Pinotto si ricordò che non aveva fatto l’asciolvere, si sentì strizzare le viscere, venirgli la pancia come un soffietto e discendergli qualche cosa. Egli avrebbe dato della fronte in quei cristalli per mangiare di quelle leccornie. Allora la servilità dello stomaco gli profugò la superbia della testa. Egli pensò, che aveva avuto torto; aveva avuto torto sicuramente a fare quella cattiveria, a fuggire di casa, a rompere un vetro, e.... per che cosa? per la gelosia di un cagnolino, il quale forse poteva aver ragione, lui. Povero Glafir! Sicuro! aveva ragione lui...! Se è ammalato, se ha la tosse.... Povera bestiolina! bisogna avergli rispetto.... e domandargli scusa, se fa bisogno.... e poi la mamma gli vuol bene e comanda così.... E il proverbio dice che chi maltratta il cane.... E i comandamenti di Dio ci obbligano ad ubbidire padre e mamma, se si vuole vivere lungamente sulla terra... E poi Pinotto non è buono a fare lo spazzacamino, egli avrebbe vergogna a strillare i giornali e i fiammiferi.... —
Così ruminando, con una fame, che la vedeva, lo scolaretto, grondon grondoni, ritornò indietro; girò i pilastri con una andatura tremola, come il riverbero di uno specchio rotto; salendo le scale con il ticche tacche nel cuore, egli si preparò sulla bocca il più bello e commovente perdono! da povero innocente.
Ma comparso sulla soglia della sua casa, non ebbe tempo di pronunziarlo quel perdono! perchè zònfate! L’uragano di uno schiaffo lo stramazzò in terra. Appena potè rilevarsi da quel coperchio di dolore, che lo aveva offuscato, egli strillando e camminando ginocchioni, andò ad avvinghiarsi convulsivamente e quasi ermeticamente alle gambe di sua mamma.
— Mamma! mamma! perdono! domando perdono!... ho fame....
— Se hai fame, birbante, guarda lì.... Mangia ciò che ha avanzato Glafir.... Così imparerai a fare il matto, a rompere i cristalli e a scappare di casa all’ora della colazione. —
A quella proposta quel bambino si sentì asciutto di lacrime e quasi impietrato; stette cinque minuti senza pensieri, quasi senz’anima; poi si riscosse ad una violenta interrogazione che gli fece la fame e le rispose di sì; si mosse come un’ombra, e andò in un canto a pigliare per terra un piattino nero, che conteneva un intruglio bianco, la minestra lasciata stare dal cagnolino; provò ad accostarsi alle labbra una cucchiajata di quel rimasuglio; ma, appena i suoi nervi sentirono quella schifezza, andarono in rivoluzione. Egli ebbe un sussulto rabbioso di vomito asciutto, lasciò cadere sul pavimento tutto ciò che aveva nelle mani; cadeva egli stesso da tutte le parti, eruttava pianti, schiuma, sospiri, guaiti.... Pareva che quel fanciullo avesse perduta la sua intelligenza piccina davanti a quel baratro di umiliazione e di crudeltà materna.
La signora Placida si percuoteva le mani, e rivolta alla figliuola diceva:
— Carolina! Carolina! ci mancava anche questo.... che questo dannato si facesse venire i vermi. Va un po’ a chiamare il medico. —
Il medico venne, e, dopo aver guarito Pinotto con una settimana di cura assidua, diede alla mamma e alla sorella per metodo di cura preservativa il suggerimento, che gli evitassero qualsiasi occasione di spavento.