Il fuoco del camino manda una laurea, una aureola d’amore su quelle due teste umili e contente.

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Poi viene il massimo dì, in cui la più mignola mammina diventa veneranda come sant’Anna e in cui il giovane più prosaico si trasumana di contentezza, — il giorno in cui un esile vagito, che saluta la luce, riempie una casa del più musico scampanío di festa.

Poi vengono le cure delle piccole cuffiette, dei piccoli vestitini, delle piccole scarpettine che sembrano destinate a raccogliere la rugiada.

Poi non bisogna dimenticare di mettere la basta agli abiti nuovi, perchè questi benedetti ragazzi crescono su a occhiate; poi bisogna adattare i calzoni del maggiorino al minorello. Poi il Collegio, la distribuzione dei premi; poi l’alterezza di avere un figliuolo, che si addottora in legge o in matematica, ma non in medicina sotto pena della diseredazione; poi amori e imenei anche per i nuovi giovani; insomma tutto quanto l’ordine divino e perpetuo della famiglia, mediante la quale l’umanità si conserva e progredisce, non ostante l’eccidio di Gerusalemme, il sacco di Roma e l’incendio di Parigi.

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Pensando a tutto questo avvenire di belle cose, un congiunto dello sposo, giovane studente di lettere, che aveva fatto il suo bravo sonetto per le auspicate nozze del dottor Egidio e della gentile signorina Sofia, perdette la bussola, come la perdette notoriamente il sindaco Benevasio Zuccotti nel 1859, quando si recò alla stazione per salutare in nome del municipio il re Vittorio Emanuele e l’imperatore Napoleone III, che si recavano alla guerra:

— Maestà! — disse loro il dabben sindaco: — Maestà! — e poi restato in tronco, perchè il discorso imparato a memoria gli scappava via come il vento: — Maestà! riprese — per incarico del Consiglio comunale io vi impartisco la santa benedizione.

Così il giovane studente, piantato davanti allo sportello della vettura di prima classe, mezzo scusato dal sacerdozio delle muse, piccato di fare il suo novantanovesimo complimento alla felice coppia, si concentrò per un mezzo minuto nel vuoto come il tamarindi di Brera e poi proruppe: — in nome di tutti i parenti e di tutti gli amici, in nome di questo inclito borgo, che voi lasciate, o felici sposi, ancora una volta.... — qui voleva dire vi saluto, ma impaperandosi pronunciò un grosso vi benedisco, — facendo risuonare l’elegantissimo isco in mezzo alla ilare attenzione generale.

La vaporiera sibilò la sua impazienza contra l’oratore.