È l'eroe che marciando verso la battaglia, si ferma a sentire il canto d'un usignuolo. È l'eroe che sa il cammino delle stelle, e muove le sue schiere notturne, con gli occhi al cielo. È l'eroe che scrive: Obbedisco; che rampogna: Dove andate? il nemico non è qui; che ammonisce: Che dite, Bixio? Qui si muore!; che «pallido, rauco, cupo, invecchiato di venti anni, ulula: Sedetevi e vincerete!»

A tutti egli è presente e caro per alcunchè di intimo e personale. Per tutti è colui che ci redense nel sangue e nella gloria; ma più familiar ricordo di lui è in ogni ordine e grado di cittadini: nel Re, che nacque a Napoli che l'eroe restituì a sè stessa e all'Italia; nei lavoratori, dei quali egli conobbe la vita, e soffrì la fame; nell'esercito, che l'ebbe generale a Varese; nell'armata, che l'avrebbe voluto ammiraglio a Lissa; nella nobiltà, che gli forniva le guide per le sue schiere; nei preti... anche nei preti, sì, che gli dettero il più alto de' suoi martiri, Ugo Bassi, e il più efficace de' suoi salvatori, Giovanni Verità: un frate e un prete: clero regolare e secolare. E fuori della patria, gl'italiani nel suo nome si stringono, e nella sua memoria si consolano, quando sono spregiati, perseguitati, linciati, essi che ebbero Garibaldi, Garibaldi che là avrebbe potuto prender posto vicino a Washington e a Lincoln, ed essere Ulisse Grant, e non volle e non potè, perchè doveva in Italia restar... Garibaldi, ed esservi, magari, ferito, imprigionato, rinnegato! E nelle fazendas del Rio Grande, i nostri infelici Iloti, nel loro esule terribile lavoro di sradicar selve e dissodar terre altrui, ne' delirii della fame e della febbre, sentono, gli Iloti, galoppare nelle notti, per le piccade, il divino Filibustiere.

III.

Egli è però la visione patria, che apparisce da per tutto sull'Alpi e presso i laghi, intorno a cui battagliò in tre guerre e vinse invano; sugli Apennini che fendè con una fuga più mirabile d'ogni vittoria; sui mari che corse tutti dalla fanciullezza sino alla vecchiaia, e su cui diresse il Piemonte e il Lombardo; nelle isole, tra cui riposava, sublime corsaro in agguato e in attesa dei movimenti de' popoli; tra i giunchi d'una palude dove spariva con la sua donna in braccio, inseguito a cannonate; nella cascina d'un monte, dove sedeva insanguinato e prigioniero; sulla vetta del Gianicolo donde trionfa. Ed apparisce a tutti, nelle officine e nelle campagne, nelle caserme e nelle scuole.

A tutti. Non meraviglia che venga anche a me, povero pensatore solitario. Ieri levai la mano da uno studio sull'Alighieri e mi posi a scrivere di Garibaldi. La penna correva come per sè stessa mossa. Non c'era alcun distacco tra scrivere del Generale e scrivere del Poeta. E non vi faccio ora uno di quei soliti paragoni nei quali l'industria della parola, qua limando là saldando, fa qualunque viso simile a qualunque altro. No. Dite voi. Qual è il nome che proclamereste in faccia a chi misconoscesse la vostra patria? Quale? O l'uno o l'altro di questi due: del poeta o dell'eroe. In vero dove non giunse l'eroe, abbiamo posto il poeta!

Se lo straniero magnificasse la civiltà della sua nazione in confronto a quella della vostra, e v'enumerasse i suoi inventori, scrittori, pensatori; voi rispondereste: Dante! E se lo straniero esaltasse le glorie delle sue conquiste e i fasti delle sue rivoluzioni e le fortune de' suoi imperi; voi rispondereste: Garibaldi! Uno de' due nomi scegliereste, per esser brevi; chè tanti altri ne avreste; ma bastano essi a dir tutto.

Dante, lo scultore d'anime, comprende Michelangelo; Dante che alza le vele per acque non mai corse, somiglia a Colombo. Dante che tiene gli occhi ora fissi alle stelle ora chini al punto a cui si traggono i pesi, prepara Galileo.

E Garibaldi? Garibaldi non solo comprende, ma purifica in sè ed emenda tutte le vostre passate glorie politiche e militari. Egli è un Mario senza crudeltà, un Cesare che combatte per la libertà e non per l'imperio, un Carmagnola o uno Sforza che vuol conciliare, anche quando li uccide, i fratelli; un Ferruccio che non solo sa morire ma sa anche vincere; un Ariosto che vive il suo mirabile poema; un Machiavello ingenuo e più profondo dell'antico, che trova alfine il suo Principe forte ma galantuomo!

Tra questi due nomi scegliereste, a seconda che il vostro orgoglio fosse offeso a proposito (per parlare il linguaggio scolastico di Dante, che m'avvince a sè) a proposito o della vita contemplativa o della vita attiva. Ma se all'Italia, in vostra presenza, si negassero i pregi di tutte e due codeste vite — ma usiamo la formula rinnovata da colui che diede all'eroe vinto e accogliente in sè il fremito giovanile di mille eroiche vite spente nei secoli; diede a Garibaldi vivo l'amplesso di Dante morto; la formula rinnovata da Giuseppe Mazzini — se si negasse all'Italia la gloria e la perfezione del Pensiero e dell'Azione, voi allora accoppiereste, saltando agevolmente su venti generazioni, i due grandi nomi: il pallido pensatore e il rosso guerriero, il poeta dell'oltremondo e l'eroe de' due mondi, l'esule di Ravenna e il solitario di Caprera; che non hanno l'uno se non una penna e l'altro se non una spada, e fanno una grande vendetta cioè un'eterna rivendicazione: Dante e Garibaldi.

IV.