[Lez. XLIII]
«Ma seguimi oramai». Qui comincia la settima e ultima parte del presente canto, nella quale l’autore discrive per due dimostrazioni l’ora del tempo o del dí. Dice adunque Virgilio, poi che dichiarato ha il dubbio mossogli: «Ma seguimi oramai»; quasi voglia dire: assai abbiam parlato sopra la materia del tuo dubbio; aggiugnendo ancora: «ché ’l gir mi piace». E soggiugne piacergli l’andare per l’ora che era, la qual dimostra primieramente dal luogo del sole, il qual discrive esser propinquo all’orizzonte orientale del nostro emisperio, e cosí essere in sul farsi dí; e dimostralo per questa discrizione: «Che i Pesci guizzan», cioè quel segno del cielo il quale noi chiamiamo «Pesci».
Ad evidenza della qual discrizione è da sapere che tra gli altri cerchi, li quali gli antichi filosofi immaginarono, e per esperienza compresero essere in cielo, n’è uno il quale si chiama «zodiaco»; ed è detto zodiaco da «zoas», quod est «vita», in quanto da’ pianeti, li quali di quel cerchio, movendosi, non escono, prendon vita tutte le cose mortali; ed è questo cerchio non al diritto del cielo, ma alla schisa, in quanto egli si leva dal cerchio chiamato «equante», il qual divide igualmente il cielo in due parti: verso il polo artico ventitré gradi e un minuto, e altrettanto dalla parte opposita declina verso il polo antartico. E questo cerchio divisero gli antichi in dodici parti equali, le quali chiamaron «segni»; percioché in essi spazi figurarono con la immaginazione certi segni o figure, contenuti e distinti da certe stelle da lor conosciute in quel luogo, e quegli nominarono e conformarono a quegli effetti, a’ quali piú inchinevole quella parte del cielo a producere quaggiú tra noi cognobbono; e il primiero nominarono «Ariete», e il secondo «Tauro», e il terzo «Gemini», e cosí susseguentemente infino al dodicesimo, il quale nominaron «Pesci».
È il vero che essi gli discrissero al contrario del movimento del cielo ottavo; e questo fecero, percioché, come il cielo ottavo con tutti gli altri cieli insieme si muove naturalmente da levante a ponente, cosí quegli segni, o l’ordine di quegli, procede da ponente a levante, percioché per esso cerchio, nel quale i predetti segni sono discritti, fanno lor corso tutti e sette i pianeti, e naturalmente vanno da ponente a levante: per la qual cosa segue che, essendo il sole nel segno d’Ariete e surgendo dall’emisperio inferiore al superiore, si leverá prima di lui il segno de’ Pesci, e in esso sará l’aurora; e cosí vuol qui l’autore dimostrare per i Pesci, li quali dice che guizzano, cioè surgono su per l’orizzonte orientale, dimostrar la prossima elevazion del sole, e cosí essere in su il farsi dí. Ma, percioché questa dimostrazione non bastava a dimostrar questo tanto pienamente (e la ragione è perché il segno de’ Pesci potrebbe essere stato in su l’orizzonte occidentale, e cosí dimostrerebbe esser vicino di doversi far notte), aggiunge l’autore la seconda dimostrazione, la quale stante, non può il segno de’ Pesci, essendo in su l’orizzonte, dimostrare altro se non il sole esser propinquo a doversi levare sopra ’l nostro emisperio; e avendo detto: «i Pesci guizzan su per l’orizzonte», cioè su per quel cerchio che divide l’uno emisperio dall’altro, il qual si chiama «orizzonte» (che tanto vuol dire quanto «finitore del nostro vedere», percioché piú oltre veder non possiamo), dice: «E ’l carro tutto sovra il coro giace».
Ad intelletto della qual dimostrazione è da sapere che, comeché il vento non sia altro che un semplice spirito, creato da esalazioni della terra e da fredde nuvole esistenti nell’aere, egli ha nondimeno tanti nomi, quante sono le regioni dalle quali si conosce esser mosso, e quinci molti per molti nomi il nominarono; ma ultimamente pare per l’autoritá de’ navicanti, li quali piú con essi esercitano la loro arte, essere rimasi in otto nomi, e cosí dicono essere otto venti: de’ quali il primo chiamano «settentrione» ovvero «tramontana», percioché da quella plaga del mondo spira verso il mezzodí; il seguente chiamano «vulturno» ovvero «greco», il quale è tra ’l settentrione e ’l levante; il terzo chiamano «euro» o «levante», percioché di levante spira verso ponente; il quarto chiamano «euro auster» ovvero «scilocco», il quale è tra levante e mezzodí; il quinto chiamano «austro» ovvero «mezzodí», percioché dal mezzodí soffia verso tramontana; il sesto chiamano «libeccio» ovvero «gherbino», il quale è tra ’l mezzodí e ’l ponente; il settimo chiamano «zeffiro» ovvero «ponente», percioché di ver’ ponente spira verso levante; l’ottavo chiamano «coro» ovvero «maestro», il quale è tra ponente e tramontana. E chiamasi coro, percioché compie il cerchio, il quale viene ad essere in modo di coro, cioè di quella spezie di ballo il quale è chiamato «corea». Adunque dice l’autore sopra questo coro giacere allora, cioè esser tutto riversato, il carro; la qual cosa mai in quella stagione, cioè del mese di marzo, ad alcuna ora avvenir non può, né avviene, se non quando il sole è vicino a doversi levare; e cosí questa dimostrazione ne fa aver certa fede di quello che intenda l’autore per la primiera.
Ed è questo carro un ordine di sette stelle assai chiare e belle, le quali si giran col cielo, non guari lontane alla tramontana; e per ciò sono chiamate «carro», perché le quattro son poste in figura quadrata a modo che è un carro, e le tre son poi distese, nella guisa che è il timone del carro, fuor del carro. E sono queste sette stelle poste nella figura d’uno animale, il quale gli antichi tra piú altri figurarono, immaginando essere in cielo, chiamato «Orsa maggiore», a differenza d’un’altra Orsa, la quale è ivi propinqua, e chiamasi «Orsa minore»; nella coda della quale è quella stella la qual noi chiamiamo «tramontana».
E, poiché Virgilio gli ha per queste discrizioni mostrato ch’egli è vicino al dí (donde noi possiam comprendere giá l’autore essere stato in inferno presso di dodici ore, percioché egli si mosse in sul far della notte, come nel principio del secondo canto del presente libro appare), ed egli gli soggiugne un’altra cagione, per la quale l’andare omai gli piace, dicendo: «E’l balzo», di questa ripa, «via lá oltre», lontan di qui, «si dismonta»,—volendo per questo, che non sia da star piú, poiché molta via resta ad andare.
In questo canto non è cosa alcuna che nasconda allegoria.