E puossi per queste parole comprendere ser Brunetto voler dimostrare che esso fosse astrolago, e per quell’arte comprendesse ne’ corpi superiori ciò che egli al presente gli dice; o potrebbesi dire ser Brunetto, si come uomo accorto, aver compreso in questa vita gli costumi e gli studi dell’autore esser tali, che di lui si dovesse quello sperare che esso gli dice; percioché, quando un valente uomo vede un giovane continuar le scuole, perseverar negli studi, usare con gli uomini scienziati, assai leggiermente puote estimare lui dover divenire eccellente in iscienzia. Ma che questo gli venga dalle stelle, quantunque Iddio abbia lor data assai di potenzia, nol credo; anzi credo venga da grazia di Dio, il quale esso di sua propria liberalitá concede a coloro, li quali, faticando e studiando, se ne fanno degni.
«E s’io non fossi si per tempo», cioè cosí tosto, «morto», cioè di quella vita passato a questa, «Veggendo il cielo a te cosí benigno», intorno alle cose pertinenti alla scienza e alla fama, alla quale per la scienza si perviene. «Dato t’avrei all’opera conforto», sollecitandoti e dimostrandoti di quelle cose, le quali tu ancora per te non potevi cognoscere.
E, poi che ser Brunetto gli ha detto questo, accioché il conforti al ben perseverare nel bene adoperare, ed egli si deduce a dimostrargli quello che la fortuna gli apparecchia, cioè il suo esilio; e accioché esso con minor noia ascolti quello che dir gli dee; gli premette la cagione, mostrando quella essere tale, che la ’ngiuria della fortuna, la quale gli s’apparecchia, non gli avverá per suo difetto, come a molti avviene, ma per difetto di coloro li quali gliele faranno. E dice: «Ma quello ’ngrato popolo e maligno», il quale è oggi divenuto fiorentino; e chiamalo «ingrato», per certe operazioni precedenti, da esso fatte verso coloro li quali l’avevano servito e onorato, e quasi trattolo di servitudine e di miseria; e percioché il popolo, secondo il romano costume, è universalmente tutta la cittadinanza di qualunque cittá, accioché di tutti i fiorentini non s’intenda esser questa infamia d’ingratitudine, distingue, dicendo sé dire di quel popolo maligno, «Che discese di Fiesole ab antico».
Fiesole, secondo che alcuni vogliono, è antichissima cittá, e quella dicono essere stata edificata da non so quale Atalante de’ discendenti di Iafet, figliuol di Noé, prima che altra cittá d’Europa: la qual cosa creder non posso che vera sia; nondimeno chi che si fosse l’edificatore, o quando, ella fu, secondo cittá mediterranea, assai notabile. E, secondo che questi medesimi dicono, avendo seguita la parte di Catellina, quando congiurò contro alla salute publica di Roma, fu per li romani disfatta, e parte de’ suoi cittadini ne vennero ad abitare in Firenze, la quale per li romani in quegli medesimi tempi si fece e fu abitata di romani: e cosí fu abitata primieramente di questi due popoli, cioè di romani e di fiesolani. Poi vogliono che, in processo di tempo, Firenze fosse disfatta da Attila flagello, e la detta cittá di Fiesole reedificata, e cosí quegli fiesolani, che in Firenze abitavano, essersi tornati ad abitare nell’antica lor cittá. Poi susseguentemente, essendo imperadore Carlo magno, affermano Firenze essere stata contro al piacere de’ fiesolani reedificata, e abitata di romani e di quelle reliquie che per la contrada si trovarono de’ discendenti di coloro, li quali, quando da Attila fu disfatta, l’abitavano.
Appresso dicono essere state lunghe guerre e dannose tra’ fiesolani e’ fiorentini, le quali all’una parte e all’altra rincrescendo, vennero a lunghissime triegue, e, come finivano, le rinnovavano, e sicuramente usavano l’uno nella cittá dell’altro. Sotto la qual sicurtá i fiorentini, non guardandosi di ció i fiesolani, occuparono e presono Fiesole, fuori che la ròcca; e, patteggiati si i fiesolani con loro di dovere abitare in Firenze, e di due popoli divenire uno, fu Fiesole disfatta al tempo del primo Arrigo imperadore; e i fiesolani tornati in Firenze, di due segni comuni fecero uno, il quale ancora in Firenze si tiene in un gran gonfalone bianco e vermiglio; e insieme raccomunarono gli ufici publici, e con parentadi e con usanze, quanto poterono, insieme s’unirono. Nondimeno mostra qui l’autore, quella acerbezza antica e nimichevole animo esser sempre perseverata di discendente in discendente de’ fiesolani, e ancora stare; e per questo dice che quel popolo fiesolano, che in Firenze venne ad abitare. «E tiene ancor del monte e del macigno»: «del monte», in quanto rustico e salvatico, e «del macigno», in quanto duro e non pieghevole ad alcuno liberale e civil costume. E, dice, questo cotal popolo disceso di Fiesole, «Ti si fará, per tuo ben far, nemico», si come quello al quale è in odio la vertú e l’operazioni degne di laude; e, di questo fartisi nimico, seguirá che tu sarai cacciato di Firenze. «Ed è cagion», che tu da lor sia cacciato, per ciò «che tra li lazzi sorbi, Si disconvien», cioè non è convenevole, «fruttar», cioè fruttificare, «lo dolce fico». Vuol sotto questa metafora l’autore intendere non esser convenevole che tra uomini rozzi, duri, ingrati e di malvagia condizione, abiti e viva un uom valoroso, di gentile animo e di grande eccellenzia.
[Lez. LVII]
Poi segue: «Vecchia fama nel mondo gli chiama orbi», cioè ciechi. Della qual fama si dice esser cagione questo: che, andando i pisani al conquisto dell’isola di Maiolica, la quale tenevano i saracini, e a ciò andando con grandissimo navilio, e per questo lasciando la lor cittá quasi vòta d’abitanti, non parendo loro ben fatto, pensarono di lasciare la guardia di quella al comun di Firenze, del quale essi erano a que’ tempi amicissimi. E, di ciò richiestolo, e ottenuto quello che disideravano, promisono, dove vittoriosi tornassero, di partire col detto comune la preda che dell’acquisto recassono. E, avendo i fiorentini con grandissima onestá servata la cittá, e i pisani tornando vincitori, ne recarono due colonne di porfido vermiglio bellissimo, e porti, di tempio o della cittá che fossero, di legno, ma nobilissimamente lavorate: e di queste fecero due parti, che posero dall’una parte le porti e dall’altra le due colonne coperte di scarlatto, e diedero le prese a’ fiorentini, li quali, senza troppo avanti guardare, presono le colonne. Le quali venutene in Firenze, e spogliate di quella veste scarlatta, si trovarono essere rotte, come oggi le veggiamo davanti alla porta di San Giovanni. Or voglion dire alcuni che i pisani, essendo certi che i fiorentini prenderebbono le colonne, accioché essi non avesser netto cosí fatto guiderdone, quelle abbronzarono, e in quello abbronzare, quelle esser cosí scoppiate, e, accioché i fiorentini di ciò non s’ accorgessono, le vestirono di scarlatto: e perciò, per questo poco accorgimento de’ fiorentini, esser loro stato allora imposto questo sopranome, cioè ciechi, il quale mai poi non ci cadde. Ma, quanto è a me, non va all’animo questa essere stata la cagione, né quale altra si sia potuta essere non so. Seguono, appresso, troppo piú disonesti cognomi: e volesse Iddio che non si verificassero ne’ nostri costumi, piú che si verifichi il sopradetto!
Dice adunque: «Gente avara, invidiosa e superba». I fiorentini essere avarissimi appare ne’ lor processi. E, se ad altro non apparisse, appare al male osservare delle nostre leggi, le quali, ancora che con difficultá alcuna se ne ottenga, guardando ciascuno che il suo consentimento ha a prestare a confermazion di quella, non al comun bene, ma alla sua particularitá; se pur si ferma, adoperando la innata cupiditá, della quale tutti siam fieramente maculati, per li componitor medesimi di quella, con astuzie diaboliche, si truova via e modo che il suo valore diventa vano e frivolo, salvo se in alcuni men possenti non si stendesse. Appresso, ne’ publici offici si fa prima la ragion del guadagno che seguir ne dee a chi il prende, che della onorevole e leale esecuzion di quello. Lascio stare le rivenderie, le baratterie, le simonie e l’altre disonestá moventi da quella; e, perché troppo sarebbe lungo il ragionamento, dell’usure, delle falsitá, de’ tradimenti e di simili cose mi piace lasciare stare. Sono, oltre a ciò, i fiorentini oltre ad ogni altra nazione invidiosi. Il che si comprende ne’ nostri aspetti turbati, cambiati e dispettosi, come o veggiamo o udiamo che alcuno abbia alcun bene; e per contrario nella dissoluta letizia e festa, la qual facciamo sentendo alcuno aver avuta la mala ventura o essere per averla. Parsi ne’ nostri ragionamenti, ne’ quali noi biasimiamo, danniamo e vituperiamo i costumi e l’opere laudevoli di qualunque buono uomo, raccontiamo i vitupèri e le vergogne e’ danni di ciascheduno; parsi nelle operazioni, nelle quali noi siamo, troppo piú che nelle parole, nocevoli. Che piú? Superbissimi uomini siamo, in ogni cosa ci pare esser degni di dovere avanti ad ogni altro esser preposti, facendo di noi maravigliose stime, non credendo che alcuno altro vaglia, sappia o possa, se non noi. Andiamo con la testa levata, nel parlare altieri e presuntuosi nelle ’mprese, e tanto di noi medesimi ingannati, che sofferir non possiamo né pari né compagnone; teneri piú che ’l vetro, per ogni piccola cosa ci turbiamo e divegnam furiosi, e in tanta insania divegnamo, che noi ardiamo di preporre le nostre forze a Dio, di bestemmiarlo e d’avvilirlo. De’ quali vizi, esso permettendolo, non che da lui, ma bene spesso da molto men possente che non siam noi, ci troviamo sgannati.
Poi segue ser Brunetto ammaestrandolo, e dice: «Da’ lor costumi fa’ che tu ti forbi», cioè ti servi immaculato. «La tua fortuna», cioè il celeste corso, «tanto ben ti serba», in laudevole fama, in sufficienza, in amicizie di grandi uomini. «Che l’una parte e l’altra», cioè i fiesolani e’ fiorentini, «avranno fame Di te», cioè disiderio, poi che cacciato t’avranno: «ma lungi fia dal becco l’erba», cioè l’effetto dal disiderio, percioché essi non ti riavranno mai. «Faccian le bestie fiesolane», cioè gli stolti uomini fiesolani, «strame Di lor medesme», cioè rodan se medesimi con li loro malvagi pensieri e con le lor malvagie operazioni, «e non tocchin la pianta», per roderla, «S’alcuna surge ancor nellor letame», cioè nel luogo della loro abitazione, la qual somiglia al letame, percioché di sopra l’ ha chiamate bestie; «In cui riviva», cioè per buone operazioni risurga, «la sementa santa, Di que’ roman che vi rimaser»; volendo qui mostrare li romani, li quali vennero ad abitar Firenze, essere stati quali furon quegli antichi, per le cui giuste e laudevoli opere si ampliò e magnificò il romano imperio (ma in ciò non sono io con l’autore d’una medesima opinione, percioché infino a’ tempi de’ primi imperadori era Roma ripiena della feccia di tutto il mondo, ed era dagl’imperadori preposta a’ nobili uomini antichi, giá divenuti cattivi): «quando fu Fatto il nido di malizia tanta»; e chiama qui Fiorenza «il nido di malizia tanta», e questo non indecentemente, avendo riguardo a’ vizi de’ quali ne mostra esser maculati.
—«Se fosse tutto pieno il mio dimando—Rispos’io lui,—voi non sareste ancora. Dell’umana natura», la quale per eterna legge ciò che nasce fa morire, «posto in bando», cioè di quella vita cacciato, anzi sareste ancora vivo; e quinci gli dice la cagion perché esso questo dimanderebbe, perciò «Che in la mente m’è fitta», cioè con fermezza posta, «ed or m’accora», cioè mi va al cuore, «La cara buona imagine paterna, Di voi», verso di me, «quando nel mondo», vivendo voi, «ad ora ad ora. Mi mostravate come l’uom s’eterna», per lo bene e valorosamente adoperare. E cosí mostra l’autore che da questo ser Brunetto udisse filosofia, gli ammaestramenti della quale, si come santi e buoni, insegnano altrui divenire eterno e per fama e per gloria. «E quanto io l’abbo in grado», quello che giá mi dimostraste, «mentr’io vivo, Convien che nella mia lingua si scema», percioché sempre vi loderò, sempre vi commenderò.