Ma, poiché finite sono le storie, avanti che fine si faccia a questa quarta particula, è da rimuovere un dubbio, il quale per cose in essa raccontate si può muovere: e dico che in questo canto pare che lʼautore a se medesimo contradica, in quanto di sopra, ragionandogli Virgilio quali sieno quegli che in questo cerchio puniti sono, dice esser tali che non peccâro: «e sʼegli hanno mercedi, Non basta», ecc. E poi ne nomina lʼautore alquanti, che di questi cotali sono, sí come nelle raccontate istorie è assai manifesto, li quali assai apertamente appare loro essere stati peccatori, sí come Ovidio, il quale, quantunque assai cose buone e utili componesse, nondimeno a chi legge il suo libro, il quale è intitolato Sine titulo, assai chiaro può vedere lui essere stato quasi piú che alcun altro effeminato e lascivo uomo. E, oltre a questo, nel libro il quale egli compuose De arte amandi, dá egli pessima e disonesta dottrina aʼ lettori. Appresso, è ancora di questi Lucano, il quale, come mostrato è, fu nella congiurazione pisoniana incontro a Nerone, il quale era suo signore: e, quantunque iniquo uom fosse, e niuna, secondo che Seneca tragedo scrive in alcuna delle sue tragedie, è piú accetta ostia a Dio che il sangue del tiranno, nondimeno non aspettava a Lucano di volere esser punitore degli eccessi del signor suo. E dentro al castello pone Enea, il quale, secondo che Virgilio testimonia, con Didone alcun tempo poco laudevolmente visse, e, oltre a ciò, credono i piú che egli sentisse con Antenore insieme il tradimento dʼIlione sua cittá; il che, oltre alla turpe operazione, è gravissimo peccato. Ponvi similmente Cesare, il quale, come mostrato è, fu incestuoso uomo, e di piú donne vituperevolmente contaminò lʼonestá; rubò e votò lʼerario publico deʼ romani, e, oltre a ciò, tirannicamente occupò la libertá publica e quella, mentre visse, tenne occupata. Appresso vi descrive Lucrezia, la quale, quantunque onestissima donna fosse, nondimeno se medesima uccise, il che senza grandissimo peccato non è licito di fare ad alcuno. Scrivevi ancora il Saladino, il quale, come noi sappiamo, in quanto poté fu nemico del nome di Cristo, adoperando e procacciando con ogni istanzia il disfacimento di quello. E questi peccati, li quali io dico che neʼ predetti furono, mostra lʼautore sotto intollerabili supplici e in dannazion perpetua essere appresso puniti. Per la qual cosa appare, come davanti dissi, lʼautore a se medesimo contradire.

Ma a questo dubbio mi pare si possa in cosí fatta maniera rispondere: essere di necessitá i meriti e le colpe per gli autori di quelle convenirsi discrivere, accioché piú pienamente si possan comprendere: e queste non per ogni autore, percioché assai ne sono di sí piccola fama che, non essendo conosciuti, non sarebbono intese; ma per eccellenti e famosi uomini intorno a quelle cose le quali alcun vuole che intese sieno; e perciò, e qui e per tutto il suo libro, lʼautore quasi altra gente non pone, se non quegli cotali, per li quali crede piú essere conosciuto e inteso quello che dir vuole. Quantunque egli per questo non intenda che alcuno creda che egli alcun deʼ nominati vedesse, né in inferno né altrove, ma vuole che, per gli nominati, sʼintenda essere in quello luogo qualunque è stato colui in cui quelle medesime virtú o vizi stati sono. E, oltre a ciò, quantunque Enea, Giulio e Lucrezia e gli altri detti, stati peccatori, qui descritti dallʼautore, intende esso autore questi cotali in questo luogo si prendan solamente per virtuosi in quelle virtú che loro qui attribuite sono, e le colpe, quasi non sute, si lascino stare. E cosí prenderemo qui essere chiunque fu in opera simile a Giulio, in quanto virtuoso e non battezzato, e cosí di Lucrezia e degli altri, e non in quanto in alcune cose peccarono: e in questa maniera si convien sostener questo testo.

«Io non posso ritrar», cioè raccontare, «di tutti», quegli valenti uomini che io vidi in quel luogo, «appieno», cioè pienamente; percioché molti erano. E soggiugne la ragione perché di tutti ritrarre non può, dicendo: «Percioché sí mi caccia», cioè sospigne a procedere avanti, «il lungo tema», di voler discrivere lʼuniversale stato degli spiriti dannati, di queʼ che si purgano e deʼ beati: «Che molte volte», non solamente pur qui, ma ancora altrove, «al fatto», cioè alle cose che vedute ho, le quali sono in fatto, «il dir», cioè il raccontare, «vien meno». E ciò non è maraviglia, percioché, volendo appieno raccontare le particularitá di qualunque nostra operazione, quantunque piccola sia, si converrebbon dir tante parole, che quasi mai non verrebbon meno.

«La sesta compagnia». In questa quinta e ultima particella della seconda parte principale della suddivisione del presente canto, dimostra lʼautore come, partiti daʼ quattro poeti, procedettero avanti, e dice: «La sesta compagnia», cioè deʼ sei poeti, dʼOmero e di Orazio e degli altri, «in due», cioè poeti, in Virgilio e nellʼautore, «si scema», cioè rimane scema. «Per altra via», che per quella per la quale venuti eravamo, «mi mena ʼl savio duca», Virgilio, «Fuor della cheta», aura; percioché, come assai è nelle precedenti cose apparito, niun tumulto, niun romore era in quel cerchio; «nellʼaura che trema», sí come ripercossa da impetuoso spirito di vento e da pianti e da dolori. «E vengo in luogo, ove non è», né sole, né stella, né lumiera «che luca», cioè faccia lume.


II

Senso Allegorico

[«Ruppemi lʼalto sonno nella testa», ecc. La continuazione del senso allegorico del precedente canto con quella di questo nella fine del precedente, è dimostrata in quanto, avendo di sopra mostrato come talvolta lʼuomo, ingannato dagli splendori mondani, mortalmente pecchi e per conseguente diventi servo del peccato, nel principio di questo dimostra come, per quello, nella prigione del diavolo si ritruovi; e di questo essersi accorto per la visitazion di Dio, il quale ha in lui mandata la grazia operante, per la quale egli è stato desto dal mortal sonno, e fatto ravvedere lá dove per lo peccato è pervenuto, cioè in luogo tenebroso, oscuro e pien di dolore e di pene. Delle quali accioché egli abbia piena esperienza, e ammaestrato pervenga con disiderio alla penitenza, seguendo la ragione, procede e vede, dimostrandogliele ella, la prima colpa, che per la giustizia di Dio è punita nel primo cerchio dello ʼnferno. E questa, come assai è manifestato nel testo, dico che è il peccato originale, il quale, per lo lavacro del battesimo, da quegli cotali, che in questo cerchio pena ne sostengono, non fu levato via. Per questo peccato entrò la morte nel mondo; per questo peccato fu lʼumana spezie cacciata di paradiso; per questo peccato son sempre poi gli uomini stati e saranno, mentre durerá il mondo, in angoscia e in tribulazione e in mala ventura; per questo peccato Cristo figliuol di Dio ricevette passione e morte, e risurgendo nʼaperse la porta del paradiso, lungamente stata serrata.]

[Dico adunque che, per lo non avere ricevuto il battesimo, al quale sʼaspetta di tôr via il peccato originale, quelli, che in questo cerchio si dolgono, sono dannati, quantunque per altro innocenti sieno, e ancora, per le buone opere, di molti paiano degni di merito. Ed è qui da sapere il battesimo essere di quattro maniere. La prima delle quali è il battesimo della prefigurazione, nel quale insieme con Moisé furon battezzati tutti i giudei passando il mar Rosso. E di questo dice san Paolo: «Patres nostri omnes sub nube fuerunt, et omnes mare transierunt: et omnes in Moyse baptizati sunt, in nube et mare». La seconda è il battesimo del fiume, cioè quello il quale attualmente neʼ suoi catecumeni usa la Chiesa di Dio, del quale Cristo dice nellʼEvangelio aʼ suoi discepoli: «Euntes ergo, docete omnes gentes, et baptizate eos», ecc. La terza maniera si chiama «flaminis», cioè di spirito: e di questa parla lʼEvangelio dove dice: «Super quem videris Spiritum descendentem et manentem: hic est qui baptizat». E di questa spezie di battesimo credo esser battezzati quegli, se alcuni ne sono, li quali battezzati non sono del battesimo della Chiesa usitato, e non pertanto si credono essere, ed in ogni atto vivono come cristiani veramente battezzati, né per alcuna cosa posson presumere che battezzati non sieno. La quarta maniera si chiama «sanguinis», e di questa dice lʼEvangelio: «Baptismo habeo baptizari, et quomodo coarcor, usque dum perficiatur?» E in questo credo esser battezzati coloro li quali, disposti a ricevere il battesimo, sʼavacciano di pervenire a colui che secondo il rito ecclesiastico li può battezzare, e in questo avacciarsi, sopraprenderli alcuni nemici uomini che gli uccidono, o altro caso, avanti che al luogo destinato possan venire. Nel primo, come detto è, furon battezzati i giudei: Esodo: «Divisa est aqua, et ingressi sunt filii Israël per medium sicci maris». Nel secondo son battezzati quegli li quali noi chiamiamo rinati, deʼ quali dice lʼEvangelio: «Qui crediderit et baptizatus fuerit, salvus erit». Nel terzo son battezzati quegli li quali delle lor colpe pentuti sono, e di questi dice lʼ Evangelio: «Nisi quis renatus fuerit ex aqua et Spiritu sancto, non intrabit in regnum caelorum». Nel quarto sono battezzati i martiri, deʼ quali similmente dice lʼEvangelio: «Calicem quidem meum bibetis», ecc. E se in quegli, che in questo cerchio dannati sono, ben si riguarda, alcuno non ve nʼè, se non fosse giá Seneca, del quale è assai detto nella lettera, che dʼalcuno di questi battesimi battezzato fosse.]