CANTO DECIMOPRIMO
[Lez. XLII]
«In su l’estremitá d’un’alta ripa», ecc. Continuasi l’autore nel principio di questo canto alla fine del precedente, come è usato infino a qui di fare, e dimostra dove, seguendo Virgilio, pervenisse; il quale è di sopra detto che, lasciando il muro della terra, cominciò ad andar per lo mezzo. E dividesi il presente canto in sette parti: nella prima discrive il luogo dove pervenuti si fermarono e quel che vi trovarono; nella seconda discrive l’autore distintamente tutta la esistenza dello ’nferno, e ancora le qualitá de’ peccatori, le quali deono, procedendo, trovare; nella terza muove l’autore un dubbio a Virgilio, perché piú i peccatori, che ne’ seguenti cerchi sono, sieno puniti dentro alla cittá di Dite, che quegli de’ quali di sopra ha parlato; nella quarta Virgilio, dimostrandogli la cagione, gli solve il dubbio; nella quinta muove l’autore un altro dubbio a Virgilio; nella sesta Virgilio solve il dubbio mossogli; nella settima Virgilio sollecita l’autore a seguitarlo. E comincia la seconda quivi: «Lo nostro scender»; la terza quivi: «Ed io:—Maestro»; la quarta quivi: «Ed egli a me»; la quinta quivi:—«O sol, che sani»; la sesta quivi:—«Filosofia»; la settima quivi: «Ma seguimi oramai». Cominciando adunque alla prima, dice che pervennero, andando come nella fine del precedente canto ha detto, «In su l’estremitá d’un’alta ripa». «Ripa» è, o artificiale o naturale ch’ella sia, o terreno o pietre, la quale da alcuna altezza discenda al basso, sí diritta che o non presti, o presti con difficultá la scesa per sé di quell’altezza al luogo nel quale essa discende, sí come in assai parti si vede ne’ luoghi montuosi naturalmente essere, o come per fortificamento delle castella e delle cittá gli uomini artificiosamente fanno. E poi séguita: «Che», questa alta ripa, «facevan gran pietre rotte in cerchio», e però appare che non artificialmente fatta, ma per accidente era ruinata; ed erano le pietre «rotte in cerchio», per la qualitá del luogo ch’è ritondo, sí come piú volte è stato dimostrato; «Venimmo» dopo l’essere alquanto andati, «sopra piú crudele stipa». Intende qui l’autore per «stipa» le cose stipate, cioè accumulatamente poste, sí come i naviganti le molte cose poste ne’ lor legni dicono «stivate»; e da questo modo di parlare prendendo l’autore qui forma, vuol che s’intenda che, sotto il luogo dove pervennero, erano stivate grandissime moltitudini di peccatori, in piú crudel pena che quegli li quali infino a quel luogo veduti avea. «E quivi per l’orribile soverchio Del puzzo che ’l profondo abisso», cioè inferno, «gitta», svaporando in su, «Ci raccostammo indietro», accioché men lo sentissimo che standovi dirittamente sopra; e dice s’accostarono «ad un coperchio D’un grand’avello», percioché ancora erano nel cerchio degli eretici, li quali di sopra mostra essere seppelliti in grandissime sepolture ardenti; «ove», cioè al quale avello, «io vidi una scritta», sí come veder si suole nelle sepolture; «Che diceva: ’Anastasio papa guardo’», quasi l’avello parlasse in dimostrazione di chi in lui era seppellito; «Lo qual», Anastasio, «trasse Fotin della via dritta».—Dove è da sapere che questo Anastasio fu di nazione romano, e figliuol d’uno il qual fu chiamato Fortunato, e negli anni di Cristo quattrocentonovantanove fu eletto papa, ma poco tempo visse nel papato; e avendo costui singulare famigliaritá con uno il quale fu chiamato Fotino, e che primieramente era stato diacono di Tessaglia e poi fu fatto vescovo di Gallo-Grecia, una contrada in Asia molto rimota dal mare, fu adunque da questo Fotino corrotto e tratto della cattolica fede, e cadde in una abbominevole eresia, della quale era stato inventore e seminatore uno chiamato Acazio, singulare amico di Fotino. Ed era la eresia questa: che questo Acazio affermava Cristo non essere stato figliuol di Dio, ma di Giuseppo, e ch’esso carnalmente giacendo con la Vergine Maria l’aveva acquistato; e cosí non era vero che la Vergine Maria fosse vergine innanzi il parto e dopo il parto, come i cattolici cristiani fermamente credono. Per la quale eresia il detto Fotino fu dannato e rimosso dalla comunione de’ cristiani. E, volendolo questo papa Anastasio riducere nella comunione cristiana, essendosi contro a ciò levati molti santi padri, e a questo resistendo; avvenne che, essendo il detto papa durato giá un anno e undici mesi e ventitré dí, andato al segreto luogo dove le superfluitá del ventre si dipongono, per divino giudicio, sí come per tutti universalmente si credette, per le parti inferiori gittò e mandò fuori del corpo tutte le interiora, e cosí miseramente nel luogo medesimo spirò. E per questo l’autore estima lui essere stato eretico di quella eresia che detta è, e perciò qui dimostra tra gli altri eretici esser dannato, dicendo lui essere stato da Fotino predetto tratto della «via diritta», cioè della fede cattolica, dalla quale n’è mostrato, e, credendola, siam menati per la diritta via, la quale ne perduce in vita eterna.
«Lo nostro scender convien». Qui comincia la seconda parte di questo canto, nella quale l’autore discrive distintamente la esistenza dello ’nferno, e ancora la qualitá de’ peccatori, li quali deono, procedendo, trovare; e dice: «Lo nostro scender», alle parti inferiori, «convien che sia tardo», cioè adagio; e dimostra la ragion perché, dicendo: «Sí che s’aúsi in prima», che noi vi giugniamo, «un poco il senso», dell’odorato, «Al tristo fiato», cioè puzzo, «e poi» che adusato sará alquanto, «non fia riguardo»,—cioè non bisognerá di molto curarsene, «quia assuetis non fit passio». E nel vero e’ si vuole a cosí fatte cose andar con discrezione, percioché assai giá hanno gravissime alterazioni ricevute per lo entrar subito in luoghi o molto odoriferi o molto fetidi; percioché l’uno e l’altro offende il cerebro forte, quando il senso di colui che entra in essi non è familiare o degli odori o de’ puzzi.
«Cosí il maestro», (supple), disse; «ed io:—Alcun compenso—Dissi lui—truova, che ’l tempo non passi Perduto». Questo fu ottimamente detto, e in ciò ciascuno dovrebbe a suo potere dare opera, cioè di non perder tempo, percioché, secondo che a Seneca piace, di quante cose noi abbiamo nella presente vita, solo il tempo è nostro, tutte l’altre cose sono della fortuna; e perciò con gran sollecitudine dobbiamo adoperare che egli non ci passi tra le mani perduto. «Ed egli», rispuose:—«Vedi ch’a ciò penso». Nelle quali parole si può comprendere la circunspezione del savio uomo, il quale mai alle cose opportune non aspetta d’esser sollecitato: e, fattagli la risposta, tantosto séguita quello che nel pensiero gli è venuto di fare, per non dover perder tempo, e dice:
«Figliuol mio, dentro da cotesti sassi»,—li quali tu puoi veder di sotto da te, «Cominciò poi a dir,—son tre cerchietti», cioè il settimo e l’ottavo e il nono: e chiamali «cerchietti», percioché sono di circúito piccoli a rispetto di quegli di sopra: «Di grado in grado», cioè, discendendo, l’uno appresso l’altro si trovano, «come» trovati hai «quei che lassi», di sopra da noi. «Tutti», questi tre cerchietti, «son pien di spirti maladetti», cioè dannati; «Ma, perché poi ti basti pur la vista», cioè il vedergli, quando ad essi perverremo, «Intendi come e perché son costretti», gli spirti maladetti che dentro vi sono.
«D’ogni malizia ch’odio in cielo acquista». Malizia è di due maniere: o è malizia corporale, o è malizia mentale. Malizia corporale è quella la quale noi generalmente chiamiamo «infermitá o difetto di corpo»; e questa può essere ancora nelle cose insensibili, quando in esse naturalmente è alcun difetto, sí come alcuna volta è in uno albero, il quale nasce torto o noderoso, o con alcuna altra cosa meritamente biasimevole, secondo la sua qualitá. O è malizia d’anima, la qual propriamente è perversitá di pensiero e di disiderio che nelle nostre anime sia; e questa è pessima spezie di malizia, percioché d’essa mai altro che male non nasce, né può nascere. E perciò l’autore mostra di fare questa distinzione nelle sue parole, in quanto dice «d’ogni malizia ch’odio in cielo acquista», intendendo di questa ultima; percioché la prima alcun odio non acquista in cielo, quantunque ella sia in terra in odio a colui che la patisce; e per tanto dice «odio», perché l’operazioni, le quali seguono della malizia delle nostre menti, son malvagie e dispiacciono a Dio, il qual dimora in cielo; e quindi, perduta la sua grazia, meritiamo l’ira sua, la quale, perseverando noi nel male adoperare, diventa odio, se in esso male adoperare senza pentirci moiamo. «Ingiuria è il fine»; percioché quante volte i nostri maliziosi pensieri si mettono ad esecuzione, mai non si mettono se non per fare ingiuria ad alcuna persona; «ed ogni fin cotale», cioè di fare ingiuria ad alcuno, «O con forza o con frode altrui», cioè colui che riceve la ’ngiuria, «contrista», affligge e noia; mostrando in queste parole due essere i modi ne’ quali per la malizia della nostra mente si fa altrui ingiuria, cioè o violentemente o fraudolentemente.
E questo dimostrato, ne chiarisce in qual di questi due modi piú s’offenda Iddio, dicendo: «Ma perché frode è dell’uom proprio male», cioè che in esso si crea, nasce e dilibera, e in questo è «proprio male» dell’uomo; «Piú spiace a Dio», che non spiace la forza, la quale non è proprio male dell’uomo, conciosiacosaché molte cose esteriori siano all’uomo di necessitá per dovere potere usar la forza, le quali se l’uomo non le si sentirá, non si metterá a doverla usare: «e però», che la fraude spiace a Dio piú che la forza, per la ragion detta, «stan di sotto Gli frodolenti», nell’ottavo e nel nono cerchio, li quali sono di sotto al settimo, nel quale intende dimostrare esser posti e dannati coloro, li quali per forza fanno ingiuria ad altrui, «e», percioché si stanno ne’ cerchi piú inferiori, «piú dolor gli assale», cioè sono oppressi da maggior tormenti.
E, detto questo, viene alla prima parte della sua distinzione, cioè a dimostrare in quanti modi e a quante persone si possa fare per forza ingiuria altrui, e questi modi e persone dimostra esser tre: e cosí dimostra il settimo cerchio esser distinto in tre parti come apparirá. Dice adunque: «Di violenti», cioè di coloro li quali con forza fanno altrui ingiuria, «il primo cerchio è tutto», cioè il primo cerchio de’ tre, li quali mostra essere sotto quei sassi, il quale nel numero de’ cerchi dello ’nferno è settimo; e dice, «è tutto», percioché il distingue, come detto è, in tre parti, le quali tutte e tre son piene di violenti.