«Ma ficca gli occhi». Qui, finita la seconda parte, comincia la terza del presente canto, nella quale l’autor discrive come Virgilio gli mostrasse un fiume di sangue, e che gente d’intorno v’andasse; e dice che, poi Virgilio gli ebbe mostrata la cagione della ruina di quella roccia, alla quale esso pensava, gli dice: «Ma ficca gli occhi a valle, ché s’approccia La riviera», cioè il fiume o ’l fosso, «del sangue, in la qual bolle»; e questo, percioché quel sangue era boglientissimo; «Qual che per violenza in altrui noccia»,—rubando o uccidendo; e cosí appare questa essere la prima spezie de’ violenti, de’ quali di sopra è detto. La qual riviera del sangue come l’autor vide, cosí contra i vizi, da’ quali si può comprendere questa spezie di violenza esser causata, leva la voce, ed esclamando dice:

«O cieca cupidigia», cioè disiderio d’avere; e cosí apparirá radice di questa colpa, cioè del rubare, essere avarizia; il che assai di sopra, dove dell’avarizia si trattò, fu mostrato, il disordinato appetito d’avere, inducer gli uomini alle violenze e alle ruberie. Poi segue a dimostrarne l’altra radice dell’altra parte della violenza, la qual si fa nel sangue del prossimo, dicendo: «o ira folle», cioè pazza e bestiale, la quale è cagione dell’uccisioni che fanno i rubatori; percioché i rubatori, o da difesa fatta da colui che rubar vogliono, o da alcuna parola loro non grata commossi, vengono all’uccisione, e cosí fanno violenza nelle cose e nelle persone del prossimo. Segue adunque: «Che sí ci sproni»; e questo «sproni», il quale è in numero singulare, si riferisce primieramente a quella prima parte della esclamazione, («O cieca cupidigia»), e poi si riferisce alla seconda parte («o ira folle»), «nella vita corta», cioè in questa vita mortale, la quale, per rispetto della eternitá, quantunque lunghissima fosse, non si potrebbe dire essere un batter di ciglia; «E nell’eterna poi», cioè in quella nella quale, cosí peccando, senza penterci, siamo in eterno supplicio dannati, «sí mal c’immolle», cioè ci bagni, come appare nel tormento de’ miseri, li quali nel sangue bolliti sono. E vogliono alcuni, in questo condolersi, l’autor mostrare d’essere stato di questa colpa peccatore; e però, vedendo il giudicio di Dio, sentirsene per paura compunzione e dolore.

Ma poi che egli ha detto contro a’ due vizi, li quali son cagione della violenza che nelle cose e nella persona del prossimo si commette, ed egli piú appieno discrive la qualitá del luogo, nella quale i miseri son puniti, dicendo: «Io vidi un’ampia fossa», cioè un fiume, «in arco torta, Come quella che tutto il piano», del settimo cerchio, «abbraccia», col girar suo, «Secondo ch’avea detto la mia scorta». Dove questo Virgilio dicesse, cioè che questo fiume o fossa abbracciasse tutto il piano, non ci è: vuolsi adunque intendere lui averlo detto in alcun de’ ragionamenti di ciò da lui fatti, ma l’autore non l’avere scritto. «E tra ’l piè della ripa», la quale circundava il luogo, «ad essa», fossa, «in traccia, Venien centauri armati di saette», (supple) e d’archi (percioché invano si porteria la saetta, se l’uomo non avesse l’arco), «Come solean nel mondo», quando vivevano, «andare a caccia». Che animali sieno i centauri, e come nati, e perché qui posti, si dimostrerá dove si dirá il senso allegorico.

«Vedendoci calar». Qui comincia la quarta parte del presente canto, nella quale, poi che l’autore ha dimostrata la qualitá del luogo dove si puniscono i primi violenti, ne mostra come Virgilio parlasse a’ centauri che il fiume circuivano, e come uno ne fosse lor conceduto per guida. Dice adunque: «Vedendoci», i centauri; [e dice «vedendoci», percioché l’autore faceva muovere, e per conseguente sonare, tutte le pietre di quel trarupo, donde discendeva giú, sopra le quali poneva i piedi, la qual cosa far non sogliono gli spiriti; mosse i centauri per maraviglia a ristare, udendo ciò ch’usati non eran d’udire,] «calar», cioè discendere, «ciascun», de’ centauri, «ristette, E della schiera tre si dipartiro», venendo verso loro, «Con archi ed asticciuole», cioè saette, «prima elette», cioè tratte del turcasso o d’altra parte, ove per avventura le portavano. «E l’un», di que’ tre, «gridò da lungi:—A qual martiro Venite voi, che scendete la costa? Ditel costinci», ove voi siete, «se non», (supple) il direte, «l’arco tiro»;—quasi voglia dire: io vi saetterò.

«Lo mio maestro disse:—La risposta Farem noi a Chirón», cioè a quel centauro il quale è preposto di voi. E poi, in detestazion della sua troppa domanda, con alcune parole il contrista, come di sopra aveva fatto al Minotauro, dicendo: «Mal fu», per te, «la voglia tua sempre sí tosta»,—cioè frettolosa. «Poi mi tentò e disse:—Quegli», al quale io ho ora risposto, «è Nesso, Che morí per la bella Deianira, E fe’ di sé la vendetta egli stesso»,—posciaché fu morto.

[Fu questo Nesso, tra’ centauri famosissimo, figliuolo d’Issione e d’una nuvola, come gli altri, ed essendo insieme co’ fratelli in Tessaglia alle nozze di Peritoo, con gli suoi insieme riscaldati di vivanda e vino, volle tôrre la moglie a Peritoo; alla difesa della quale si levò Teseo, amico di Peritoo, e un popolo il quale si chiamava lapiti, e ucciserne assai. Dalla qual zuffa fuggendo pauroso Nesso, gli disse un de’ suoi compagni, chiamato Astilo, il quale sapeva vaticinare:—Nesso, non ti bisogna cosí frettolosamente fuggire, percioché la tua morte è riservata da’ fati alle mani d’Ercule.—Per la qual cosa egli se n’andò in Calidonia, e quivi allato ad un fiume chiamato Eveno abitando, amò Deianira, figliuola del re Oeneo di Calidonia. La quale, come appresso si dirá, essendo divenuta moglie d’Ercule, ed Ercule con lei insieme tornandosi verso la patria, trovarono per le piove fieramente cresciuto questo fiume Eveno; e vedendolo Nesso star sospeso per Deianira, pensò che tempo gli fosse prestato a dover potere avere il disiderio suo di Deianira; e fattosi avanti, quasi pronto a’ servigi d’Ercule, disse: —Ercule, dove tu creda poter notando passare il fiume, io, dove ti piaccia, sopra la groppa mia ti passerò bene e salvamente di la Deianira.—Alla qual profferta Ercule fu contento. Per la qual cosa, notando Ercule, Nesso con Deianira velocemente passò il fiume, e cominciò velocissimamente a fuggir con essa; per la qual cosa Ercule turbato, e pervenuto all’altra riva, non correndo, ma con una delle sue saette il seguitò e ferillo. Laonde Nesso, sentendosi ferito mortalmente, percioché sapea le saette d’Ercule tutte essere intinte nel sangue della idra, la quale uccisa avea, e casi essere velenosissime, pensò in vendetta della sua morte subitamente una strana malizia; e spogliatasi la camiscia, la quale giá era sanguinosa tutta del sangue avvelenato uscito della sua piaga, disse:—Deianira, io non ho al presente che ti poter donare, in riconoscenza del grande amore il quale io t’ho portato e porto, se non questa mia camiscia, la qual se tu serverai senza farla lavare, ed egli avvenga che Ercule in altra femmina ponga amore, dove tu possi fare vestirgli questo vestimento, egli incontanente rimoverá il suo amore da ogni altra femmina, e ritornerallo in te.—Deianira, credendo questo dovere esser vero, prese la camiscia e guardolla; e ivi a certo tempo, avendo Ercule quasi dimentica lei, e amando ardentissimamente una giovane chiamata Iole, figliuola d’Eurito, re d’Etolia, occultamente adoperò che egli questo vestimento si mise in dosso; e andato a cacciare in sul monte Octa, e per la fatica della caccia riscaldatosi e sudando forte, col sudore bagnò il sangue secco, e quello, liquefatto, gli entrò per i pori, e misegli una sí fatta rabbia addosso, che esso, composto un gran fuoco, volontariamente per morire vi si gittò dentro e in quel morí. E cosí fece Nesso, dopo la sua morte, la vendetta di sé egli stesso.]

[La bella Deianira fu figliuola d’Oeneo, re di Calidonia, e fu ragguardevole vergine per singular bellezza, tanto che molti giovani nobili la disiderarono e domandaron per moglie; ma, dopo molte cose, essendo stata promessa ad Acheloo fiume, e ultimamente conceduta ad Ercule domandantela, nacque guerra tra Acheloo ed Ercule; ma, essendo Acheloo vinto da Ercule, ne rimase Ercule in pacifica possessione. Dice Teodonzio che la guerra, la qual fu tra Ercule e Acheloo fiume, fu in questa maniera, che, rigando Acheloo Calidonia con due alvei, e per questo molto alcuna volta per le piove la provincia, crescendo, guastasse, fu ad Ercule, addomandante Deianira, posta da Oeneo, padre di lei, questa condizione, che egli la poteva avere dove recasse Acheloo in un solo alveo, e quello sí d’argini forti chiudesse, che egli crescendo non potesse guastare la contrada: la qual cosa Ercule con grandissima fatica fece, e cosí, essendo vincitore del geminato corso d’ Acheloo, ebbe Deianira, Costei è quella di cui di sopra è detto, che ad Ercule mandò la camiscia di Nesso.]

«E quel», centauro, «di mezzo ch’al petto si mira. È ’l gran Chirone, il qual nudrí Achille». [Questo Chirone non fu de’ figliuoli d’Issione, ma fu, secondo che ad alcun piace, figliuolo di Saturno e di Fillira, comeché Lattanzio dica che la madre di lui fosse Pelopea; e della sua origine si recita questa favola: che Saturno, preso della bellezza di Fillira, e avendola presa, avvenne, secondo che dice Servio, che, giacendo egli con esso lei, sopravvenne nel luogo Opis, sua moglie, e perciò, accioché da lei conosciuto non fosse, subitamente si trasformò in un cavallo; per la qual cosa Fillira, avendo di lui conceputo, partorí un figliuolo, il quale infino al bellico era uomo, e da indi in giú era cavallo; il qual cresciuto, se ne andò alle selve e in quelle abitò e in quelle nudrí Achille, come di sopra si disse, dove d’Achille si fece menzione nel quinto canto. Poi, essendo stato dal padre creato immortale, ed essendogli stato da Ociroe, sua figliuola profetante, predetto che esso ancora disidererebbe d’esser mortale; avvenne che, avendolo visitato Ercule, per caso gli cadde sopra il piè una delle saette d’Ercule, le quali, come di sopra è detto, tutte erano avvelenate nel sangue di quella idra lernea, la quale uccisa avea; ed essendo dalla detta saetta fedito e gravemente dal veleno tormentato, accioché compiuto fosse il vaticino della figliuola, cominciò a pregar gl’iddii che il facessero mortale, accioché egli potesse morire: la qual grazia gli fu conceduta. Laonde egli si morí, e dopo la morte sua fu dagl’iddii trasportato in cielo, e fu posto nel cerchio del zodiaco, ed è quel segno il quale noi chiamiamo Sagittario.]

«Quell’altro è Folo, che fu sí pien d’ira». Di questo Folo niuna cosa abbiamo se non che esso fu figliuolo d’Issione e d’una nuvola, come gli altri centauri.

«Dintorno al fosso», nel quale i violenti bollono nel sangue, «vanno a mille a mille, Saettando quale anima», de’ miseri dannati, «si svelle Del sangue», cioè esce, «piú che sua colpa sortille». E per queste parole, e ancora per piú altre seguenti, appare che, secondo che la violenza commessa è stata piú e men grave, ha la giustizia di Dio voluto l’anime in quel sangue bogliente essere piú e meno tuffate.