Perdiderunt me cum duo crimina, carmen et error.
La prima adunque dice che fu lʼaver veduta alcuna cosa dʼOttavian Cesare, la quale esso Ottaviano non avrebbe voluto che alcuno veduta avesse: e di questa si duol molto nel detto libro, dicendo:
Cur aliquid vidi, cur lumina noxia feci?
Ma che cosa questa si fosse, in alcuna parte non iscrive, dicendo convenirgliele tacere, quivi:
Alterius facti culpa silenda mihi est.
La seconda cagione dice che fu lʼavere composto il libro De arte amandi, il quale pareva molto dover adoperare contro aʼ buon costumi deʼ giovani e delle donne di Roma. E di questo nel detto libro si duol molto, e quanto può sʼingegna di mostrare questo peccato non aver meritata quella pena. Alcuni aggiungono una terza cagione, e vogliono lui essersi inteso in Livia moglie dʼOttaviano, e lei esser quella la quale esso sovente nomina Corinna; e di questo essendo nata in Ottaviano alcuna sospezione, essere stata cagione dello esilio datogli. Ultimamente, essendo giá dʼetá di cinquantotto anni, lʼanno quarto di Tiberio Cesare, secondo che Eusebio in libro Temporum scrive, nella predetta isola Tomitania finí i giorni suoi, e quivi fu seppellito.
Sono nondimeno alcuni li quali mostrano credere lui essere stato rivocato da Ottaviano a Roma: della qual tornata molti romani facendo mirabil festa, e per questo a lui ritornante fattisi incontro, fu tanta la moltitudine, la quale senza alcuno ordine, volendogli ciascun far motto e festa, che nel mezzo di sé inconsideratamente stringendolo, il costrinse a morire.
«E lʼultimo è Lucano». Il nome di costui, secondo che Eusebio in libro Temporum scrive, fu Marco Anneo Lucano. Dove nascesse, o in Corduba, donde i suoi furono, o in Roma, non è assai chiaro. Fu figliuolo di Lucio Anneo Mela e dʼAtilla sua moglie; il quale Anneo Mela fu fratel carnale di Seneca morale, maestro di Nerone. Giovane uomo fu e di laudevole ingegno molto, sí come nel libro Delle guerre cittadine tra Cesare e Pompeo, da lui composto, appare. Fu alquanto presuntuoso in estimare della sua sufficienza, oltre al convenevole; percioché si legge che, avendo egli alcuna volta con gli amici suoi conferito, leggendo, del suo libro, dovette una volta dire:—Che dite? mancaci cosa alcuna ad essere equale al Culice?—Culice fu un libretto metrico, il quale compose Virgilio, essendo ancora giovanetto: e posto che sia laudevole e bello, non è però da comparare allʼEneida: e quantunque Lucano il Culice nominasse, fu assai bene dagli amici compreso (in sí fatta maniera il disse) che egli voleva che sʼintendesse se alcuna cosa pareva loro che al suo lavoro mancasse ad essere equale allʼEneida; della qual cosa esso maravigliosamente se medesimo ingannò. Appresso fu costui, che cagion se ne fosse, assai male della grazia di Nerone, in tanto che per Nerone fu proibito che i suoi versi non fossono da alcun letti. Sono, oltre a ciò, e furono assai, li quali estimarono e stimano costui non essere da mettere nel numero deʼ poeti, affermando essergli stata negata la laurea dal senato, la quale come poeta addomandava: e la cagione dicono essere stata, percioché nel collegio dei poeti fu determinato costui non avere nella sua opera tenuto stilo poetico, ma piú tosto di storiografo metrico: e questo assai leggermente si conosce esser vero a chi riguarda lo stilo eroico dʼOmero o di Virgilio, o il tragedo di Seneca poeta, o il comico di Plauto o di Terenzio, o il satiro dʼOrazio o di Persio o di Giovenale, con quello deʼ quali quello di Lucano non è in alcuna cosa conforme: ma come chʼeʼ si trattasse, maravigliosa eccellenza dʼingegno dimostra. Esso, ancora assai giovane uomo, fu da Nerone Cesare trovato essere in una congiurazione fatta contro a lui da un nobile giovane romano chiamato Pisone, con molti altri consenziente: e ritenuto per quella, avendo veduto, secondo che Cornelio Tacito scrive, una femmina volgare chiamata Epicari, avere tutti i tormenti vinti, e ultimamente uccisasi, avanti che alcun deʼ congiurati nominar volesse; non solamente alcuno nʼaspettò per non accusare se medesimo, ma eziandio non sofferse di vedere né i tormenti né i tormentatori, ma, come domandato fu se in questa congiurazione era colpevole, prestamente il confessò, e non solamente gli bastò dʼavere accusato sè, ma con seco insieme accusò Atilla sua madre. Per la qual cosa morto giá Lucio Anneo Seneca, suo zio, essendo a Marco Annenio commesso da Nerone che morire il facesse, si fece in un bagno aprir le vene; e, sentendo giá per lo diminuimento del sangue le parti inferiori divenir fredde, secondo che scrive il predetto Cornelio, ricordatosi di certi versi giá composti da lui dʼuno uom dʼarme, il quale per perdimento di sangue morire si vedeva, quegli aʼ circustanti raccontò, ed in quegli lʼultime sue parole e la vita finirono.
«Peroché ciascun», di questi quattro nominati, «meco si conviene», cioè si confá o è conforme, «nel nome che sonò la voce sola», cioè quella che dice che udí: «Onorate lʼaltissimo poeta». Nella qual voce «sola» non è alcun altro nome sustantivo se non «poeta»: nel qual nome dice questi quattro convenirsi con lui, in quanto ciascun di questi quattro è cosí chiamato poeta come Virgilio: ma in altro con lui non si convengono; percioché le materie, delle quali ciascun di loro parlò, non furono uniformi con quella di che scrisse Virgilio: in quanto Omero scrisse delle battaglie fatte a Troia e degli errori dʼUlisse, Orazio scrisse ode e satire, Ovidio epistole e trasformazioni, Lucano le guerre cittadine di Cesare e di Pompeo, e Virgilio scrisse la venuta dʼEnea in Italia e le guerre quivi fatte da lui con Turno re deʼ rutoli. «Fannomi onore, e di ciò fanno bene». Convenevole cosa è onorare ogni uomo, ma spezialmente quegli li quali sono dʼuna medesima professione, come costoro erano con Virgilio.