Essere morto non voleva dire non essere. Tra essere morto ed essere vivo c'era bensì differenza:
Oh! ma mi sta più presso: abbracciandoci un attimo appena,
l'uno con l'altro, tra noi ci si goda il lamento di morte!
Detto ch'egli ebbe così, gli si tese con ambe le mani
ma non lo prese; chè l'anima sua, qual fumo, sotterra
con uno strido vanì. Sobbalzò stupefatto il Pelide...
C'era una differenza! E quale! Il vostro amato morto, la vostra madre, il vostro padre non li potete abbracciar più, quando sono morti... Non si abbraccia l'aria, il fumo, l'ombra. I morti tornano a noi, ma in sogno soltanto, e da qual delle due porte essi escano, o da quella che è d'avorio, come i denti, o da quella che è di corno, come l'occhio, parlano bensì e si vedono; ma non altro: non si toccano. O infinitamente soavi poeti dell'illusione, quale scopritore di mondi, quale banditore di verità, quale inventore di farmachi può all'uomo fare benefizio che pareggi e compensi quello che voi recaste al figlio che aveva perduto la madre, alla madre che aveva perduto il figlio? Oh! certo la folgore, condotta su fili metallici, può annunziarmi con rapidità di baleno: quella tua cara persona muore! E il vapore, costretto in una caldaia, può condurmi con rapidità di procella, al letto di quella che muore. E l'aria, decomposta nei suoi elementi, può fornirmi di che prolungare la vita, per un'ora, per un giorno, di quella che mi muore... Ma voi, o infinitamente benefici, non me la facevate morire, me la facevate vivere e per sempre, sia pure intangibilmente. Che cosa potranno fare i poeti sacerdoti della scienza o della realtà che non sia nè l'ombra del bene che facevano gli altri? Che cosa faranno?
VIII.
Direi: quello che non hanno fatto ancora, e che dovevano fare, per impedire che la scienza fosse quello che è sinora, un sole senza calore, luce e non vita. Essi devono far penetrare nelle nostre coscienze il mondo quale è veramente, quale la scienza l'ha scoperto, diverso, in tante cose, da quel che appariva e appare. Per un esempio: il sentimento, che proviamo alla visione del cielo stellato, è in noi molto diverso da quello che era nel nomade dei primi tempi? Esso fissava l'occhio in qualche gruppo di stelle che facevano un disegno ricordevole. Unendo i punti luminosi trovava che quel gruppo assomigliava a una bestia o a un uomo o a una cosa: bestie, uomini, cose del suo vicinato. In questa lenta e oziosa operazione l'occhio del pastore che disegnava nel cielo, si velava e si chiudeva. Quando si riapriva, dopo qualche po' di tempo, trovava che il suo leone o il suo plaustro o il suo cacciatore aveva viaggiato. Si trovava in un luogo diverso del primo. E così vedeva che il cielo si moveva incessantemente. Non anche per noi si move il cielo, e noi restiamo immobili? Chi di noi, pur sapendo di astronomia molto più di me che non ne so nulla, sente di roteare, insieme col piccolo globo opaco, negli spazi silenziosi, nella infinita ombra constellata? Ebbene: è il poeta, è la poesia che deve saper dare alla coscienza umana questa oscura sensazione, che le manca, anche quando la scienza gliene abbonda. E non dico che la poesia non ci si sia provata; ma in parte ed ancora in modo imperfetto. Ricordo un punto sul quale si esercita la poesia: la infinita piccolezza nostra a confronto dell'infinita grandezza e moltitudine degli astri. Ricordo il Leopardi e il Poe, e potrei ricordare molti altri. Tuttavia sulle nostre anime quella spaventevole proporzione, non ostante che i poeti nuovi fossero aiutati, nel segnalarla allo spirito, dai poeti della prima èra, quella spaventevole proporzione non è ancora entrata nella nostra coscienza. Non è ancora entrata... perchè, se fosse entrata, se avesse pervaso il nostro essere cosciente, noi saremmo più buoni.