E poi segue: «Dal volto rimovea quell’aer grasso», per li fummi e per le nebbie che v’erano, le quali hanno a far l’aere grosso e spesso, «Menando la sinistra» mano, percioché nella destra portava una verga, si come appresso si comprende; «innanzi», da sé, «spesso». E in questo dimostra l’autore quello aer grosso dovergli essere assai noioso; e ciò non ci dee parer meraviglia, considerando chi egli era, e onde venía. «E sol di quell’angoscia parea lasso», stanco e vinto.
«Ben m’accors’io ch’egli era da ciel messo». E di questo s’accorse quando gli fu piú vicino, presumendolo ancora per l’anime de’ dannati, che, nel venir suo, fuggendo si nascondevano, sí come quelle che temevano di maggior pena, o che avevano in orrore di riguardarlo sí come nemico; o ancora per lo fracasso, il quale davanti a lui avea sentito venire, per lo qual poté conoscere tutto lo ’nferno commuoversi alla venuta d’un messo di Dio. E, perché egli conobbe questo, dice: «E volsimi al maestro», per sapere quello che io dovessi fare, appressandosi questo messo da cielo; «e quei», cioè il maestro, «fe’ segno», a me, «Ch’io stessi cheto», passando egli, «ed inchinassi ad esso», facendogli reverenza.
«Ahi quanto mi parea pien di disdegno!» nello aspetto suo. E questo meritamente, percioché, come creatura perfetta e beata, non poteva far senza sdegnare ciò che i demòni contro alla volontá di Dio attentavano. [E qui assai manifestamente si può comprendere l’uomo potersi senza peccare adirare, poiché l’angelo di Dio, il quale peccar non puote, era commosso.]
«Giunse alla porta», serrata, «e con una verghetta», la quale nella destra man portava, per la quale si disegna l’uficio del messo e l’autoritá di colui che ’l manda. [E, secondo che i santi vogliono, questo uficio commette Iddio a qualunque s’è di quelle gerarchie celesti, fuorché a’ cherubini non si legge essere stato commesso: e mentre che quello beato spirito è nell’esercizio dell’uficio commesso, si chiama «angelo»; percioché «angelo» si dice da «aggelos» graece, che in latino viene a dire «messaggiere»; poi, fornita la commessione, non si chiama piú «angelo», ma reassume il suo nome principale, cioè «vertú», o «potestá», o «troni» o qual altro s’abbia.]
«L’aperse, che non ebbe alcun ritegno». In questo si mostra la potenzia di Dio, la quale, non che aprire una porta, quantunque forte, col percuoterla con una verghetta, ma con un picciol cenno può commuovere tutto il mondo.
—«O cacciáti». Qui pone l’autore le parole dette dall’angelo a’ nimici di Dio, li quali si dee credere che quivi presenti non erano, sí come quegli che per paura, sentendo la venuta di questo angelo, s’erano fuggiti e dileguati: ma non potevano in quella parte essere andati, che bene non udissono e intendessono ciò che questo angelo diceva contro a loro. Dice adunque:—«O cacciáti dal ciel» per la lor superbia, «gente dispetta»,—cioè avuta in dispetto da Dio, «Cominciò egli in su l’orribil soglia», della porta la quale era aperta,—«Onde», cioè da qual autoritá, «esta oltracotanza», di non aver riguardo a quello che voi fate, «in voi s’alletta?», cioè si chiama e si ritiene. «Perché ricalcitrate», col perverso vostro adoperare, «a quella voglia», di Dio, «A cui non puote il fin mai esser mozzo»; per ciò non può esser «mozzo», cioè terminato, perché ad esso non si può pervenire, conciosiacosaché Iddio sia infinito; «E che piú volte v’ha cresciuta doglia?», rilegandogli nell’aere tenebroso, nel profondo dello ’nferno, sí come è rilegato il Lucifero, il quale, perché volesse, non si può muover quindi. «Che giova», a voi o ad altrui, «nelle fate dar di cozzo?»
Altra volta è stato detto di sopra il «fato» doversi intendere la divina disposizione, contro alla quale volere adoperare non è altro se non voler cozzare col muro, ché si rompe l’uomo la testa, e ’l muro non si muove. [Né è però da credere che Domeneddio col suo provedere ponga necessitá ad alcuno, come pienamente si tratterá nel decimosettimo canto del Paradiso. Ma, percioché qui, poeticamente parlando, l’autore dice «fate» in plurali, è da sapere, secondo che i poeti scrivono, che queste fate son tre, delle quali la prima è nominata Cloto, la seconda Lachesis, la terza Atropos; e, secondo che dice Teodonzio, elle furon figliuole di Demogorgone e di Caos. (Vuolsi qui recitare la favola di Pronapide dell’origine di queste fate, e la sposizion di quella). Ma Tullio, il quale le chiama Parche, in libro De natura deorum, scrive queste essere state figliuole d’Erebo e della Notte; ma io m’accosto piú con l’opinione di Teodonzio, il quale vuole queste esser create insieme con la natura naturata, il che par piú conforme alla veritá. Queste medesime nel preallegato libro chiama Tullio «fato», quel medesimo dicendo essere stato figliuolo d’Erebo e della Notte. Seneca, in una epistola a Lucillo, le chiama «fate», dicendo nondimeno quello che scrive essere stato detto d’un filosofo chiamato Cleante, il qual dice: «i fati (o le fate), menano chi vuole andare, e chi non vuole andare tirano». Ma questa è malvagia sentenza e da non credere, percioché, se cosí fosse, noi saremmo senza il libero arbitrio; il che è falso. E questa medesima sentenza par molto piú apertamente sentire Seneca tragedo, in quella tragedia la quale è intitolata Edipo, dove dice:
Fatis agimur, credite Fatis:
non sollicitae possunt curae
mutare rati stamina fusi.
Quidquid patimur mortale genus,
quidquid facimus, venit ex alto,
servatque sua decreta colus
Lachesis. Dura revoluta manu,
omnia certo tramite vadunt,
primusque dies dedit extremum.
Non illa deo vertisse licet,
quae nexa suis currunt causis.
It cuique ratus, prece non ulla
mobilis, ordo; multis ipsum
timuisse nocet: multi ad fatum
venere suum, dum Fata timent, ecc.
E questo medesimo mostra Ovidio d’aver sentito nel suo maggior volume, dove introduce Giove cosí parlante a Venere: