Sì: la coscienza umana chiede ancora al fine del secolo, quello che chiedeva al principio. Dobbiamo credere che ciò sia un sintomo di malattia o degenerazione? O dobbiamo credere che sia naturale del pastore in tal modo affannarsi, come della sua greggia il posare? Non so: certo io rammento che qualunque sia la risposta che noi ci sentiremo dare, ella ci consiglia il bene. Chè il fare bene non è solo la conclusione ultima della filosofia cristiana del Manzoni, ma anche di quella sconsolata del Leopardi. Poichè questi dopo avere mostrata la vanità del tutto, a parte a parte, della gloria, della libertà, del progresso, della vita, ha la visione dell'umanità futura, stretta insieme e ordinata, “negli alterni perigli e nelle angoscie della guerra comune„.
Il poeta del dolore conclude adunque, non troppo diversamente dal poeta della speranza, così: Noi stiamo tutti male: aiutiamoci dunque tra noi infelici, difendiamoci, amiamoci.
Non diversa la conclusione, come non dissimili le premesse. Perchè? Elle furono poste, ripeto, da tutti e due in quei primi anni del secolo, durante e dopo quel tanto “affaticare„, che parve non fosse giovato a nulla. Parve, ripeto, al Leopardi nella sua fanciullezza, e seguitò a parer dopo, perchè in lui la fanciullezza fu tutta la vita. Nè per altra ragione io ho trattato del divino poeta nel periodo storico nel quale cade il gemmare, non il fruttare nè il fiorire suo. Era appena cessata l'epopea Napoleonica, e il Leopardi, già formato, usciva a dire: Infelici! infelici! O mesta voce di fanciullo, ineffabilmente mesta, sebbene si volgesse allora a Gesù! La dolce fede divina, già non gl'impediva di credere all'immedicabile infelicità umana; come il mancare poi di essa fede, non gl'impedì di credere al grande ma unico e non solito, ahimè, nè facile conforto: all'amore!
Nota del Trascrittore
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