Ma, perché mi fatico io tanto in discrivere i mali per la gola stati, conciosiacosaché io conosca quegli essere infiniti? E perciò riducendosi verso la finale intenzione, come assai comprender si puote per le cose predette, tre maniere son di golosi. Delli quali lʼuna pecca nel disordinato diletto di mangiare i dilicati cibi senza saziarsi; e questi son simili alle bestie, le quali senza intermissione, sol che essi trovin che, il dí e la notte rodono. E di questi cotali, quasi come di disutili animali, si dice che essi vivono per manicare, non manucan per vivere; e puossi dire questa spezie di gulositá, madre di oziositá e di pigrizia, sí come quella che ad altro che al ventre non serve. La seccnda pecca nel disordinato diletto del bere, intorno al quale non solamente con ogni sollecitudine cercano i dilicati e saporosi vini, ma quegli, ogni misura passando, ingurgitano, non avendo riguardo a quello che contro a questo nel Libro della Sapienza ammaestrati siamo, nel quale si legge: «Ne intuearis vinum, cum flavescit in vitro color eius: ingreditur blande, et in novissimo mordebit, ut coluber». Per la qual cosa, di questa cosí fatta spezie di gulosi maravigliandosi, Iob dice: «Numquid potest quis gustare, quod gustatum affert mortem?» Né è dubbio alcuno la ebrietá essere stata a molti cagione di vituperevole morte, come davanti è dimostrato. È questa gulositá madre della lussuria, come assai chiaramente testifica Ieremia, dicendo: «Venter mero aestuans, facile despumat in libidinem»; e Salomon dice: «Luxuriosa res est vinum, et tumultuosa ebrietas; quicumque in his delectabitur, non erit sapiens»; e san Paolo, volendoci far cauti contro alla forza del vino, similmente ammaestrandoci, dice: «Nolite inebriari vino, in quo est luxuria». È ancora questa spezie di gulositá pericolosissima, in quanto ella, poi che ha il bevitore privato dʼogni razional sentimento, apre e manifesta e manda fuori del petto suo ogni secreto, ogni cosa riposta e arcana: di che grandissimi e innumerabili mali giá son seguiti e seguiscono tutto il dí. Ella è prodiga gittatrice deʼ suoi beni e degli altrui, sorda alle riprensioni, e dʼogni laudabile costume guastatrice. La terza maniera è deʼ golosi, li quali, in ciascheduna delle predette cose, fuori dʼogni misura bevendo e mangiando e agognando, trapassano il segno della ragione; deʼ quali si può dire quella parola di Iob: «Bibunt indignationem, quasi aquam». Ma, secondo che si legge nel salmo: «Amara erit potio bibentibus illam»; e come Seneca a Lucillo scrive nella ventiquattresima epistola: «Ipsae voluptates in tormentum vertuntur; epulae cruditatem afferunt; ebrietates, nervorum torporem, tremoremque; libidines, pedum et manuum, et articulorum omnium depravationes» ecc. Questi adunque tutti ingluviatori, ingurgitatori, ingoiatori, agognatori, arrappatori, biasciatori, abbaiatori, cinguettatori, gridatori, ruttatori, scostumati, unti, brutti, lordi, porcinosi, rantolosi, bavosi, stomacosi, fastidiosi e noiosi a vedere e a udire, uomini, anzi bestie, pieni di vane speranze sono; vòti di pensieri laudevoli e strabocchevoli neʼ pericoli, gran vantatori, maldicenti e bugiardi, consumatori delle sustanzie temporali, inchinevoli ad ogni dissoluta libidine e trastullo deʼ sobri. E, percioché ad alcuna cosa virtuosa non vacano, ma se medesimi guastano, non solamente aʼ sensati uomini, ma ancora a Dio sono tanto odiosi, che, morendo come vivuti sono, ad eterna dannazione son giustamente dannati; e, secondo che lʼautor ne dimostra, nel terzo cerchio dello ʼnferno della loro scellerata vita sono sotto debito supplicio puniti. Il quale, accioché possiamo discernere piú chiaro come sia con la colpa conforme, nʼè di necessitá di dimostrare brievemente.

Dice adunque lʼautore che essi giacciono sopra il suolo della terra marcio, putrido, fetido e fastidioso, non altrimenti che ʼl porco giaccia nel loto, e quivi per divina arte piove loro sempre addosso «grandine grossa e acqua tinta e neve», la quale, essendo loro cagione di gravissima doglia, gli fa urlare non altrimenti che facciano i cani: e, oltre a ciò, se alcuno da giacer si lieva o parla, giace poi senza parlare o urlare infino al dí del giudicio; e, oltre a ciò, sta loro in perpetuo sopra capo un demonio chiamato Cerbero, il quale ha tre teste e altrettante gole, né mai ristá dʼabbaiare. E ha questo dimonio gli occhi rossi e la barba nera ed unta, e il ventre largo, e le mani unghiate, e, oltre allʼabbaiare, graffia e squarcia e morde i miseri dannati, li quali, udendo il suo continuo abbaiare, disiderano dʼessere sordi. La qual pena spiacevole e gravosa, in cotal guisa pare che la divina giustizia abbia conformata alla colpa: e primieramente come essi, oziosi e gravi del cibo e del vino, col ventre pieno giacquero in riposo del cibo ingluviosamente preso; cosí pare convenirsi che, contro alla lor voglia, in male e in pena di loro, senza levarsi giacciano in eterno distesi, col loro spesso volgersi testificando i dolorosi movimenti, li quali per lo soperchio cibo giá di diverse torsioni lor furon cagione. E, come essi di diversi liquori e di vari vini il misero gusto appagarono; cosí qui sieno da varie qualitá di piova percossi ed afflitti: intendendo per la grandine grossa, che gli percuote, la cruditá deglʼindigesti cibi, la quale, per non potere essi, per lo soperchio, dallo stomaco esser cotti, generò neʼ miseri lʼaggroppamento deʼ nervi nelle giunture; e per lʼacqua tinta, non solamente rivocare nella memoria i vini esquisiti, il soperchio deʼ quali similmente generò in loro umori dannosi, i quali per le gambe, per gli occhi e per altre parti del corpo sozzi e fastidiosi vivendo versarono; e per la neve, il male condensato nutrimento, per lo quale non lucidi ma invetriati, e spesso di vituperosa forfore divennero per lo viso macchiati. E, cosí come essi non furono contenti solamente alle dilicate vivande, né aʼ savorosi vini, né eziandio aʼ salsamenti spesso escitanti il pigro e addormentato appetito, ma gli vollero dallʼindiane spezie e dalle sabee odoriferi; vuole la divina giustizia che essi sieno dal corrotto e fetido puzzo della terra offesi, e abbiano, in luogo delle mense splendide, il fastidioso letto che lʼautore discrive. E appresso, come essi furono detrattori, millantatori e maldicenti, cosí siano a perpetua taciturnitá costretti, fuor solamente di tanto che, come essi, con gli stomachi traboccanti e con le teste fummanti, non altramenti che cani abbaiar soleano, cosí urlando come cani la loro angoscia dimostrino, e abbian sempre davanti Cerbero, il quale ha qui a disegnare il peccato della gola, accioché la memoria e il rimprovero di quella nelle lor coscienze gli stracci, ingoi e affligga; e, in luogo della dolcezza deʼ canti, li quali neʼ lor conviti usavano, abbiano il terribile suono delle sue gole, il quale glʼintuoni, e senza pro gli faccia disiderare dʼesser sordi.

Ma resta a vedere quello che lʼautor voglia intendere per Cerbero, la qual cosa sotto assai sottil velo è nascosa. Cerbero, come altra volta è stato detto, fu cane di Plutone, re dʼinferno, e guardiano della porta di quello; in questa guisa, che esso lasciava dentro entrar chi voleva, ma uscirne alcun non lasciava. Ma qui, come detto è, lʼautore discrive per lui questo dannoso vizio della gola, al quale intendimento assai bene si conforma lʼetimologia del nome. Vuole, secondo che piace ad alcuni, tanto dir «Cerbero», quanto «creon vorans», cioè «divorator di carne»; intorno alla qual cosa, come piú volte è detto di sopra, in gran parte consiste il vizio della gola; e per ciò in questo dimonio piú che in alcun altro il figura, perché egli è detto «cane», percioché ogni cane naturalmente è guloso, né nʼè alcuno che se troverá da mangiare cosa che gli piaccia, che non mangi tanto che gli convien venire al vomito, come di sopra è detto spesse volte fare i gulosi.

Per le tre gole canine di questo cane intende lʼautore le tre spezie deʼ ghiotti poco davanti disegnate; e in quanto dice questo demonio caninamente latrare, vuole esprimere lʼuno deʼ due costumi, o amenduni deʼ gulosi. Sono i gulosi generalmente tutti gran favellatori, e ʼl piú in male, e massimamente quando sono ripieni: il quale atto veramente si può dire «latrar canino», in quanto non espediscon bene le parole, per la lingua ingrossata per lo cibo, e ancora perché alquanto rochi sono per lo meato della voce, il piú delle volte impedito da troppa umiditá; e, oltre a ciò, percioché i cani, se non è o per esser battuti, o perché veggion cosa che non par loro amica, non latran mai; il che avviene spesse volte deʼ gulosi, li quali come sentono o che impedimento sopravvegna, o che veggano per caso diminuire quello che essi aspettavano di mangiare, incontanente mormorano e latrano. E, oltre a questo, sono i gulosi grandi agognatori: e, come il cane guarda sempre piú allʼosso che rode il compagno che a quello che esso medesimo divora, cosí i gulosi tengono non meno gli occhi aʼ ghiotti bocconi che mangia il compagno, o a quegli che sopra i taglieri rimangono, che a quello il quale ha in bocca: e cosí sono addomandatori e ordinatori di mangee e divisatori di quelle.

E in quanto dice questo dimonio aver gli occhi vermigli, vuol sʼintenda un degli effetti della gola neʼ golosi, aʼ quali, per soperchio bere, i vapor caldi surgenti dallo stomaco generano omóri nella testa, li quali poi per gli occhi distillandosi, quegli fa divenir rossi e lagrimosi.

Appresso dice lui aver la barba unta, a dimostrare che il molto mangiare non si possa fare senza difficultá nettamente, e cosí, non potendosi, è di necessita ugnersi la barba o ʼl mento o ʼl petto; e per questa medesima cagione vuole che la barba di questo dimonio sia nera, percioché ʼl piú ogni unzione annerisce i peli, fuorché i canuti. Potrebbesi ancora qui piú sottilmente intendere e dire che, conciosiacosaché per la barba sʼintenda la nostra virilitá, la quale, quantunque per la barba sʼintenda, non perciò consiste in essa, ma nel vigore della nostra mente, il quale è tanto quanto lʼuomo virtuosamente adopera, e allora rende gli operatori chiari e splendidi e degni di onore; dove qui, per la virilitá divenuta nera, vuole lʼautore sʼintenda nella colpa della gola quella essere depravata e divenuta malvagia.

Dice, oltre a ciò, Cerbero avere il ventre largo, per dimostrare il molto divorar deʼ gulosi, li quali, con la quantitá grande del cibo, per forza distendono e ampliano il ventre, che ciò riceve oltre alla natura sua; e, che è ancora molto piú biasimevole, tanto talvolta dentro vi cacciano, che, non sostenendolo la grandezza del tristo sacco, sono, come altra volta di sopra è detto, come i cani costretti a gittar fuori.

E, in quanto dice questo demonio avere le mani unghiate, vuoi che sʼintenda il distinguere e il partire che fa il ghiotto delle vivande; e, oltre a questo, il pronto arrappare, quando alcuna cosa vede che piú che alcuna altra gli piaccia.

Appresso, dove lʼautor dice questo demonio non tener fermo alcun membro, vuol che sʼintenda la infermitá paralitica, la quale neʼ gulosi si genera per li non bene digesti cibi nello stomaco; o, secondo che alcuni altri vogliono, neʼ bevitori per lo molto bere, e massimamente senzʼacqua, ed essendo lo stomaco digiuno; e puote ancora significare glʼincomposti movimenti dellʼebbro.

Oltre a ciò, lá dove lʼautore scrive che questo demonio, come gli vide, aperse le bocche e mostrò loro le sanne, vuol discrivere un altro costume deʼ gulosi, li quali sempre vogliosi e bramosi si mostrano; o intendendo per la dimostrazion delle sanne, nelle quali consiste la forza del cane, dimostrarsi subitamente la forza deʼ golosi, la qual consiste in offendere i paurosi con mordaci parole, alle quali fine por non si puote se non con empiergli la gola, cioè col dargli mangiare o bere. La qual cosa il discreto uomo, consigliato dalla ragione, per non avere a litigar della veritá con cosí fatta gente, fa prestamente, volendo piú tosto gittar via quello che al ghiotto concede che, come è detto, porsi in novelle con lui: percioché, come questo è dal savio uomo fatto, cosí è al ghiotto serrata la gola e posto silenzio. E in questo pare che si termini in questo canto lʼallegoria.