È materialmente sicuro che nessuno dei quattro codici è copia dell’altro, perché le molte omissioni, che tutti presentano (e che si spiegano quasi sempre pel ritorno della stessa parola a poche righe di distanza nella stessa colonna), non hanno riscontro a volta a volta negli altri tre.
M1 e R presentano una maggiore conformitá esteriore, perché recano chiose a margine e numeri progressivi delle lezioni, che mancano in M2 e S; ma l’insieme dell’analisi porta a credere che sian tutti e quattro apografi di quel medesimo «originale», dal quale M1 esplicitamente si afferma copiato a p. 71, e al quale si riferisce M2 a c. 27 r, col. 2a, allo stesso proposito del precedente, cioè per giustificare come la digressione sulla «fama» (pres. ediz., I, 215-217) non fosse stata copiata a suo posto[6].
Altre prove piú o meno esplicite[7] dan modo di constatare che l’«originale» presentava frequenti aggiunte in calce o a margine o forse in intere pagine intercalate, le quali aggiunte non sempre conformemente i vari codici hanno inserito a loro posto, e talun d’essi ha talvolta trascurato.
Son tutti maravigliosamente scorretti, nei nomi, nelle date, nelle citazioni latine, che l’amanuense di M2, che sapeva poco di grammatica, sopprime addirittura, o taglia, o riduce male in italiano. La morfologia verbale e la fonetica son trattate individualmente a capriccio. Eppure, nonostante ciò, l’assiduo, paziente e accorto confronto dei quattro codici consente di ricostruire il testo dell’«originale» con abbastanza genuinitá e fedeltá.
Senonché io mi sono dovuto persuadere che di tale «originale» i «24 quaderni» e i «14 quadernetti», ne’ quali il B. lasciò, morendo, la contrastata ereditá delle sue lezioni di Santo Stefano di Badia, rappresentano una parte soltanto. Tutto il resto, che estensivamente può sommare a poco meno che altrettanto, è sviluppo di rimandi al proprio scritto biografico su Dante, che il B. lasciò segnati sull’autografo, e di altri consimili e piú numerosi rimandi alle proprie opere di erudizione, interpetrati con larghezza eccedente il proposito e con intelligenza inadeguata; è svolgimento di appunti e compimento di ragionamenti avviati; sono chiose teologiche e di dottrina chiesastica, per le quali non pare che il B. avesse né competenza né gusto; son tratti cavati da Eusebio, da Giustino, dal lessico di Papia e da altri volumi in uso nelle scuole; sono (e qui segnatamente è caduta in inganno la critica di questo testo nostra e straniera) pagine ricavate da altri commentatori di Dante, posteriori al Boccaccio.
Una somma di prove e di indizi giustifica ed avvalora questa concezione: chiose duplicate e contrastanti; brani che si inseriscono senza alcun legame, tolti i quali il filo del ragionamento ripiglia; errori di traduzione letteralmente meccanica attraverso le cattive e spesso farraginose riduzioni dal De genealogiis, De casibus virorum illustrium, De claris mulieribus, De montibus, silvis, fontibus; altri volgari errori di traduzione e fraintendimento di testi quali l’Epistola a Can Grande, articoli dell’Elementarium di Papia, ecc.; guasti dell’armonia della forma e alterazioni, scomposizione e disorganizzazione del pensiero nelle pagine desunte dallo scritto biografico su Dante[8]. Nel caso delle interferenze con altri commentatori (che son poi il Buti, Filippo Villani e l’Anonimo fiorentino), un’analisi stilistica non superlativamente difficile, né, io credo, leggermente opinabile, porta a constatare che vi mancano i modi e le forme del Boccaccio e vi si ritrovano invece i modi e le forme di quegli altri scrittori, piú o meno alterate, piú o meno peggiorate. Esempio tipico è quello del bravo e onesto Da Buti, che nella pagina che cita dal Boccaccia sul nome di Commedia (la qual pagina nel testo del proemio del Boccaccio, quale ora è, non s’innesta grammaticalmente, ma emerge per forma, per dottrina e per organismo di pensiero), rimane, come doveva rimanere, inferiore al modello, mentre ragiona meglio e in piú bei periodi nelle altre pagine che confrontano e che non sono citate come desunte dal Boccaccio[9]. Filippo Villani trasse dal De Genealogiis, com’egli attesta citandolo, molte pagine e le ridusse ad uso di proemio al commento del primo canto dell’Inferno; e queste, con altre sue pagine, si ritrovano nel Comento, ch’egli non cita, e ch’è legittimo sospettare che non abbia conosciuto mai direttamente, perché niente ne imparò. Le lezioni errate dell’Epistola a Can Grande, che sono nel suo scritto[10], si ritrovan pure nel Comento, con altri errori di versione che, se dovessero essere imputati al Boccaccio, porterebbero a questa conclusione: ch’egli, traducendo in italiano, non s’accorgeva di dire spropositatamente pensieri consacrati in chiara dizione latina nella sua maggior opera di cultura. Le pagine che raffrontano tra il proemio dell’Anonimo (ch’è, si noti, uno scritto «composito» nettamente diviso in due parti) e quello del Boccaccio, sono, direi, senza stile, le une e le altre; potrá cercarsi se quelle raffazzonature (come la storia di «guelfo e ghibellino» a pp. 51-53 del III vol.) derivino da una fonte comune ad entrambi i testi.—Esaminando sui codici quei tratti che per un motivo o per l’altro dánno piú grave ragione di sospetto, si trova che le aggiunte materialmente comprovate e riconosciute per dichiarazioni esplicite (vedi sopra) O per via di confronti (omissioni e spostamenti) vi corrispondono tutte: e ciò vorrá dire che nell’originale quei tratti non s’inserivano nel testo; e dove manchi la prova materiale dell’aggiunta, si trova d’ordinario che quei tratti son piú scorretti, con varianti piú frequenti, con una fonetica e una morfologia piú del consueto irriducibili: la qual cosa stará a significare o un’altra mano di scrittura nell’originale o per lo meno una scrittura che riusciva per qualsivoglia cagione (perché piú minuta, o piú trascurata, o interposta) meno nitida.
Sulla scorta di tal somma di prove e di indizii, scartate altre ipotesi, io mi son formata la convinzione che allo stato presente del testo del Comento si sia arrivati attraverso due momenti costitutivi ben distinti:
1o Autografo del Boccaccio, tal quale è presumibile che fosse nella sua prima stesura, con le inevitabili correzioni, sostituzioni ed aggiunte interlineari o a margine o in calce di uno scritto di primo getto; e inoltre con molti rimandi ad altri scritti, specialmente propri, con pensieri e ragionamenti svolti soltanto parzialmente o accennati per tracce e sommari, dato che lo scopo era di preparazione a pubbliche lezioni;