«Allor mi volsi al poeta», per veder quello che gli paresse di ciò che il centauro diceva, e se esso gli dovesse dar fede, «e que’ disse:—Questi ti sia or primo», cioè dimostratore, «ed io secondo».—E vuole in questo affermar Virgilio che al centauro sia da dar fede a quel che dice.
«Poco piú oltre il centauro s’affisse Sovr’una gente che ’nfino alla gola Parca che di quel bullicame uscisse», tenendo tutto l’altro corpo nascoso sotto il bogliente sangue. E chiamalo «bullicame» da un lago il quale è vicino di Viterbo, il qual dicono continuamente bollire; e da quello bollire o bollichío esser dinominato «bullicame»: e perdoché, in questo bollire, quel sangue è somigliante a quell’acqua, per lo nome di quella, o pur per lo suo bollir medesimo, il nomina «bullicame».
«Mostrocci un’ombra dall’un canto sola. Dicendo:—Colei fesse in grembo a Dio, Lo cor, che ’n su Tamigi ancor si cola». A dichiarazion di questa parte è da sapere che, essendo tornati da Tunisi in Barberia il re Filippo di Francia e il re Carlo di Cicilia e Adoardo e Arrigo, fratelli, e figliuoli del re Riccardo d’Inghilterra, e pervenuti a Viterbo, dove la corte di Roma era allora nel 1270, e attendendo a riposarsi e a dare ancora opera che i cardinali riformassero di buon pastore la Sedia apostolica, la quale allora vacava; avvenne che, essendo il sopradetto Arrigo, il quale divoto e buon giovane era, ad udire in una chiesa la messa, in quella ora che il prete sacrava il corpo di Cristo, entrò nella detta chiesa il conte Guido di Monforte; e, senza avere alcun riguardo alla reverenza debita a Dio o al re Carlo suo signore, essendo venuto bene accompagnato d’uomini d’arme, quivi crudelmente uccise Arrigo predetto. Ed essendo giá della chiesa uscito per andarsene, il domandò un de’ suoi cavalieri ciò che fatto avea; il quale rispose che egli aveva fatta la vendetta del conte Simone, suo padre (il quale era stato ucciso in Inghilterra, e, secondo che alcuni voglion dire, a sua gran colpa). A cui il cavaliere disse:—Monsignore, voi non avete fatto alcuna cosa, percioché vostro padre fu strascinato.—Per le quali parole il conte, tornato indietro, prese per li capelli il morto corpo d’ Arrigo, e quello villanamente strascinò infin fuori della chiesa; e, ciò fatto, montato a cavallo, senza alcuno impedimento se n’andò in Maremma nelle terre del conte Rosso, suo suocero: per lo quale omicidio l’autore il dimostra essere in questo cerchio dannato. E in quanto l’autor dicesse «fesse», intende: aperse violentemente col coltello; «in grembo a Dio», cioè nella chiesa, percioché la chiesa è abitazion di Dio, e, chiunque è in quella, dee casi essere da ogni secular violenza sicuro, o ancora legge o podestá, come se nel grembo di Dio fosse; e séguita l’autore essere stato fesso «in grembo a Dio», da questo conte Guido, «Lo cuor, che ’n su Tamigi ancor si cola», cioè d’Arrigo, ucciso dal detto conte. Il quale Aduardo, suo fratello, seppellito tutto l’altro corpo con molte lacrime, seco se ne portò in Inghilterra, e quello, pervenuto a Londra, fece mettere in un calice d’oro; e, fatta fare una statua di pietra o di marmo che sia, o vero, secondo che alcuni altri dicono, una colonna sopra ’l ponte di Londra, il quale è sopra il fiume chiamato Tamigi, pose nella mano della detta statua, o vero sopra la colonna, questo calice, a perpetua memoria della ingiuria e violenza fatta al detto Arrigo e alla real casa d’Inghilterra. E quegli che dicono questa essere statua, vi aggiungono essere nel vestimento della detta statua scritto, o vero intagliato, un verso il quale dice cosí: «Cor gladio scissum do cui sanguineus sum»; cioè: «io do il cuor fesso col coltello a qualunque è colui di cui io sono consanguineo», cioè d’un medesimo sangue: e in questo pareva e al padre e al fratello e agli altri suoi domandar della violente morte vendetta. E dice l’autore che questo cuore d’ Arrigo, ancora in quel luogo dove posto fu, «si cola», cioè onora; e viene da colo, colis; e pertanto dice che egli s’onora, in quanto con reverenza e compassione, avendo riguardo alla benignitá e alla virtú di colui di cui fu, è da tutti quegli, che per quella parte passano, riguardato.
«Poi vidi gente, che di fuor del rio», cioè a quel fiume bogliente, «tenean la testa, ed ancor tutto il casso», cioè tutta quella parte del corpo che è di sopra al luogo ordinato in noi dalla natura per istanza del ventre e delle budella, la quale da quella è divisa da una pellicula, la quale igualmente si muove da ogni parte, cioè dalla destra e dalla sinistra, e quivi si congiugne insieme, donde il cibo digesto discende alle parti inferiori; e chiamasi «casso», percioché in quella parte ha assai del vacuo, il quale la natura ha riservato al battimento continuo del polmone, col quale egli attrae a sé l’aere, e mandalo similmente fuori; per la quale esalazione persevera la virtú vitale nel cuore. E puossi in queste parole, e ancora in alcune altre che seguono, comprendere, secondo il piú e ’l meno avere violentemente ucciso o rubato, avere dalla divina giustizia piú o meno pena in quel sangue bogliente. Poi séguita: «E di costoro», li quali eran tanto fuori del bollore, «assai riconobb’io», ma pur non ne nomina alcuno.
«Cosí», procedendo noi, «a piú a piú si facea basso», cioè con minor fondo, «Quel sangue sí», in tanto «che copria pure i piedi:, a quegli che dentro v’erano: «E quivi», dove egli era cosí basso, «fu del fosso», cioè di quel fiume, «il nostro passo», cioè per quel luogo passammo in un bosco, il quale nel seguente canto discrive.
E, passati che furono:—«Sí come tu da questa parte», dalla qual venuti siamo, «vedi, Lo bullicame, che sempre si scema», tanto che, come tu vedi, non cuopre piú su che i piedi: «—Disse ’l centauro,—voglio che tu credi, Che da quest’altra», parte, lungo la quale noi non siam venuti, «a piú a piú giú priema Lo fondo suo», e cosí si fa piú cupo, «infin ch’e’ si raggiugne, Ove la tirannia convien che gema», cioè a quel luogo dove io ti mostrai essere Alessandro e Dionisio. E, accioché egli sia informato di quegli che in quel profondo tutti coperti del sangue sostengon pena, ne nomina alcuni dicendo: «La divina giustizia di qua», cioè da questa parte da te non veduta, «pugne», cioè tormenta, «Quell’Attila, che fu flagello in terra».
Attila, secondo che scrive Paolo Diacono nelle sue Croniche, fu re de’ goti al tempo di Marziano imperadore. Ed essendo egli, e un suo fratello chiamato Bela, potentissimi signori, sí come quegli che per la lor forza s’avevano molti reami sottomessi; accioché solo possedesse cosí grande imperio, iniquamente uccise Bela. E quindi, venutogli in animo di levar di terra il nome romano, con grandissima moltitudine de’ suoi sudditi passò in Italia; al quale fattisi i romani incontro, con loro molti popoli e re occidentali combatteron con lui; nella qual battaglia furono uccise tante genti dell’una parte e dell’altra, che quasi ciascun rimase come sconfitto; e, secondo che scrive Paolo predetto, e’ vi furono uccisi centottanta migliaia d’uomini. Per la qual cosa Attila, tornato nel regno, inanimato piú che prima contro al romano imperio, restaurato nuovo esercito, passò di qua la seconda volta, e, dopo lungo assedio, prese Aquileia, e poi piú altre cittá e terre di Frigoli, e tutte le disolò: e passato in Lombadia, similmente molte ne prese e disfece: ma quasi tutte, fuori che Modona, per la quale passò col suo esercito, e per i meriti de’ prieghi di san Gimignano, il quale allora era vescovo di quella, non la vide infino a tanto che fuori ne fu, né egli né alcun de’ suoi; per la qual cosa, avendo riguardo al miracolo, la lasciò stare senza alcuna molestia farle. Similmente passò in Toscana, e in quella molte ne consumò; e tra esse, scrive alcuno, con tradimento prese Firenze e quella disfece. Scrive nondimeno Paolo Diacono che, avendo Attila rubate e guaste piú cittá in Romagna, e avendo il campo suo posto in quella parte dove il Mencio mette in Po, e quivi stesse intra due, se egli dovesse andare verso Roma, o se egli se ne dovesse astenere (non giá per amore né per reverenza della cittá, la quale egli aveva in odio, ma per paura dello esempio del re Alarico, il quale, andatovi e presa la cittá, poco appresso morí): avvenne che Leone papa, santissimo uomo, il quale in que’ tempi presedeva al papato, personalmente venne a lui, e ciò che egli addomandò, ottenne. Di che maravigliandosi i baroni d’Attila, il domandarono perché, oltre al costume suo usato, gli avea tanta reverenza fatta, e, oltre a ciò, concedutogli ciò che addomandato avea; a’ quali Attila rispuose sé non avere la persona del papa temuta, ma un altro uomo, il quale allato a lui in abito sacerdotale avea veduto, uomo venerabile molto e da temere, il quale aveva in mano un coltello ignudo, e minacciavalo d’ucciderlo se egli non facesse quello che’l papa gli domandasse. Cosí adunque repressa la rabbia e l’impeto d’Attila, senza appressarsi a Roma, se ne tornò in Pannonia; e quivi, oltre a piú altre mogli le quali aveva, ne prese una chiamata Ilditto, bellissima fanciulla: e celebrando nelle nozze di questa nuova moglie un convito grandissimo, bevé tanto vino in quello, che la notte seguente, giacendo supino, se gli ruppe il sangue del naso, come altra volta soleva fare, e fu in tanta quantitá, che egli l’affogò, e cosí miseramente morí. La cui morte per sogno fu manifestata a Marziano imperadore, il quale essendo in Costantinopoli, quella notte medesima nella quale morí Attila, gli parve in sogno vedere l’arco d’Atti a esser rotto; per la qual cosa comprese Attila dovere esser morto, e la mattina seguente a piú de’ suoi amici il disse; e poi si ritrovò esser vero che propriamente quella notte Attila era morto. Fu costui cognominato «flagellum Dei», e veramente egli fu flagello di Dio in Italia: e ciò fu estimato, percioché, essendo ancora le forze degl’italiani grandi, dalla prima battaglia fatta con lui, nella quale igualmente ciascuna delle parti fu vinta, non ardirono piú a levare il capo contro di lui: laonde apparve, alle crudeli cose da Attila fatte in Italia, lui essere stato un flagello mandato da Dio a gastigare e punire le iniquitá degl’ italiani, le quali in tanto ogni dovere eccedevano, che esse erano divenute importabili.
Sono, oltre a questo, molti che chiamano questo Attila, Totila, li quali non dicon bene, percioché Attila fu al tempo di Marziano imperadore, il qual fu promesso all’imperio di Roma, secondo che scrive Paolo predetto, intorno dell’anno di Cristo 440, e Totila, il quale fu suo successore, fu a’ tempi di Giustino imperadore, intorno agli anni di Cristo 529: per che appare Attila stato dinanzi a Totila vicino di novanta anni; e, oltre a ciò, avendo Totila occupata Roma, e giá regnato nel torno di dieci anni, fu da Narsete patrizio, mandato in Italia da Giustino, sconfitto e morto.
«E Pirro». Leggesi nelle istorie antiche di due Pirri, de’ quali l’uno fu figliuolo d’Achille, l’altro fu figliuolo d’Eacida, re degli epiroti. E, peroché ciascuno fu violento uomo e omicida e rubatore, pare a ciascuno questo tormento per le sue colpe convenirsi; ma, perché l’autore non distingue di quale intenda, come di sopra di Dionisio facemmo, cosí qui faremo di questi due: e primieramente narreremo del primo Pirro.
Fu adunque, come detto è, il primo di questi due figliuolo d’Achille e di Deidamia, figliuola di Licomede re; ed essendo stato Achille morto a Troia per l’inganno d’Ecuba, e per la sua follia, ché, tirato dall’amore il qual portava a Polissena, figliuola del re Priamo, era solo e di notte andato nel tempio d’Apolline timbreo; fu di costui cercato, e assai garzone fu menato all’assedio di Troia. E, secondo che scrive Virgilio, sí come ferocissimo giovane, non degenerante dal padre, fu di quegli li quali entrarono nel cavallo del legno, il qual fu tirato in Troia per gl’inganni di Sinone: ed essendo di quello uscito, e giá i greci essendo in Troia entrati per forza, trapassò nelle case di Priamo, e nel grembo di Priamo uccise Polite, suo figliuolo, e poi uccise Priamo altresì, quantunque vecchio fosse; e, oltre a ciò, presa Troia, domandò Polissena, per farne sacrificio alla sepoltura del padre, e fugli conceduta: ed egli, non riguardando all’etá né al sesso innocuo, crudelmente l’uccise. Poi, essendogli, fra l’altre cose, venuta in parte della preda troiana, Andromaca, moglie stata d’Ettore, ed Eleno, figliuolo di Priamo, e con questi per lo consiglio d’Eleno tornatosene per terra in Grecia, e trovando essergli stato, per l’assenza del padre e di lui, occupato il regno suo; occupò una parte di Grecia, la qual si chiamava il regno de’ molossi, li quali dal suo nome primieramente furono chiamati «pirride», e poi in processo di tempo furono chiamati «epirote»: e giá quivi fermato, secondo che alcuni scrivono, esso rapi Ermione, figliuola di Menelao e d’Elena, stata sposata ad Oreste, figliuolo d’Agamennone; e ad Eleno, figliuolo di Priamo, diede per moglie Andromaca, secondo che Virgilio scrive. Appresso questo, o che Ermione da lui si partisse, o che ella da Oreste gli fosse tolta, non si sa certamente; ma, secondo che Giustino scrive, essendo egli andato nel tempio di Giove dodoneo a sapere quello che far dovesse d’alcuna sua bisogna, e qui trovata Lasana, nepote d’Ercule, la rapi, e di lei, la quale per moglie prese, ebbe otto figliuoli tra maschi e femmine. E in questi mezzi tempi, essendo rapacissimo uomo, o bisogno o fierezza di natura che a ciò lo strignesse, armati legni in mare, divenne corsaro; e da lui furono, e ancor sono, i corsari dinominati «pirrate»; e per certo tempo rubò e prese e uccise chiunque nelle sue forze pervenne. Ultimamente per fraude di Macareo, sacerdote del tempio d’Apolline delfico, in quello fu ucciso da Oreste, forse in vendetta della ingiuria fattagli d’Ermione.