Ad Aspasia scrivevi così. Eppure in altri tempi dalla considerazione dell'infelicità umana traevi ben altre conclusioni. Dicevi che, poichè la nostra vita non vale se non a spregiarla, poichè è beata solo nell'oblio di sè stessa tra i pericoli mortali e nella gioia d'essersi da quelli poi sottratta, il forte non poteva far cosa più a sè utile, oltre che bella, che cimentare quella vita per la patria.

Come la conclusione oggi è così diversa? Perchè quel sogghigno di malaugurio nel vedere

le barbe ondeggiar lunghe due spanne;

nell'udire, la setta sorta tra i topi ragionar con forza e leggiadria

d'amor patrio, d'onor, di libertade?

Non fuggiranno già sempre i topi congiurati! Nè sempre, già allora, erano fuggiti, avanti i granchi! E s'avvicina il tempo in cui apprenderanno a resistere e ad assalire, a morire e a vincere; e molte nobili teste, con le barbe o no, o Tristano, saranno strette dal laccio o recise dalla scure. Sta per fluire, o Tristano, il sangue generoso, a fiotti, il sangue che sarà fuoco, fuoco inestinguibile, che ridurrà in cenere il passato di schiavitù e abbiezione, che pur hai detestato con la parola giovanile!

Vanità, vanità: dice il tuo cuore, stanco.

VII.

Vanità i severi economici studi, vanità ogni speranza di miglioramento sociale. Tu ridevi, scrivendo ad Aspasia, della felicità delle masse, perchè, aggiungevi: «il mio piccolo cervello non concepisce una massa felice, composta d'individui non felici». Tu aggiungevi ancora: «I miei amici si scandalizzano; ed essi hanno ragione di cercare gloria e di beneficare gli uomini; ma io che non presumo di beneficare, e che non aspiro alla gloria, non ho torto di passare la mia giornata disteso su un sofà, senza battere una palpebra». E tu confermi queste terribili parole col tuo presente ragionamento e coi gelidi amarissimi versi al candido Gino. Felicità comune? vanità! Scienza? vanità! Progresso? vanità! Anche la poesia, che non può essere utile, che non può cantare

i bisogni