sotto la protezione del grazioso signore; e quivi con le sue dimostrazioni fece piú scolari in poesia e massimamente nella volgare; la quale, secondo il mio giudicio, egli primo non altramenti fra noi italici esaltò e recò in pregio, che la sua Omero tra' greci o Virgilio tra' latini. Davanti a costui, come che per poco spazio d'anni si creda che innanzi trovata fosse, niuno fu che ardire o sentimento avesse, dal numero delle sillabe e dalla consonanza delle parti estreme in fuori, di farla essere strumento d'alcuna artificiosa materia; anzi solamente in leggerissime cose d'amore con essa s'esercitavano. Costui mostrò con effetto con essa ogni alta materia potersi trattare, e glorioso sopra ogni altro fece il volgar nostro.
Ma, poiché la sua ora venne segnata a ciascheduno, essendo egli giá nel mezzo o presso del cinquantesimo sesto suo anno infermato, e secondo la cristiana religione ogni ecclesiastico sacramento umilmente e con divozione ricevuto, e a Dio per contrizione d'ogni cosa commessa da lui contra al suo piacere, sí come da uomo, riconciliatosi; del mese di settembre negli anni di Cristo MCCCXXI, nel dí che la esaltazione della santa Croce si celebra dalla Chiesa, non sanza grandissimo dolore del sopradetto Guido, e generalmente di tutti gli altri cittadini ravignani, al suo Creatore rendé il faticato spirito; il quale non dubito che ricevuto non fosse nelle braccia della sua nobilissima Beatrice, con la quale nel cospetto di Colui ch'è sommo bene, lasciate le miserie della presente vita, ora lietissimamente vive in quella, alla cui felicitá fine giammai non s'aspetta.
XV
SEPOLTURA E ONORI FUNEBRI
Fece il magnanimo cavaliere il morto corpo di Dante d'ornamenti poetici sopra uno funebre letto adornare; e quello fatto portare sopra gli omeri de' suoi cittadini piú solenni, infino al luogo de' frati minori in Ravenna, con quello onore che a sí fatto corpo degno estimava, infino quivi quasi con publico pianto seguitolo, in una arca lapidea, nella quale ancora giace, il fece porre. E, tornato alla casa nella quale Dante era prima abitato, secondo il ravignano costume, esso medesimo, sí a commendazione dell'alta scienzia e della vertú del defunto, e sí a consolazione de' suoi amici, li quali egli avea in amarissima vita lasciati, fece un ornato e lungo sermone; disposto, se lo stato e la vita fossero durati, di sí egregia sepoltura onorarlo, che, se mai alcuno altro suo merito non l'avesse memorevole renduto a' futuri, quella l'avrebbe fatto.