Pare adunque questo caldo, aumentativo dello scellerato appetito, dalla divina giustizia esser punito e represso dalla frigiditá del vento di sopra detto, dalla giustizia mandato in pena di coloro che in questa colpa trasvanno, sí come cosa che è per la sua frigiditá contraria al caldo, il quale conforta questo abbominevole appetito. E che ogni vento sia freddo, assai bene si può comprendere da ciò che generalmente ogni cosa causata suole esser simile a quella cosa la quale la causa: e il vento è causato da nuvola frigidissima, e perciò di sua natura sará il vento frigidissimo. Oltre a questo, e le cose inducenti allʼatto libidinoso e la libidine, considerata la qualitá di questo vento, oltre alla freddezza, sono ottimamente da lui punite. Viensi a questo miserabile esercizio, avendone il fervore impetuoso sospinti a dover dare opera al disonesto desiderio, per molte vigilie, per molto perdimento di tempo, per molto dispendio e per molte fatiche tutte dannose e da vituperare; le quali se alcuna volta il disiderante conducono al pestifero effetto, non si contenta né finisce il suo disiderio dʼaver copia di veder la cosa amata, dʼaver copia di parlarle, dʼaver copia dʼabbracciarla e di baciarla, se, tutti i vestimenti rimoti, con quella ignudo non si congiugne, accioché possa ogni parte del corpo toccare, con ogni parte [essere tócco e] strignersi, e della morbidezza di quello miseramente consolarsi; mostrando, per questo, lʼultimo e il maggiore diletto di cosí miserabile appetito stare nelle congiunzioni corporali, ogni mezzo rimosso. Le quali due detestabili operazioni punisce la divina giustizia similmente per congiunzione, ma non uniforme lʼuna allʼaltra punisce; percioché, dove la predetta fu molto disiderata e molto dilettevole aʼ corpi, cosí questa è odiata, e, sʼelle potesser, fuggita dalle dannate anime. È adunque la bufera nel testo dimostrata impetuosissima; e quanto, per venire al peccato, i pensieri del cuore e i movimenti del corpo con fatica sʼesercitarono, cotanto nello eterno supplicio loro gira e avvolge e trasporta; e, oltre a ciò, in quella cosa che fu piú disiderata da loro, che maggior piacere prestò aʼ disonesti congiugnimenti, in quella medesima dolorosamente gli affligge, intanto che essi molto piú disiderano di mai non toccarsi, che di toccarsi non disideraron peccando. E la cagione è manifesta, percioché lʼimpeto di questa bufera, il quale in qua e in lá, e di giú e di su gli [mena e] trasporta, con tanta forza lʼun nellʼaltro riscontrandosi percuote, che il diletto da loro avuto nel congiugnersi insieme fu niente, a comparazione della pena la quale in inferno hanno nel riscontrarsi; e però come giá molti, vivendo, di congiugnersi disiderarono, cosí morti e dannati disiderano senza pro di mai non iscontrarsi. Le quali cose se bene si considereranno, assai bene si vedrá lʼautore far corrispondersi col peccato la pena.
CANTO SESTO
I
Senso Letterale
[Lez. XXIII]
«Al tornar della mente che si chiuse», ecc. Come neʼ precedenti canti ha fatto, cosí in questo si continua lʼautore alle cose dette. Egli, nella fine del precedente canto, mostra come, per compassione avuta di madonna Francesca e di Polo da Rimino, cadesse, e da quel cadimento, nel principio di questo, essere tornato in sé, e ritrovarsi nel terzo cerchio dello ʼnferno. E fa in questo canto lʼautore cinque cose: nella prima discrive la qualitá del luogo; nella seconda dice quello che Cerbero demonio facesse, vedendogli, e come da Virgilio chetato fosse; nella terza pone come trovasse un fiorentino, e che da lui sapesse qual peccato quivi si puniva, e altre cose piú, domandandone esso autore; nella quarta, passando piú avanti, muove lʼautore un dubbio a Virgilio, e Virgilio gliele solve; nella quinta dimostra lʼautore dove pervenissero. La seconda comincia quivi: «Quando ci scorse»; la terza quivi: «Noi passavam»; la quarta quivi: «Sí trapassammo»; la quinta quivi: «Noi aggirammo».
Discrive adunque lʼautore nella prima parte di questo canto la qualitá del luogo, dicendo: «Al tornar della mente», mia, la quale per compassione «si chiuse», come nella fine del precedente canto è mostrato, «Dinanzi alla pietá deʼ due cognati», di madonna Francesca e di Polo, «Che di tristizia tutto mi confuse»: la compassione avuta della loro misera fortuna; «Nuovi tormenti», non quegli li quali nel secondo cerchio aveva veduti, ma altri, li quali dice «nuovi», quanto a sé, che mai piú veduti non gli avea; «e nuovi tormentati», altri che quegli che di sopra avea veduti; «Mi veggio intorno come chʼio mi muova», a destra o a sinistra, «E chʼio mi volga», in questa parte o in quella, «e come che io mi guati».
«Io sono al terzo cerchio della piova», la qual piova è «Eterna», non vien mai meno; «maladetta», in quanto è mandata dalla divina giustizia per perpetuo supplicio di coloro aʼ quali addosso cade; «fredda», e per tanto è piú noiosa; «e greve», cioè ponderosa, per piú affliggere coloro aʼ quali addosso cade: «Regola e qualitá mai non lʼè nuova», sempre cade dʼun modo. E poi discrive qual sia la qualitá di questa piova, dicendo: «Grandine grossa, ed acqua tinta e neve». Come che queste tre cose, causate daʼ vapori caldi e umidi e da aere freddo, nellʼaere si generino, nondimeno per effetto della divina giustizia in quello luogo caggiono, in tormento e in pena di quegli che in questo terzo cerchio puniti sono; e però dice: «Per lʼaer tenebroso si riversa»; e, oltre a ciò, «Pute la terra che questo riceve», cioè queste tre cose.