Vana anche quella speranza, vano anche quel conforto! Egli aveva cancellato la seconda parte di quella prima affermazione, e restava, nuda terribile, la sentenza di Salomone:
Vanità delle vanità e tutto vanità.
Non paia strano che il Leopardi attingesse da libri cristiani o religiosi la sua sconsolata filosofia. Lo osservò il Gioberti: “quando lo scrittore deplora la nullità d'ogni bene creato in particolare,
E l'infinita vanità del tutto,
non fa se non ripetere le divine parole dell'Ecclesiaste e dell'Imitazione„. E, non so se dietro lui, la Teia scriveva: — Quale è il pensiero dominante negli scoraggiamenti, nei disgusti del figliuol di Monaldo? L'infinita vanità del tutto. E non è questo il mesto gemito di Salomone già da tanti secoli? Vanitas vanitatum. — Egli tutta la sua vita impiegò in commentare, ampliare, provare ciò che quei libri affermavano seccamente e solennemente. Ma ne aveva tolto già una paroletta di tre lettere, senza la quale quei libri divenivano vangeli di dolore: Dio.
VIII.
Dal cristianesimo egli certo prese un suo paragone che riassume il suo concetto della vita umana:
Vecchierel bianco, infermo
Mezzo vestito e scalzo,