«Poiché la caritá del natio loco», ecc. Poiché l’autore ne’ precedenti due canti, per dimostrazion della ragione, ha vedute e conosciute le colpe e i supplici per quelle dati dalla divina giustizia alle due spezie de’ violenti, cioè a coloro li quali usaron violenza verso il prossimo e contro alle cose di quello, e a coloro li quali usarono violenza nelle proprie persone e nelle loro medesime cose; esso, seguitando la ragione, in questo canto ne dimostra come vedesse punire la terza spezie dei violenti, cioè coloro li quali usaron violenza nella deitá e nelle sue cose. E costoro dimostra esser in tre parti divisi, si come contro a tre cose peccarono, cioè contro a Dio, e appresso contro alla natura, e, oltre a ciò, contro all’arte, le quali son cose di Dio. E, comeché in tre parti divisi sieno, nondimeno ad un medesimo tormento esser dannati gli dimostra, in quanto tutte e tre maniere sono in una ardentissima rena, e sotto continuo fuoco, che piove loro addosso, tormentati; ma in tanto son differenti, che coloro, li quali nella divinitá si sforzaron di far violenza, sono sopra la detta rena ardente a giacere supini, sopra sé ricevendo lo ’ncendio, il quale continuo cade loro addosso; e coloro, li quali fecero violenza alla natura, sono in continuo movimento sopra la detta rena, similmente sopra sé ricevendo l’arsura; e coloro, li quali contro all’arte adoperarono, sempre sopra la detta rena seggono, infestati dalle fiamme che piovono. E. percioché, si come chiaro si vede, hanno la maggior parte del tormento comune, estimo, se separata mente di ciascuno dicessi l’allegoria, si converrebbe una medesima cosa piú volte ripetere, il che sarebbe tedioso e fatica superflua; e però, per fuggire questo inconveniente, mi pare debba essere il migliore il dovere in una sola parte di tutte e tre maniere trattare. E questo, sí com’io credo, sará piú utile a dover dire nella fine di tutte e tre le maniere de’ puniti, che nel principio o nel mezzo; e però nella fine del canto diciassettesimo, nel quale di loro la dimostrazion si finisce, come conceduto mi fia, m’ingegnerò d’aprire qual fosse intorno a ciò la ’ntenzion dell’autore.
Appresso questo, è da dichiarare nel presente canto quello che l’autore intenda per la statua la quale egli discrive, e per le rotture che in essa sono, e per i quattro fiumi che da essa procedono; e intorno a ciò è prima da vedere quello che l’autore abbia voluto sentire, avendo questa statua piú tosto figurata nell’isola di Creti che in altra parte del mondo; appresso, perché nella montagna chiamata Ida; e, oltre a ciò, quello che esso senta per i quattro metalli e per la terracotta, de’ quali esso la forma; e similmente quello che voglia che noi intendiamo per le fessure, le quali in ciascun degli altri metalli, fuor che nell’oro, sono, e le lagrime che d’esse escono; e ultimamente quello che egli per li quattro fiumi abbia voluto.
Dice adunque primieramente questa statua essere locata nell’isola di Creti: la qual cosa senza grandissimo sentimento non dice, percioché alla sua intenzione è ottimamente il luogo e il nome conforme. Intendendo adunque l’autore di volere, poeticamente fingendo, fare una dimostrazione, la quale cosí all’indiano come allo ispagnuolo, e all’etiopo come all’iperboreo appartiene, e dalla quale né paese, né regno, né nazione alcuna, dove che ella sopra la terra sia, non è chiusa; estimò esser convenevol cosa quella dover fingere in quella parte del mondo, la quale a tutte le nazioni fosse comune, ed egli non è nel mondo alcuna parte, che a tutte le nazioni dir si possa comune, se non l’isola di Creti, sí come io intendo di dimostrare.
Piacque agli antichi che tutto il mondo abitabile in questo nostro emisperio superiore fosse in tre parti diviso, le quali nominarono Asia, Europa e Affrica; e queste terminarono in questa guisa. E primieramente Asia dissono essere terminata dalla parte superiore del mare Oceano, cominciando appunto sotto il settentrione, e procedendo verso il greco, e di quindi verso il levante, e dal levante verso lo scilocco, infino all’Oceano etiopico posto sotto il mezzodí; e poi dissero quella essere separata dall’Europa dal fiume chiamato Tanai, il quale si muove sotto tramontana, e, venendone verso il mezzodí, mette nel mar Maggiore; il qual similmente, queste due parti dividendo con l’onde sue, e continovandosi per lo stretto di Costantinopoli, e quindi per lo mare chiamato Propontide, e per lo stretto d’Aveo, esce nel mare Egeo, il quale noi chiamiamo Arcipelago, e perviene infino all’isola di Creti, la quale è in su lo stremo del detto mare; di verso mezzodí la dividono dall’Affrica col corso del fiume chiamato Nilo, il quale per l’Etiopia correndo, e venendo verso tramontana, lasciata l’isola di Meroe, e venendose ne in Egitto, e quello col piú occidental suo ramo inchiudendo in Asia, mette nel mare Asiatico, il quale perviene dalla parte del levante infino all’isola di Creti. Poi confinano Affrica dal detto corso del Nilo per terra, e dal mare Oceano etiopico, infino al mare Oceano atalantico, il quale è in occidente; e di verso tramontana dicono quella essere terminata dal mare Mediterraneo, il qual perviene in quello che ad Affrica appartiene infino all’isola di Creti, e quella bagna dalla parte del mezzodí, e in parte dalla parte di ver’ ponente. Europa confinano dalla parte di ver’ levante dallo estremo del mare Egeo, e dallo stretto d’Aveo, e dal mar chiamato Proponto, e dallo stretto di Costantinopoli, e dal mar Maggiore, e dal corso del fiume Tanai; dalla parte di tramontana dall’Oceano settentrionale, il quale, dichinando verso l’occidente, bagna Norvea, l’Inghilterra e le parti occidentali di Spagna, insino lá dove comincia il mare Mediterraneo; appresso di verso mezzodí dicono lei esser terminata dal mare Mediterraneo, il quale è continuo col mare, il quale dicemmo Affricano; e cosí come quello che verso Affrica si distende, chiamano Affricano, cosí questo, Europico, il quale si stende infino all’isola di Creti, dove dicemmo terminarsi il mare Egeo. E cosí l’isola di Creti appare essere in su ’l confine di queste tre parti del mondo. E, dovendo di cosa spettante a ciascuna nazione, come predetto è, fingere alcuna cosa, senza alcun dubbio in alcuna altra parte non si potea meglio attribuire la stanza alla essenza materiale della fizione che in sui confini di tutte e tre le parti del mondo, sopra i quali è posta l’isola di Creti, come dimostrato è.
È il vero che questa dimostrazione riguarda piuttosto al rimuovere quel dubbio, che intorno alla esposizion litterale si potrebbe fare, che ad alcun senso allegorico, che sotto la lettera nascoso sia: e perciò, quantunque assai leggiermente veder si possa, per le cose dette, quello che sotto la corteccia letterale è nascoso, nondimeno, per darne alcuno piú manifesto senso, dico potersi per l’isola di Creti, posta in mezzo il mare, intendersi l’universal corpo di tutta la terra, la quale, come assai si può comprendere per li termini disegnati di sopra alle tre parti del mondo, è posta nel mezzo del mare, in quanto è tutta circundata dal mare Oceano, e cosí verrá ad essere isola come Creti; e dagli abitanti in essa tutto quello è addivenuto, che l’autore intende di dimostrare nella seguente sua fizione. E questo pare assai pienamente confermare il nome dell’isola, il quale esso appella Creta, conciosiacosaché «Creta» nulla altra cosa suoni che la «terra»; e cosí il nome si conforma, come davanti dissi, all’intenzion dell’autore, in quanto in Creti, cioè nella terra, prenda inizio quello che esso appresso dimostra, cioè negli uomini, i quali nulla altra cosa, quanto al corpo, siamo che terra.
Ma, per lasciare qualche cosa a riguardare all’altezza degl’ingegni che appresso verranno, senza piú dir del luogo nel quale l’autore disegna la sua fizione, passeremo a quello che appresso segue, lá dove dice che in una montagna chiamata Ida sta diritta la statua d’un gran veglio. Per la quale, secondo il mio giudicio, l’autore vuol sentire la moltitudine della umana generazione, quella figurando ad un monte, il quale è moltitudine di terra accumulata, o dalla natura delle cose o dall’artificio degli uomini, e chiamasi questo monte Ida, cioè formoso, in quanto, per rispetto dell’altre creature mortali, l’umana generazione è cosa bellissima e formosa; dentro alla quale l’autore dice esser diritto un gran veglio, percioché dentro all’esistenza, lungamente perseverata dell’umana generazione, si sono in vari tempi concreate le cose, le quali l’autor sente per la statua da lui discritta, la quale per ciò dice stare eretta, perché ancora que’ medesimi effetti, che, giá son piú migliaia d’anni, cominciarono, perseverano. E, fatta la dimostrazione del luogo universale, e ancora del particulare, discrive l’effetto formale della sua intenzione, il qual finge in una statua simile quasi ad una, la quale Daniel profeta dimostra essere stata veduta in sogno da Nabucdonosor re. Ma non ha nella sua l’autor quella intenzione, la qual Daniello dimostra essere in quella, la quale dice essere stata veduta da Nabucdonosor; percioché, dove in quella Daniel dimostra a Nabucdonosor significarsi il suo regno e alcune sue successioni, in questa l’autore intende alcuni effetti seguíti in certe varietá di tempi, cominciate dal principio del mondo infino al presente tempo.
Dice adunque primieramente questa statua, la qual discrive, essere d’un uomo grande e vecchio, volendo per questi due adiettivi dimostrare, per l’uno la grandezza del tempo passato dalla creazion del mondo infino ai nostri tempi, la quale è di seimila cinquecento anni, e per l’altro la debolezza e il fine propinquo di questo tempo; percioché gli uomini vecchi il piú hanno perdute le forze, per lo sangue il quale è in loro diminuito e raffreddato; e, oltre a ciò, al processo della lor vita non hanno alcuno altro termine che la morte, la quale è fine di tutte le cose. Appresso dice che tiene vòlte le spalle verso Damiata, la quale sta a Creti per lo levante; volendo per questo mostrare il natural processo e corso delle cose mondane, le quali, come create sono, incontanente volgono le spalle al principio loro, e cominciano ad andare e a riguardare verso il fine loro; e per questo riguarda verso Roma, la quale sta a Creti per occidente. E dice la guata come suo specchio: sogliono le piú delle volte le persone specchiarsi per compiacere a se medesime della forma loro; e cosí costui, cioè questo corso del tempo, guarda in Roma, cioè nelle opere de’ romani, per compiacere a se medesimo di quelle le quali in esso furon fatte, sí come quelle che, tra l’altre cose periture fatte in qualunque parte del mondo, furono di piú eccellenzia e piú commendabili e di maggior fama; e, oltre a ciò, si può dir vi riguardi per dimostrarne che, poiché le gran cose di Roma e il suo potente imperio è andato e va continuo in diminuzione, cosí ogni cosa dagli uomini nel tempo fatta, similmente nel tempo perire e venir meno.
Susseguentemente dice questa statua esser di quattro metalli e di terracotta, primieramente dimostrando questa statua avere la testa di fino oro; volendo che, come la testa è nel corpo umano il principal membro, cosí per essa noi intendiamo il principio del tempo e quale esso fosse. E noi intendiamo per lo Genesi che nella prima creazione del mondo, nella quale il tempo, che ancora non era, fu creato da Dio, fu similmente creato Adamo, per lo quale e per li suoi discendenti doveva essere il tempo usato: e, percioché Adamo nel principio della sua creazione ottimamente alcuno spazio di tempo adoperò, e questo fu tanto, quanto egli stette infra’ termini comandatigli da Dio; vuole l’autore esser la testa, cioè il cominciamento del tempo, d’oro, cioè carissimo e bello e puro, sí come l’oro è piú prezioso che alcuno metallo; e cosí intenderemo, per questa testa d’oro, il primo stato dell’umana generazione, il quale fu puro e innocente, e per conseguente carissimo.
Dice appresso che puro argento sono le braccia e ’l petto di questa statua, volendo per questo disegnare che, quanto l’ariento è piú lucido metallo che l’oro, in quanto egli è bianchissimo (e il bianco è quel colore che piú ha di chiarezza); cosí, dopo la innocenza de’ primi parenti, l’umana generazione essere divenuta piú apparente e piú chiara che prima non era, intanto che, mentre i primi parenti servarono il comandamento di Dio, essi furon soli e senza alcuna successione; ma, dopo il comandamento passato, cacciati del paradiso, e venuti nella terra abitabile, generaron figliuoli e successori assai, per la qual cosa in processo di tempo apparve nella sua moltitudine la chiarezza della generazione umana, la quale, quantunque piú bellezza mostrasse di sé, non fu però cara né da pregiare quanto lo stato primo, figurato per l’oro. E per questo la figura di metallo molto men prezioso che l’oro.