Una volta ritornando a casa stanco, con un incomodissimo sentore di scompostezza negli abiti e nelle ossa, è assaltato per istrada dalla pioggia. Le risaje, le pozzanghere, il tempaccio lo circondano di un fastidio insopportabile. Egli allora solingo, tutto ammollato e grondante, ripensa la sua battaglia quotidiana ed ignorata contro la tortura del dubbio e della schifezza per resistenza altrui; domanda a sè stesso dove c’è maggiore e più sconfortata abnegazione della sua; fa il calcolo delle rimunerazioni che ne ritrae, fra cui il sogghigno delle megere medicastre e la gratitudine dei contadini, che per avere il pretesto di non pagarlo gli levano persino il saluto. Se la piglia con la società, che non si accorge nemmeno delle fatiche utili e oscure dei lavoratori semplici e onesti; gli sembra che il mondo conceda onoranze e innalzi statue soltanto ai macellai dell’umanità, ai pazzi e alle altre sue escrescenze destinate alla storia, mentre dimentica coloro, che senza solletico di trombe, di storie e di giornali, senza sorrisi di dame compiono il dovere loro quotidiano più necessario al mondo che il pane quotidiano. Conchiude che la sua vita è una solenne corbelleria, che deve anche lui lasciare il villaggio e i suoi paesani quadri, andare in città, spargere la sua chiacchera nelle gazzette e nei comizî, ammazzare il prossimo per occupazione spettacolosa del pubblico, squittire le sue freddure nei salotti, tuonare o sbadigliare nei caffè, perchè la patria innalzi anche lui ai primissimi posti.

D’altra parte la signora Sofia, lontana per sì lunghe ore dal suo sposo, avverte come i suoi giorni trascorrono monotoni; e rimettendo sul tavolo il pesante giornale d’Egidio che ha tentato invano di leggere, legge poi inavvertitamente con la coda dell’occhio, gli annunzi teatrali nella quarta pagina: Teatro Regio, Aida... Ciò basta per recarle innanzi un’atmosfera che le avvampa la testa e il petto. È il tepore che molce le scollacciature nei palchetti all’opera.... Le smaglia addosso un fascino di perle, un biancheggiare di mussola da ballo prefettizio.

Ma ecco sente di fuori scrosciare la pioggia.

— Poverino! Chi sa, dove ora si trova?

E quando per la scala monta una pesta cara e conosciuta, essa con un sopprassalto apre l’uscio.

— Dio mio! Egidio! In quale stato! Povero martire!

E dandogli un bacio ed una tazza di caffè, gusta una gioia, una baldanza, con cui non possono neppure venire a paragone le opere di Verdi e i balli del Prefetto.

Egli mordendo il collo alla sua Sofia, perde ogni sdegno contra la società, e giura seco stesso di essere sempre un lavoratore oscuro ed onesto.

I due sposi sono davanti al fuoco. Egidio appinza e trasloca con le molle i carboni accesi.

— Egidio, che cosa hai che non parli?