E accioché pienamente s’abbia lo ’ntelletto della risposta che l’autore fa, è da sapere che, avendo il comun di Firenze guerra col comun di Siena, si fece per opera di messer Farinata, il quale allora era uscito di Firenze, che il re Manfredi mandò in aiuto del comun di Siena il conte Giordano con ottocento tedeschi, li quali avendo, tenne messer Farinata segreto trattato con piú cittadini ghibellini e altri, co’ quali compose quello che poi seguí, come si dirà appresso. Poi con astuzia mandati frati minori, con falsa informazione data loro, agli anziani di Firenze, e loro per parte di coloro, che luogo di comun teneano in Siena, mostrando di dover dar loro una porta di Siena, se ad oste v’andassero; trassero i fiorentini con ogni loro sforzo fuori della cittá, sotto titolo di andare a fornire Monte Alcino, e pervennero infino a Monte Aperti in Val d’Arbia: dove, contro all’opinion di tutti, usciti loro allo ’ncontro i sanesi co’ tedeschi del re Manfredi, e molti dell’oste de’ fiorentini, secondo che con messer Farinata erano in concordia, partitisi dell’oste de’ fiorentini, entrarono in quella de’ sanesi. Di che quantunque sbigottissero i fiorentini, nondimeno, fatte loro schiere, s’avvisarono con la gente de’ sanesi; ed essendo giá la battaglia cominciata, messer Bocca Abati, il quale era di quegli che con messer Farinata sentiva, accostatosi a messer Iacopo del Vacca de’ Pazzi di Firenze, il qual portava l’insegna del comune, levata la spada, ferí il detto messer Iacopo e tagliògli la mano, di che convenne la ’nsegna cadesse; per la qual cosa i fiorentini del tutto rotti, senza segno e senza consiglio, furono sconfitti, e molta gran quantitá di loro e di loro amici furono in quella sconfitta uccisi; il sangue de’ quali n’andò infino in un fiume ivi vicino chiamato Arbia; e ciò fu a dí 4 di settembre 1260. La qual cosa saputa poi pienamente per tutti, fu ed è cagione che, tornati i guelfi in Firenze, mai della famiglia degli Uberti alcuna cosa si volesse udire, se non in disfacimento e distruzion di loro. E per queste cose state per opera di messer Farinata fatte, dice l’autore che fece «l’Arbia colorata in rosso» del sangue de’ fiorentini.
[Lez. XLI]
E séguita: «Poi ch’ebbe, sospirando, il capo scosso», come color fanno li quali minacciano,—«A ciò non fu’ io sol—disse», cioè a far questi trattati contro al comun di Firenze; quasi voglia dire: comeché contro alla mia famiglia s’adoperi o procuri ogni disfacimento, e non contro agli altri, che ad adoperar questo fûr meco;—«né certo, Senza cagion con gli altri», che a ciò tennero, «sarei mosso», a dover far quel che si fece: vogliendo per questo intendere che il comun di Firenze, il quale il teneva fuori di casa sua, gli dava giusta cagione d’adoperare ciò che per lui si poteva, per dover tornare in casa sua. Poi segue: «Ma fu’ io sol colá, dove sofferto», cioè acconsentito, «Fu per ciascun», fiorentino che a quello ragionamento si trovò, «di tôrre via Fiorenza», cioè di disfarla, «Colui che la difesi a viso aperto», che essa non fosse disfatta: volendo per questo atto dire che egli e’ suoi dovrebbono sempre esser cari e a grado al comun di Firenze, piú che alcuni altri cittadini.
È il vero che, poi che i ghibellini furon tornati in Firenze per la sconfitta ricevuta a Monte Aperti, e i guelfi partitisi di quella, si ragunarono ad Empoli ambasciadori e sindachi di tutte le terre ghibelline di Toscana, e molti altri nobili uomini ghibellini, e cosí ancora piú gran cittadini di Firenze, per dovere riformare lo stato di parte ghibellina, e far lega e compagnia insieme a dover contrastare a chiunque contro a quella volesse adoperare; e tra l’altre cose che in quello ragunamento furono in bene di parte ghibellina ragionate, fu che la cittá di Firenze si disfacesse e recassesi a borghi, accioché ogni speranza si togliesse a’ guelfi di mai dovervi ritornare; e ciò era generalmente per tutti consentito, e ancora per li fiorentini che v’erano, fuor solamente per uno: e questi fu messer Farinata, il quale, levatosi ritto, con molte e ornate parole contradisse a questo, dicendo, nella fine di quelle, che, se altri non fosse che ciò vietasse, esso sarebbe colui che con la spada in mano, mentre la vita gli bastasse, il vieterebbe a chi far lo volesse. Per le quali parole, avendo riguardo all’autoritá di tanto cavaliere, e ancora alla sua potenza, fu il ragionamento di ciò lasciato stare.
—«Deh! se riposi mai». Qui comincia la sesta particella della terza parte di questo canto, nella quale l’autor muove un dubbio a messer Farinata, ed egli gliele solve. Dice adunque cosí:—«Deh! se riposi mai vostra semenza»,—cioè i vostri discendenti; e in queste parole alquanto capta la benivolenza di messer Farinata, accioché piú benivolmente gli sodisfaccia di quello di che intende di domandarlo: «Prega’ io lui,—solvetemi quel nodo», cioè quel dubbio, «Che qui ha inviluppata mia sentenza», cioè il mio giudicio, in tanto che io non ne posso veder quello che io disidero. «El par che voi», cioè anime dannate, «veggiate, se ben odo» quello che voi m’avete detto, e comprendo quello di che messer Cavalcante mi domandò; veggiate «Dinanzi», cioè preveggiate, «quel che ’l tempo seco adduce», nel futuro, «E nel presente» tempo, «tenete altro modo»,—in quanto non par che cognosciate né veggiate le cose presenti. E questo dice, percioché messer Farinata gli avea detto che, avanti che quattro anni fossero, egli sarebbe cacciato di Firenze, in che si dimostra loro veder le cose future; e messer Cavalcante l’avea domandato se il figliuolo vivea, in che si dimostra che essi non conoscono le cose presenti.
E messer Farinata gli risponde:—«Noi veggiam come quei c’ha mala luce, Le cose,—disse,—che ne son lontano». Suole questo vizio avvenire agli uomini quando vengono invecchiando, per omori li quali vengon dal cerebro, ed essendo nell’occhio, per la vicinanza loro alla virtú visiva, alquanto l’occupano intorno alla vista delle cose propinque; ma, come la virtú visiva si stende piú avanti, e lontanasi dall’adombrazion dell’omore, tanto men mal vede, e con piú sinceritá riceve le forme obiette. Cosí adunque i dannati, offuscati dalla propinquitá della caligine infernale, non posson le cose propinque vedere; ma, ficcando con la meditazione l’acume dello ’ntelletto per le cose superiori, veggion le piú lontane. E come queste possan vedere o no, quello che per Tullio se ne tiene è dimostrato nel precedente canto, dove l’autore induce Ciacco a predire quello che esser deve della «cittá partita». E séguita: «Cotanto», quanto odi, «ancor ne splende», cioè presta di luce, «il sommo Duce», cioè Iddio, senza la grazia del quale alcuna cosa non si può fare. «Quando s’appressan», le cose future, «n’è del tutto vano Nostro intelletto». in quanto niuna cosa ne conosciamo; «e s’altri», o demonio o anima che tra noi discenda, «non ci apporta», vegnendo dell’altra vita, e di quella ci dica novelle, «Nulla sapem di vostro stato umano», cioè di cosa che lassú si faccia. «Però comprender puoi», da ciò ch’io ti dico, «che tutta morta, Fia nostra conoscenza da quel punto, Che del futuro fia chiusa la porta»,—cioè dal dí del giudicio innanzi; percioché allora seranno serrate tutte quelle arche con i loro coperchi, e non saranno piú uomini, se non o dannati o beati, de’ quali niuno fará transito l’uno all’altro; né si faranno sopra la terra alcune operazioni, le quali eziandio gli spiriti dannati possano laggiú riportare; [anzi, secondo tengono i santi, gli spiriti maladetti, de’ quali tutto questo caliginoso aere è pieno, saranno tutti rinchiusi e serrati nel profondo dello ’nferno.]
«Allor, come di mia». Qui comincia la settima particula di questa terza parte principale, nella quale l’autore scrive quello che a messer Farinata dicesse che dicesse a quello spirito caduto, e dice: «Allor, come di mia colpa compunto», cioè pentuto di ciò che io non aveva prestamente risposto a messer Cavalcante, che il figliuol vivea; «Diss’io:—Or dicerete a quel caduto», cioè a messer Cavalcante, «Che ’l suo nato», cioè Guido Cavalcanti, «è tra’ vivi», di questa mortal vita, «ancor congiunto», e perciò ancora vive; «E s’io fu’ dianzi», quando me ne domandò, «alla risposta muto», cioè in quanto tacendo non gli risposi, «Fat’ei saper che ’l fe’, perché pensava Gia nell’error che m’avete soluto»,—qui poco di sopra.
«E giá il maestro mio mi richiamava; per ch’io pregai lo spirito», di messer Farinata, «piú avaccio», piú tosto, «Che mi dicesse chi con lui stava», in quell’arca.
«Dissemi:—Qui con piú di mille giaccio», quasi voglia dire con infiniti. «Qua dentro», in quest’arca, «è il secondo Federico».
Questo Federigo fu figliuolo d’Arrigo sesto imperadore e nepote di Federigo Barbarossa. Il quale Arrigo per introdotto d’alcuni suoi amici, essendo senza donna, prese con dispensazion della Chiesa per moglie Gostanza, figliuola che fu del buon re Guglielmo di Cicilia, la quale era monaca e giá d’etá di cinquantasei anni, ed ébbene in dota il reame di Cicilia, il quale allora teneva Tancredi (il quale fu de’ discendenti del re Ruggieri, ed era male in concordia con la Chiesa), e dopo lui rimase ad un suo figliuolo chiamato Guglielmo, contro al quale andò il detto Arrigo imperadore, e per tradimento il prese, e rimase libero signor del reame. E della detta Gostanza generò un figliuolo, il qual fu quel Federigo del qual diciamo. E, morendo la detta Gostanza pochi anni appresso la nativitá del figliuolo, lui lasciò nelle braccia e nella guardia della Chiesa, la quale con diligenza l’allevò, e come ad etá perfetta divenne, gli diede la possessione del reame di Cicilia, e non passò guari di tempo che, fattolo eleggere, il coronò imperador di Roma.