Appresso questo risponde Virgilio ad una questione, la quale esso medesimo muove, dicendo: «E se pur fûr», costoro deʼ quali noi parliamo, «dinanzi al cristianesmo», cioè avanti che Cristo per le sue opere e per li suoi ammaestramenti introducesse questa fede, e mostrasse il battesimo essere necessario a volere aver vita eterna; perciò son perduti, perché «Non adorar debitamente Iddio». E in tanto non lʼadoraron debitamente, in quanto non dirittamente sentivano di Dio, cioè lui essere una deitá in tre persone, lui dover venire a prendere carne per la nostra redenzione; non sentirono deʼ comandamenti dati da lui al popol suo, neʼ quali, ben intesi, stava la salute di coloro, li quali avanti alla sua incarnazione furono suoi buoni e fedeli servidori; ma adoravano Iddio secondo loro riti, del tutto deformi al modo nel quale Iddio voleva essere adorato e onorato. «E di questi cotai», cioè che dinanzi al cristianesimo furono, «son io medesmo»: percioché Virgilio, si come in libro Temporum dʼEusebio si comprende, avanti la predicazion di Cristo e il battesimo da lui introdotto morí, nel torno di quarantacinque anni; [né della venuta di Cristo nella Vergine, per quello che comprender si possa, sentí alcuna cosa: come che santo Augustino, in un sermone Della nativitá di Cristo, scriva lui avere la venuta di Cristo profetata neʼ versi scritti nella quarta egloga della sua Buccolica, dove dice:

Ultima Cumaei venit iam carminis aetas:
magnus ab integro saeclorum nascitur ordo.
Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna:
iam nova progenies caelo delabitur alto.

Deʼ quali versi alcun santo non sente quello che forse vuole pretendere santo Augustino; e, se pure son di quegli che ʼl sentono (e per avventura santo Augustino medesimo), non credono lui avere inteso quello che esso medesimo disse, se non come fece Caifas, quando al popolo giudaico disse, per Cristo giá preso da loro, che «bisognava che uno morisse per lo popolo, accioché tutta la gente non perisse». Non adunque sentí Virgilio di Dio, come sentir si volea a chi volea avanti al cristianesmo salvarsi.]

«Per tai difetti», cioè per cose omesse, non per cose commesse, o vogliam dire per non avere avuto battesimo e per non aver debitamente adorato Iddio; «e non per altro rio», cioè per avere contro alle morali o naturali leggi commesso; «Semo perduti», cioè dannati a non dovere in perpetuo vedere Iddio; «e sol di tanto offesi, Che senza speme vivemo in disio»:—il quale disio non è altro che di vedere Iddio, nel quale consiste la gloria deʼ beati. E come che molto faticosa cosa sia il ferventemente disiderare, è, oltre a ciò, quasi fatica e noia importabile lʼardentemente disiderare e non conoscere né avere speranza alcuna di dover potere quello, che si disidera, ottenere: e perciò, quantunque prima facie paia non molto gravosa pena essere il disiderare senza sperare, io credo chʼella sia gravissima; e ancora piú se le aggiugne di pena, in quanto questo disiderio è senza alcuna intermissione. «Gran duol mi prese al cuor quando lʼintesi», sí per Virgilio, e sí ancora «Peroché gente di molto valore», stati intorno agli esercizi temporali, «Conobbi», non qui, ma nel processo, quando coʼ cinque savi entrò nel castello sette volte cerchiato dʼalte mura, «che in quel limbo», cioè in quello cerchio superiore, vicino alla superficie della terra (chiamano gli astrologi un cerchio dello astrolabio, contiguo alla circunferenza di quello, e nel quale sono segnati i segni del zodiaco e i gradi di quegli, «limbo»; dal quale per avventura gli antichi dinominarono questo cerchio, percioché quasi immediatamente è posto sotto la circunferenza della terra), «eran sospesi», dallʼardore del lor desiderio.

—«Dimmi, maestro mio». Qui, dissi, cominciava la seconda particella della prima parte della seconda division principale, nella quale lʼautore muove una questione a Virgilio, ed esso gliele solve. Dice adunque: «Dimmi, maestro mio, dimmi, signore».—Assai lʼonora lʼautore per farselo benivolo, accioché egli piú pienamente gli risponda, che fatto non avea alla dimanda fattagli nel precedente canto: dopo la quale alcuna altra, che questa, infino a qui fatta non gli avea. [Ed intende, in questa domanda, non di voler sapere deʼ santi padri che da Cristo ne furon tratti, che dobbiam credere il sapea, ma per ciò fa la domanda, per sapere se in altra guisa che in questa, cioè che fatta fu per la venuta di Cristo, alcun altro nʼuscí mai: quasi per questo voglia farsi benivolo Virgilio, dandogli intenzione occultamente che, se alcuna altra via che quella che da Cristo tenuta fu, vi fosse, egli sʼingegnerebbe dʼadoperare di farne uscir lui e di farlo pervenire a salute.] «Cominciaʼ io, per volere esser certo Di quella fede, che vince ogni errore», cioè per sapere se quello era stato che per la nostra fede nʼè porto, cioè che Cristo scendesse nel limbo e traessene i santi padri. [Il che, quantunque creder si debba senza testimonio ciò che nella divina Scrittura nʼè scritto, son nondimeno di quegli che stimano potersi delle cose preterite domandare. Ma io per me non credo che senza colpa far si possa, percioché pare un derogare alla fede debita alle Scritture; e però cosí le cose passate, come quelle che venir debbono, senza cercarne testimonianza dʼalcuno, si vogliono fermamente credere e semplicemente confessare].—«Uscicci mai», di questo luogo, «alcuno, o per suo merto», cioè per lʼavere con intera pazienza lungamente sostenuta questa pena, o per lʼavere sí nella mortal vita adoperato, che egli dopo alcuno spazio di tempo meritasse salute: «O per lʼaltrui», opera, [o fatta o che far si possa per lʼavvenire,] «che poi fosse beato?»—uscendo di qui e sagliendo in vita eterna.

«Ed eʼ», cioè Virgilio, «che ʼntese il mio parlar coverto», cioè intorno a quella parte, per la quale io, tacitamente intendendo, faceva la domanda generale, «Rispose:—Io era nuovo in questo stato». Dice «nuovo» per rispetto a quegli che forse migliaia dʼanni vʼerano stati, dovʼegli stato non vʼera oltre a quarantotto anni; percioché tanti anni erano passati dopo la morte di Virgilio, infino alla passion di Cristo, nel qual tempo quello avvenne che esso dee dire, cioè «Quando ei vidi venire», in questo luogo, «un possente», cioè Cristo, il quale Virgilio non nomina percioché nol conobbe. E meritamente dice «possente», percioché egli per propria potenza aveva quel potuto fare, che alcun altro non poté mai, cioè vincere la morte e risuscitare; avea vinta la potenza del diavolo, oppostasi alla sua entrata in quel luogo. Ed era, questo possente, «Con segno di vittoria incoronato». Non mi ricorda dʼavere né udito né letto che segno di vittoria Cristo si portasse al limbo, altro che lo splendore della sua divinitá; il quale fu tanto, che il luogo di sua natura oscurissimo egli riempiè tutto di luce: donde si scrive che «habitantibus in umbra mortis lux orta est eis».

«Trasseci lʼombra del primo parente», cioè dʼAdamo. [Adamo fu, sí come noi leggiamo nel principio quasi del Genesi, il primiero uomo il sesto di creato da Dio, e fu creato del limo della terra in quella parte del mondo, secondo che tengono i santi, che poi chiamata fu il «campo damasceno». Ed essendo da Dio la statura sua fatta di terra, gli soffiò nel viso, e in quel soffiare mise nel petto suo lʼanima dotata di libero arbitrio e di ragione, per la quale egli, il quale ancora era immobile ed insensibile, divenne sensibile e mobile per se medesimo; e secondo che i santi credono, egli fu creato in etá perfetta, la quale tengono esser quella nella quale Cristo morí, cioè di trentatré anni. E lui cosí creato e fatto alla immagine di Dio, in quanto avea in sé intelletto, volontá e memoria, il trasportò nel paradiso terrestro, dove essendosi addormentato, nostro Signore non del capo né deʼ piedi, ma del costato gli trasse Eva, nostra prima madre, similemente di perfetta etá. La quale come Adamo desto vide, disse:—Questa è osso dellʼossa mie, e per costei lascerá lʼuomo il padre e la madre, ed accosterassi alla moglie.—La qualʼè tratta dal suo costato, per darne ad intendere che per compagna, non per donna né per serva dellʼuomo, lʼavea prodotta Iddio; e ad Adamo non per sollecitudine perpetua e guerra senza pace e senza triegua, come lʼodierne mogli odo che sono, ma per sollazzo e consolazione a lui la diede. E comandò loro che tutte le cose, le quali nel paradiso erano, usassero, si come produtte al lor piacere, ma del frutto dʼuno albero solo, il qual vʼera, cioè di quello «della scienza del bene e del male», sʼastenessero, percioché, se di quello gustassero, morrebbero: e quindi in cosí bello e cosí dilettevale luogo gli lasciò nelle lor mani. Ma lʼantico nostro nimico, invidioso che costoro prodotti fossero a dover riempiere quelle sedie, le quali per la ruina sua e deʼ suoi compagni evacuate erano, presa forma di serpente, disse ad Eva che, sʼella mangiasse del frutto proibito, ella non morrebbe, ma sʼaprirebbero gli occhi suoi e saprebbe il bene e il male e sarebbe simile a Dio. Per la qual cosa Eva, mangiato del frutto proibito, e datone ad Adamo, incontanente sʼapersero gli occhi loro, e cognobbero che essi erano ignudi: e fattesi alcune coperture di foglie di fico davanti, si nascosero per vergogna; e quindi, ripresi da Dio, furono cacciati di paradiso, e, nelle fatiche del lavorio della terra divenuti, ebbero piú figliuoli e figliuole. Ultimamente Adamo, divenuto vecchio, dʼetá di novecentotrenta anni si morí.]

[Ma qui son certo si moverá un dubbio, e dirá alcuno:—Tu hai detto davanti che ciò, che Iddio crea senza alcun mezzo, è perpetuo; Adam fu creato da Dio senza alcun mezzo; come dunque non fu immortale?—A questo si può in questa forma rispondere: egli è vero che ciò, che Iddio senza mezzo crea, è perpetuo; ma è questo da intendere delle creature semplici, sí come furono e sono gli angioli, li quali sono semplicemente spiriti, come sono i cieli, le stelle, gli elementi, li quali tutti sono di semplice materia creati: ma lʼuomo non fu cosí; anzi fu creato di materia composta, sí come è dʼanima e di corpo, e perciò non è perpetuo come sono le predette creature.—Ma quinci può sorgere unʼaltra obiezione, e dirsi: egli è vero che lʼuomo è composto dʼanima e di corpo, e queste due cose amendue furon create da Dio; perchʼè dunque lʼanima perpetua, e ʼl corpo mortale? Dirò allora lʼanima essere stata da Dio composta di materia semplice, come furon gli angioli, ma il corpo non cosí; percioché non fu composto del semplice elemento della terra, senza alcuna mistura dʼaltro elemento, sí come dʼacqua: percioché della terra semplice non si sarebbe potuta fare la statura dellʼuomo, fu adunque fatta del limo della terra, avente alcuna mistura dʼacqua. Non che io non creda che a Dio fosse stato possibile averlo fatto di terra semplice, il quale di nulla cosa fece tutte le cose, ma la commistione deʼ corpi ne mostra quegli essere stati fatti di materia composta: e perciò, quantunque in perpetuo viva lʼanima, non séguita il corpo dovere essere perpetuo. Sarebbon di quegli che alla obiezione prima risponderebbono: Adamo aversi questa corruzione e morte deʼ corpi con la inobbedienza acquistata, avendolo Domeneddio, avanti il peccato, fatto accorto. Ma potrebbe qui dire alcuno: Adam peccò, e di perpetuo divenne mortale; gli angioli che peccarono, perché non divenner mortali? Alla quale obiezione è assai risposto di sopra: percioché, di semplice materia creati, non posson morire, se non come lʼanima nostra, la quale, quantunque peccasse col corpo dʼAdamo, non però la sua perpetuitá perdé, ma perdella il corpo, al quale, sí come a cosa atta a ricevere la morte, ella era stata minacciata da Dio. Ma questa è materia da molto piú sublime ingegno che il mio non è, e perciò, per la vera soluzione di tanto dubbio, si vuole ricorrere, aʼ teologi ed aʼ sufficientissimi litterati, la scienza deʼ quali propriamente dintorno a cosí fatte quistioni si distende.]

«DʼAbél, suo figlio», cioè dʼAdam. Questi si crede che fosse il primiero uomo che morí, ucciso da Cain suo fratello per invidia. Leggesi nel Genesi Caino, il quale fu il primo figliuolo dʼAdam, essersi dato allʼagricoltura, e Abél, similmente figliuol dʼAdam e che appresso a Cain nacque, essere divenuto pastore: ed avendo questi due cominciato a far, prima che alcuni altri, deʼ frutti delle loro fatiche sacrificio a Dio, era costume di Cain, per avarizia, quando eran per far sacrificio, dʼeleggere le piú cattive biade, o che avessero le spighe vòte, o che fossero per altro accidente guaste, e di quelle sacrificare. Per la qual cosa non essendo il suo sacrificio accetto a Dio, come in quelle il fuoco acceso avea, incontanente il fummo di quel fuoco non andava diritto verso il cielo, ma si piegava e andavagli nel viso. Abél in contrario, quando a fare il sacrificio veniva, sempre eleggeva il migliore e il piú grasso agnello delle greggi sue, e quello sacrificava: di che seguiva che, essendo il sacrificio dʼAbél accetto a Dio, il fummo dello olocausto saliva dirittamente verso il ciclo. La qual cosa vedendo Caino, c avendone invidia, cominciò a portare odio al fratello; e un dí, con lui insieme discendendo in un loro campo, non prendendosene Abél guardia, Caino il ferí in su la testa dʼun bastone ed ucciselo.

«E quella di Noé». Dispiacendo a Domeneddio lʼopere degli uomini sopra la terra, e per questo essendo disposto a mandare il diluvio, conoscendo Noé essere buono uomo, diliberò di riservar lui, e tre suoi figliuoli e le lor mogli, e ordinògli in che maniera facesse unʼarca e come dentro vʼentrasse, e similemente quanti e quali animali vi mettesse; e, ciò fatto, mandò il diluvio, il quale fu universale sopra ogni altezza di monte, e tra ʼl crescere e scemare perseverò nel torno di dieci mesi. Ed essendo pervenuta lʼarca, la qual notava sopra lʼacque, sopra le montagne dʼErmenia, e non movendosi piú per lʼacque che scemavano, aperta una finestra, la quale era sopra lʼarca, mandò fuori il corvo: il qual non tornando, mandò la colomba, e quella tornò con un ramo dʼulivo in becco: per la qual cosa Noé conobbe che il diluvio era cessato, e, uscito fuori dellʼarca, fece sacrificio a Dio. E appresso piantò la vigna, della qual poi nel tempo debito ricolto del vino, inebriò, e, addormentato nel tabernacolo suo, fu da Cam suo figliuolo trovato scoperto. Il quale, di lui beffatosi, il disse aʼ fratelli, a Sem e a Iafet, li quali, portato un mantello, ricopersero il padre; ed egli poscia, desto e risaputo questo, maladisse Cam. Ed essendo vivuto novecentocinquanta anni nella grazia di Dio, passò di questa vita.