E non so io perchè...[35]
I dannati par che si dolgano che gli altri non soffrano abbastanza, sì che gran parte di lor martoro è data dai compagni di pena, come a Caifas, che deve sentire ‛Qualunque passa com’ei pesa pria’. E così i ladri l’uno muta e tramuta l’altro: ‛io vo’ che Buoso corra, Com’ho fatt’io, carpon per questo calle’; e così le due ombre smorte e nude corrono mordendo, come porci; e così rissano Mastro Adamo e Sinone, compiacendosi l’uno della maggior pena e maggior peccato dell’altro. Rissano persino due diavoli, Alichino e Calcabrina, dei quali questo era invaghito ‛Che quei campasse (ossia che succedesse un male, un disordine) per aver la zuffa’: il qual desiderio è come nota precipua dell’invidia. E quasi a suggellare il tutto, a Dante che piange in vedere il pianto degl’indovini, dice rimbrottando Virgilio:
ancor se’ tu degli altri sciocchi?
Qui vive la pietà quando è ben morta.[36]
Le quali parole più che in generale ai dannati dell’Inferno, si riferiscono in particolare a quelli che operarono contro la carità, ossia agli invidi, per i quali non aver carità, è mostrare ossequio alla carità che essi offesero.
XVII.
Poi considerai la propria ragione del ‛Loco in inferno detto Malebolge’; e il suo esser di pietra e di color ferrigno mi ricordò la ripa e la via della seconda cornice del Purgatorio, che si mostravano ‛Col livido color della petraia’. Questa simiglianza non era a caso, e a me sovveniva delle chiose dell’antico, già riportato, il quale diceva de’ simoniaci: Sono fitti nella pietra livida; cioè nella durezza odiosa che hanno verso il prossimo, che non hanno carità veruna. E in altro luogo: Nel mondo furono duri ed ostinati come il sasso e freddi d’ogni carità. Queste rispondenze per altro fra gli invidi del purgatorio e i frodolenti dell’inferno mi richiamavano a cercare in esso purgatorio conferma per ciò che avevo concluso della superbia e lume per ciò che venivo concludendo della invidia: conferma e lume che dovevano venirmi da quel ragionamento Tomistico del purgatorio, che già aveva stabilito avesse a compiere la spiegazione Aristotelica data nell’inferno. Vidi in fatti che tra la malizia ch’odio in cielo acquista e il mal che s’ama era una relazione evidente; poichè il fatto di malizia che si espia nell’Inferno doveva esser preceduto da quell’amor del male, che si sconta nel Purgatorio. Ma vedevo ancora ‛Che il mal che s’ama è del Prossimo’, non del suo suggetto, non dell’Esser primo; e ciò poneva gran differenza tra la malizia dell’inferno e il triforme amor del purgatorio, sì che io potevo dubitare che tra la superbia e invidia, quali sono dichiarate in esso purgatorio (XVII 115-120), e il tradimento e la froda dell’inferno vi fosse la uguaglianza che doveva esserci, se era vero ciò che io avevo creduto, che il tradimento fosse superbia e la froda invidia. Ma il dubbio si schiariva subito al considerare che Tomaso (2ª 2ae XXXIV 1) disputa che Dio può sì essere avuto in odio da alcuni, non però per sè, non per certi effetti suoi che in niun modo possono essere contrari alla volontà umana, ma per certi altri effetti che ripugnano a una inordinata volontà, ‛sicut inflictio poenae et etiam cohibitio peccatorum per legem divinam, quae repugnant voluntati depravatae per peccatum’. Chiaro m’era dunque, senza necessità di più sottili indagini e di più larghe ricerche, che nel purgatorio dove si ama la pena inflitta da Dio e si loda la sua legge, non può essere peccato in cui abbia parte l’odio di Dio, e che quindi nella definizione che si fa in esso dei peccati capitali si deve attendere una differenza con quella che si fa dei medesimi nell’inferno, poi che in questi è l’odio di Dio, in quelli o non era o fu rimosso. E lo stesso trovavo dell’odio di sè, poi che Tomaso dice (1ª 2ae XXIX 4) che alcuno per accidens può sì odiar sè stesso, ‛accadendo che taluni stimano di essere massimamente ciò che sono secondo la natura corporale e sensitiva; onde amano sè secondo ciò che stimano d’essere, ma odiano ciò che veramente sono, mentre vogliono cose contrarie alla ragione’. Anche questo amore di sè che è veramente un odio, io diceva non poter trovarsi nei peccati che si piangono per le sette cornici. Con questo pensiero leggevo la definizione del superbo:
È chi, per esser suo vicin soppresso,
Spera eccellenza; e sol per questo brama
Ch’el sia di sua grandezza in basso messo;[37]