[Lez. XXXIV]

«Lo collo poi». Qui comincia la seconda particella della seconda parte principale, nella quale Virgilio fa festa allʼautore, percioché ha avuto in dispregio lo spirito fangoso. [E mostra in questa particella lʼautore una spezie dʼira, la quale non solamente non è peccato ad averla, ma è meritorio a saperla usare: la quale vertú, cioè sapere usare questa spezie dʼira, Aristotile nel quarto dellʼEtica chiama «mansuetudine», e quegli cotali, che questa virtú hanno, dice che sʼadirano per quelle cose e contro a quelle persone, contro alle quali è convenevole dʼadirarsi, e ancora come si conviene, e quando, e quanto tempo; e questi, che questo fanno, dice che sono commendabili. E séguita che i mansueti vogliono essere senza alcuna perturbazione, e non vogliono esser tirati da alcuna passione, ma quello solamente fare che la ragione ordinerá: cioè in quelle cose nelle quali sʼadira, tanto tempo essere adirato, quanto la ragione richiederá. Questa cotale spezie dʼira nʼè conceduta daʼ santi. Dice il salmista: «Irascimini, et nolite peccare»; volendo per queste parole che ne sia licito il commuoversi per le cose non debitamente fatte, sí come fa il padre quando vede alcuna cosa men che ben fare al figliuolo, o il maestro al discepolo, o lʼuno amico allʼaltro, accioché per quella commozione egli lʼammonisca e corregga con viso significante la sua indegnazione, non come uomo che, della ingiuria la quale gli pare per lo non ben fare dʼalcuno, disideri vendetta; e, fatta la debita ammonizione, ponga giú lʼira. E in questa maniera adirandosi, e per cosí fatta cagione, non si pecca. In questa maniera si dee intendere Dio verso noi adirarsi, come spesso nella Scrittura si legge: e il salmista spesse volte priega che da questa ira il guardi, cioè da adoperare sí, che esso contra di lui si debba adirare. E da questa ira dobbiam credere essere stato commosso Cristo, nel quale mai non fu peccato alcuno, quando, preso un mazzo di funi, cacciò dal tempio i venditori eʼ compratori, dicendo: «Domus mea, domus orationis», ecc. Questa spezie dʼira chiamano molti «sdegno» (e cosí mostra di voler qui intendere lʼautore): il qual non voglion cadere se non in animi gentili, cioè ordinati e ben disposti e savi. E tanto voglion che sia maggiore, quanto colui è piú savio in cui egli cade; percioché quanto piú è savio lʼuomo, tanto piú cognosce le qualitá eʼ motivi deʼ difetti che si commettono, e per conseguente piú si commuove. E però dice Salomone: «Ubi multum sapientiae, ibi multum indignationis». E vuole lʼautore in questa particella mostrare questa virtú essere stata in lui, in quanto in parte alcuna non si mostra per lo supplicio deʼ dannati in questo cerchio esser commosso, come neʼ superiori è stato: ma avergli Virgilio, cioè la ragione, fatta festa abbracciandolo, e chiamandolo «alma sdegnosa», e benedicendo, in segno di congratulazione, la madre di lui; e questa festa, questa congratulazione non gli avrebbe mai fatta Virgilio, se non in dimostrazione che nobilissima cosa e virtuosa sia lʼessere isdegnoso. È il vero che, come di molte altre cose avviene, questo adiettivo, cioè «sdegnoso», spessissimamente in mala parte si pone: il che, quantunque non vizi la veritá del subietto, nondimeno è daʼ discreti da distinguere e da riguardare, dove debitamente si pone; e, dove non debitamente si pone, averlo per alcuna di quelle spezie dʼira, le quali di sopra son mostrate esser dannose.]

Dice adunque il testo cosí: «Lo collo poi» che dal legno ebbe cacciata quella anima iracunda, «con le braccia mi cinse», abbracciandomi; «Baciommi il volto», in segno di singulare benivolenzia; percioché noi abbracciamo e baciamo coloro li quali noi amiamo molto. E dice «il volto», non dice la bocca, accioché per questo noi sentiamo primieramente lʼonestá del costume, percioché il baciar nel volto è segno caritativo, ove il baciare in bocca, quantunque quel medesimo sia alcuna volta, le piú delle volte è segno lascivo. E, oltre a ciò, il volto nostro è detto «volto» da «volo vis», percioché per quello neʼ non viziati uomini si dimostra il voler del cuore: e percioché il voler del cuore dellʼautore era buono e onesto, Virgilio, approvando quel buon volere, mostrò la sua approvazione, baciando quella parte del corpo dellʼautore, nella quale quella buona disposizione si dimostrava.

«E disse:—Alma sdegnosa». Non disse iracunda, ma «sdegnosa», in quanto, giustamente adirandosi e quanto si conviene servando lʼira, mostrò lo sdegno della sua nobile anima. «Benedetta colei che in te», cioè sopra te, «si cinse!». Cingonsi sopra noi le madri nostre nel mentre nel ventre ci portano; e dice qui lʼautor «benedetta», a dimostrazion che, come lʼalbero, il qual porta buon frutto, si dice «benedetto», cosí ancora si dice «benedetta» la madre che porta buon figliuolo. E in questa parte non si commenda poco lʼautore; ma egli è in ciò da avere per iscusato, in quanto non fa questo per commendar sé, ma per commendar la virtú della mansuetudine, della quale era di necessitá di trattare in questa parte, accioché noi non credessimo ogni ira esser peccato.

«Questi», che ti si mostrò, «fu al mondo», cioè in questa vita, «persona orgogliosa», cioè arrogante: «Bontá», cioè virtú, «non è che sua memoria fregi», cioè adorni; percioché le virtú adornano cosí il nome e la memoria dellʼuomo, nel quale state sono, come il fregio adorna il vestimento; «Cosí», cioè come fu arrogante nel mondo, «sʼè lʼombra sua qui furiosa», per rabbia e per dolore del tormento.

«Quanti si tengono or lassú». Poi che egli ha biasimata la furiosa e sconvenevole vita di quello spirito, meritamente si volge Virgilio a biasimare, sotto i nomi deʼ piú eminenti prencipi, i fastidi e le stomacaggini, non dico solamente degli uomini di maggiore stato, ma eziandio di molti plebei, li quali, per apparere dʼesser quel che non sono, si sforzano dʼesser ponderosi neʼ passi, gravi nel parlare, e nellʼadoperare di sentimento sublime, dove nellʼeffetto di niuno valore sono; dicendo: «Quanti si tengono or lassú», cioè nel mondo, il quale è di sopra da noi, «gran regi», cioè gran maestri. Nondimeno il «re» è dinominato da «rego regis», il quale sta per «reggere» e per «governare». Di questi cotali, quantunque di molti sieno le lor teste ornate di corona, non son però tutti da dovere essere reputati re; e però dice lʼautore bene «si tengono»; ma, perché essi si tengano, essi non sono.

A dimostrazione della qual veritá ottimamente favella Seneca tragedo in quella tragedia la quale è nominata Tieste, dove dice: «Non fanno le ricchezze li re, non il colore del vestimento tirio, non la corona della quale essi adornano la fronte loro, non le travi dorate deʼ lor palagi: re è colui il quale ha posta giú la paura e ciascun altro male del crudel petto; re è colui il quale non è mosso dalla impotente ambizione e dal favore non stabile del precipitante popolo; sola la buona mente è quella che possiede il regno: questa non ha bisogno di cavalli né dʼarmi; re è colui il quale alcuna cosa non teme da non temere». Dalle quali parole possiam comprendere quanti sieno oggi quegli li quali degnamente si possano tenere re. Non sono adunque re questi cotali che re si tengono, anzi son tiranni.

E però meritamente séguita che questi cotali, che re si tengono perché posson far male quando vogliono, «Che qui staranno, come porci, in brago»; e meritamente, accioché nel brago e nella bruttura riconoscano i mali usati splendori nella vita presente; e, che ancora piú vituperevole fia, morranno «Di sé lasciando», in questa vita, «orribili dispregi», cioè memoria di cose orribili e meritamente da dispregiare, state operate per loro.

«Ed io:—Maestro». Qui comincia la quarta particola della seconda parte principale di questo canto, nella quale lʼautor discrive come, secondo il suo desiderio, vide straziare allʼanime dannate quello pien di fango che davanti gli sʼera parato. E primieramente apre il suo desiderio a Virgilio, dicendo: «Ed io:—Maestro, molto sarei vago Di vederlo attuffare», costui, il qual tu mi diʼ che fu persona orgogliosa (e questa vaghezza par che sia generale in ciascuno virtuoso uomo, di vedere glʼincorreggibili punire), «in questa broda». Il proprio significato di «broda», secondo il nostro parlare, è quel superfluo della minestra, il qual davanti si leva a coloro che mangiato hanno: ma qui lʼusa lʼautore largamente, prendendolo per lʼacqua di quella padule mescolata con loto, il quale le paduli fanno nel fondo, e percioché cosí son grasse e unte come la broda.

«Anzi che noi uscissimo del lago»,—cioè di questa padule. È il «lago» una ragunanza dʼacque, la quale in luoghi concavi tra montagne si fa, per lo non avere uscita; ed è in tanto differente dal padule, in quanto il lago ha grandissimo fondo ed hal buono, ed è in continuo movimento; per le quai cose lʼacqua senza corrompersi vi si conserva buona; dove la padule ha poco fondo e cattivo, ed è oziosa. Pone adunque qui lʼautore il vocabolo del «lago» per lo vocabolo della «padule», usando la licenza poetica, e largamente parlando.