Lettore
Vari anni sono io diedi in luce alcuni romanzi storici; ma sebbene già in essi mi ingegnassi di dare a questo genere di componimenti la legge severa di rispettare non falsandola la storia, tuttavia debbo confessare che troppo imperfetti più o meno riuscirono in varie parti que’ miei lavori; che io forse riprodurrò in avvenire meglio raffazzonati, per ora limitandomi a ringraziare il Pubblico della indulgenza che verso di essi ha dimostrata.
Questo nuovo mio componimento di egual genere venne da me con maggior studio lavorato; e spero quindi possa meglio meritare l’attenzione degli Italiani, a cui presenta al vivo un tempo assai memorabile. Se io pinsi con fedel pennello lo stato di Milano sul terminare del secolo XV; se ritrassi le glorie non meno che le colpe di quell’età notevole; se spiegai con grandi tratti il carattere di quel Lodovico il Moro tanto celebre e tanto poco a tutta prima comprensibile; e se, ciò facendo, composi un libro che istruisce allettando, e diedi al genere di componimento che trattai un’importanza maggiore che non ne abbia in generale; avrò raggiunto appieno lo scopo che mi sono proposto.
Capo I. PRELIMINARI STORICI
Nel 1476, il giorno di santo Stefano, era stato ucciso Galeazzo Maria Sforza, duca di Milano: i congiurati, Giovanni Andrea Lampugnani, Girolamo Olgiati, e Carlo Visconti, credettero far cosa meritoria nel levare dal mondo quel principe, cui contaminava una sfrenata libidine, e talora esecrabile crudeltà: ma il popolo milanese non odiava al par di essi il suo signore; perchè egli allettava la plebe colle pompe, profondea tesori, mostravasi affabile tutti ammettendo alla sua presenza coloro che a lui per alcun motivo ricorrevano, e come buon parlatore li rimandava soddisfatti. E veramente questo duca, colla sua manìa di grandeggiare, avea contribuito non poco durante il suo dominio ad ingentilire i costumi; non già per lo sfoggio straordinario degli abiti che videsi nella sua corte, e per le pompe inaudite che egli mise in uso; ma perchè, seguendo l’esempio del padre suo Francesco, favorì le lettere, promosse l’arte tipografica allora recentissima, e fu egli stesso scrittore; diè incremento alla musica ch’ei sommamente amava, tenendo trenta cantori oltramontani al proprio servizio; e, della pittura pure dilettandosi, diè lavoro al pennello di molti artisti, specialmente ne’ suoi castelli di Milano e di Pavia; finalmente la città di Milano fu da lui molto abbellita, ed anche tutta di nuovo lastricata nel 1470.
Alla sua morte, egli lasciava varii figli naturali, ed alcuni legittimi: fra questi Gian-Galeazzo gli succedeva; fanciullo ancora, e sotto la tutela di Bona di Savoia sua madre: donna di carattere dolce e soave dotata, ed anche di bastante saggezza; ma che ebbe avversi i tempi; poichè l’ambizione de’ suoi cognati, e particolarmente di Lodovico il Moro, ben presto la travagliò; onde, ad essa cedendo, sacrificato agli odii loro il calunniato di lei fedele ed avveduto ministro Simonetta, non tardò a dover dimettersi dalla tutela e dalla reggenza in favore di Lodovico allora duca di Bari; il quale ostentando una rara saggezza, mentre si acquistava gli encomj generali, mirava in suo cuore a salir più alto che potesse; tanto che, come gli parve fattibile, pensò anche ad usurpare la sovranità.
Fu nel 1480 che Lodovico Duca di Bari giunse allo scopo che dapprima si prefisse la sua ambizione; cioè al conseguimento della tutela del giovinetto nipote, e della reggenza dello stato. Il modo con che egli governò lo renderebbe meritevole di una gloria immortale, se fini meno retti non avessero contaminate le sue azioni: egli si cinse degli uomini più dotti della età sua, de’ più distinti artisti; alzò magnifici monumenti, quali pel decoro della città, quali pel pubblico servizio; Milano proclamò lui suo novello fondatore; la poesia, la musica, la pittura, la scultura, come l’architettura, fecero gran progressi, ajutate dal suo potente favore; gli studi più gravi non mancarono di onorare la sua età, e di riconoscere in lui un caloroso protettore: e il tempo di Lodovico il Moro fu veramente il secolo di Pericle per Milano: onde merita che noi qui ne facciamo un po’ distintamente parola.