Nè solo è vero quello che un nobilissimo pensatore scrisse di lui, che “il ricordare trascorsi, il rimpiangere perduti (i primi anni) fu l'unica sorgente della sua poesia„ ma altresì che della sua politica e della sua filosofia bisogna cercare la fonte in questo suo tempo migliore. Parrà strano a chi crede, come credono quasi tutti, a un mutamento radicale avvenuto nelle idee e nei sentimenti del Leopardi dopo il 17. Ma io penso che nella sua vita accadesse invece come un cataclisma intimo, che la spezzò in due. Tra le due parti è un baratro; ma le due parti sono della stessa formazione. Quando avvenisse questo discidio, non si può dire a puntino: ci fu forse una lenta corrosione, piuttosto che un improvviso schianto; ma avvenne. Negli ultimi anni della sua vita egli derideva quel generale austriaco-papalino che si portò così bene alla battaglia di Faenza: i papalini fuggirono, e li
... precedeva in fervide sonanti
Rote il Colli gridando: Avanti avanti.
Ebbene, più che dalla voce popolare, egli dovè udire, fanciullo, questo motto in casa dal padre; che nella sua autobiografia ne riferisce altri, da quell'uomo mordace che era: “Il giorno 2 di febbraio del 1797, alla mattina, i Francesi attaccarono.... Ben presto.... l'inimico si accinse a guadare il fiume; e vistosi dai popolani (papalini?) che i Francesi non temevano di bagnarsi i piedi: “Addio„ si gridò nel campo “si salvi chi può„ e tutti fuggirono por duecento miglia„. E più giù racconta che i cannoni vennero caricati con fagioli, aggiungendo “questa mitraglia figurò nella guerra fra il Papa e la Francia„. Nella villetta di Posilipo in cui il poeta scriveva la Ginestra, sonò forse una sera la stessa risata che trent'anni prima aveva fatto eco, nel palazzo di Recanati, al racconto di Monaldo. E ci sono in vero molte differenze tra l'autore dei Paralipomeni e quello dei Dialoghetti sulle materie correnti? Il figlio scherniva, il padre malediceva: per le male barbe Giacomo invocava il barbiere, Monaldo il boia: ma infine i loro sentimenti s'incontravano, sebbene non paresse nè agli altri nè a loro stessi.
Giacomo amava la patria italiana. Egli scrive al Giordani: “mia patria è l'Italia: per la quale ardo d'amore, ringraziando il cielo d'avermi fatto italiano„. Ma aggiunge “perchè alla fine la nostra letteratura, sia pur poco coltivata, è la sola figlia legittima delle due sole vere tra le antiche„. È un amore dunque letterario, quale poteva averlo da bambino, sebbene aspirasse allora più a erudizione che a letteratura. Ma avesse il suo amore ardente avuto altre origini o fini, Giacomo non potrebbe con ciò essere chiamato “patriota„ come intenderemmo noi ora. Bene lo credettero a' suoi tempi: “Quando Giacomo (dice Carlo) stampò le prime canzoni, i Carbonari pensarono che le scrivesse per loro, o fosse uno dei loro. Nostro padre si pelò per la paura„. Eppure Giacomo scrisse quelle canzoni con lo stesso animo con cui tre o quattro anni prima aveva con un suo discorso plaudito alla caduta dell'oppressore e maledetto il tentativo di re Murat. E se ne accorsero poi i liberali e i carbonari, e presero in sinistro la sua canzone sul monumento di Dante: al che egli risponde “che non la scrisse per dispiacere a queste tali persone, ma parte per amor del puro e semplice vero e odio delle vane parzialità e prevenzioni; parte perchè non potendo nominar quelli che queste persone avrebbero voluto, metteva in iscena altri attori, come per pretesto e figura„. Che non potendo parlare di Austriaci, egli parlasse di Francesi, e adombrasse col nome di questi, che avevano, per esempio, degli itali ingegni
Tratte l'opre divine a miseranda
Schiavitude oltre l'Alpi,
quelli che, cogli altri alleati, erano stati autori di ricondurle in patria; e potesse sperare che ad altri che a Francesi, si attribuisse, per esempio,
la nefanda
Voce di libertà che ne schernìa