Dice adunque che «la nuova gente», intendendo per questa coloro li quali, oltre agli antichi, divennero abitatori di Firenze; e, sí come io estimo, esso dice questo per molti nuovi cittadini, e massimamente per la famiglia de’ Cerchi, li quali poco davanti a’ tempi dell’autore erano venuti del Pivier d’Acone ad abitare in Firenze; e subitamente, per l’esser bene avventurati in mercatanzie, erano divenuti ricchissimi, e da questo orgogliosi e fuor di misura: e, percioché, come altra volta è stato detto, erano salvatichetti, e poco con gli altri cittadini comunicavano, e in questo avevano in parte ritratto indietro il buon costume delle brigate; e, oltre a ciò, per la loro alterigia avevano Firenze divisa, come davanti è stato mostrato, e avevanla in sí fatta guisa divisa, che la cittá giá se ne dolea, in quanto molti scandali e molti mali, e uccisioni e ferite e zuffe n’eran seguite: la qual cosa l’autore, sí come colui al qual toccava, turbato e col viso levato al cielo, quasi della pazienza di Dio dolendosi, disse.
«E i tre», cioè quelle tre ombre, «che ciò inteser per risposta», fatta alla lor domanda, «Guatâr l’un l’altro, come al ver si guata», cioè turbati, dando piena fede alle parole.
—«Se l’altre volte». Qui comincia la settima parte di questo canto, nella quale, poi che l’autore ha risposto alla lor domanda, ed egli pone un priego fattogli da loro, e la lor partita, dicendo:—«Se l’altre volte», che tu rispondi altrui, «sí poco ti costa», come al presente hai fatto,—«Risposer tutti,—il satisfare altrui, Felice te, che sí parli a tua posta! Però, se campi», cioè se esci, «d’esti luoghi bui», cioè oscuri dello ’nferno, «E torni a riveder le belle stelle», su nel mondo, «Quando ti gioverá», cioè diletterá, «dicere: io fui», in inferno, «Fa’ che di noi alla gente favelle»,—non in dire come noi siam qui in eterno supplicio per lo nostro peccato, ma come ne cale dell’onore della nostra cittá, e duolci d’udire che cortesia o valor si sia partita di quella.
«Indi rupper la ruota», cioè il cerchio che fatto avean di sé, come di sopra è detto; e chiamala «ruota», percioché continuamente si rotavano e volgeano; «e a fuggirsi», cioè in guisa d’uomini che fuggissero a tornarsi alla loro schiera, «Ale sembiâr le gambe loro snelle», cioè parve che volassero. «Un amen», questa dizione «amen», la qual si dice in brevissimo tempo, «non saria potuto dirsi Tosto», da alcuno, «cosí», prestamente, «com’ei furon spariti, Per che al maestro parve di partirsi», poi s’eran partiti essi.
«Io il seguiva». Qui comincia la parte ottava di questo canto, nella quale, poi che l’autore ha dimostrato le tre ombre essersi dipartite, dimostra come, piú avanti procedendo, trovarono la caduta di quel fiumicello, e dice: «Io il seguiva, e poco eravam iti», poi che quelle tre ombre si partiron da noi, «Che il suon dell’acqua», la qual cadeva nell’ottavo cerchio dello ’nferno, e però faceva suono, «n’era sí vicino, Che per parlar», cioè per aver parlato, «saremmo appena uditi», l’un l’altro. E, per dimostrare quanto era il suono che questo fiumicello faceva cadendo, pone una comparazione d’una acqua che cade discendendo dell’Alpi di San Benedetto, le quali si trovano andando per lo cammin dritto da Firenze a Forlí.
«Come quel fiume, c’ha proprio cammino, Prima», che alcun altro, «da monte Veso inver’ levante, Dalla sinistra costa d’Appennino». Monte Veso è un monte nell’Alpi, la sopra il Monferrato, e parte la Provenza dalla Italia, e di questo monte Veso nasce il fiume chiamato il Po. Il quale in sé riceve molti fiumi, li quali caggiono dell’Alpi dalla parte di ver’ ponente, e d’Appennino di ver’ levante, e mette in mare per piú foci, e tra l’altre per quella di Primaro, presso a Ravenna; e questa è quella che è piú orientale. E il primo fiume, il quale nasce in Appennino, senza mettere in Po, andando l’uomo da Po inver’ levante, è chiamato, la dove nasce, Acquacheta; poi, divenendo al piano presso a Forlí in Romagna, cambia nome, ed è chiamato Montone, percioché impetuosamente corre e passa allato a Forlí, e di quindi discende a Ravenna, e lungo le mura d’essa corre, e forse due miglia piú giú mette nel mare Adriatico; e cosí è il primo che tiene «proprio cammino», appresso a quello che scende di monte Veso. E dice l’autore che egli viene dalla sinistra costa d’Appennino. Intorno alla qual cosa è da sapere che Appennino è un monte, il quale alcuni vogliono che cominci a questo monte Veso; altri dicono che egli comincia a Monaco, nella riviera di Genova, e viensene costeggiando verso quel monte ch’è chiamato Pietra Apuana, lasciandosi dalla sinistra parte il Monferrato, e Torino e Vercelli, e dal destro tutta Lunigiana, e parte della riviera di Genova; poi quivi, piegandosi alquanto, si lascia alla sinistra Piagenza, Parma, Reggio e Modena, e alla destra o di ver’ mezzodí, Luni, Lucca e Pistoia; quindi, procedendo alla sinistra, si lascia Bologna e tutta la Romagna e la Marca, e alla destra Firenze, Arezzo, Perugia, e tutto il Patrimonio infino a Roma; poi, procedendo oltre, si lascia alla sinistra Abruzzo, Terra di Bari, Puglia e Terra d’Otranto, e dalla destra, Campagna, Terra di lavoro, il principato di Salerno e parte della Calavria, infino al Fare; dalla sinistra similmente ha parte di Calavria, venendo infino al Fare di Messina, dove è tronco da Peloro, il quale è un monte in Cicilia, a fronte al fine suo. Ora si chiama il lato destro di questo monte quello il quale è volto inverso il mar Tireno, e quello che è volto verso il mare Adriano è chiamato il sinistro; e questo, percioché, movendosi dal suo principio dimostrato di sopra, e andando per quello verso il levante, sempre porta la destra mano verso il mar Tireno, e la sinistra verso il mare Adriano.
Dice adunque l’autore nello esemplo il quale induce, o comparazione che dir la vogliamo: «come quel fiume», chiamato Montone, «c’ha proprio cammino», peroché, avanti a questo, alcuno che ne nasca dalla sinistra costa d’Appennino, non ha alcuno altro proprio cammino, sí come quegli che tutti mettono, come detto è di sopra, in Po, e cosí per lo cammino altrui, e non per lo loro, corrono al mare; «Prima», che alcun altro, «da monte Veso inver’ levante», cioè di quegli fiumi che, poi che il Po ha messo in mare, «Dalla sinistra costa d’Appennino». E vuolsi questa lettera cosí ordinare: «Come quel fiume, c’ha prima proprio cammino da monte Veso inver’ levante dalla sinistra costa d’Appennino, Che si chiama Acquacheta suso», nel mondo, «avante Che si divalli giú nel basso letto», cioè nel piano di Romagna, «Ed a Forlí di quel nome», Acquacheta, «è vacante», cioè privato, percioché non piú Acquacheta, ma Montone è chiamato.
Forlí fu giá assai piú notabile terra che oggi non è, e chiamavasi Forum Livii, percioché un consolo chiamato Livio, al quale era toccata la Gallia cisalpina in provincia, quivi ordinò la corte sua a dover tener ragione a quegli della provincia: comeché essi dicano lor ciance d’una reina chiamata Livia, la qual non si truova che fosse in rerum natura, e da quella dicono essere stata prima edificata la cittá.
«Rimbomba lá sovra San Benedetto Dell’Alpe, per cadere ad una scesa». Questo fiume chiamato Acquacheta nasce nelle dette Alpi, in un luogo chiamato l’Eremo, e, discendendo a guisa d’un fossato, giú cade non guari lontano al monisterio di San Benedetto predetto, d’un balzo giuso; e in quel cadere fa un gran romore, e massimamente quando a tempo piovoso corre con piú acqua.