poi è in furia, poi è detta ira bestiale; ira folle è chiamata quella che immolla nel fiume di sangue; un de’ centauri, sebben da lungi, minaccia di tirar subito l’arco, e Chiron prende subito uno strale, appena veduti Dante e Virgilio; Pier della Vigna dichiara d’essere stato mosso da disdegnoso gusto e feroce chiama l’anima che si disvelle dal corpo da sè stessa; di rabbia è ancora compreso Capaneo, che giace dispettoso e i cui dispetti ‛Sono al suo petto assai debiti fregi’. E poi i peccatori che parlano, parlano sdegnosamente, sì che d’ira pare fosse il loro abito da vivi se da morti lo conservano: sdegnosamente parla non solo Pier della Vigna della meretrice delle corti, ma colui che fe’ giubbetto a sè delle sue case, e ser Brunetto ricordando la città del Batista e il suo ingrato popolo maligno, e Iacopo Rusticucci, domandando se cortesia e valore del tatto se n’è gita fuori della sua città, e lo Scrovegni dicendo a Dante, Or te ne va, e predicendo sventura al suo vicin Vitaliano. Il loro peccato sarebbe dunque l’ira? Oh! che hanno che vedere Sodoma e Caorsa con l’ira? Nella violenza entra qualche volta bensì l’ira, ma non è l’ira. Così pensavo e m’indugiavo perplesso.
XXII.
Io doveva a ogni modo comprendere come il Poeta sotto il medesimo concetto di violenza o di malizia con forza raggruppasse oltre omicidi e predoni, oltre suicidi e dissipatori, i bestemmiatori, i sodomiti e gli usurieri. Di questi ultimi specialmente non intendevo il come e il perchè. In ciò era veramente un groppo, che Dante pregava Virgilio di solvergli. Dante non capisce come usura offenda la divina bontà, e Virgilio spiega acconciamente come l’usuriere dispregi la natura (e perciò Dio) in sè stessa e nell’arte. Bene: ma come in tale offesa o in tale dispregio è violenza? è forza? Perchè offese Dio nella sua bontà anche Lucifero, ma non fu violento, sì superbo; e lo offendono tutti i peccatori, i quali sono detti rei di questo o quel peccato, non necessariamente di violenza. Costringere il danaro a fruttar danaro, senza altra propria operazione: questa era la risposta che trovavo ai miei dubbi. Ma mi pareva un parlar per metafora, un arzigogolo ingegnoso quanto si voglia, non degno di Dante. E veramente in sì fatto “costringere„ come non è intelletto? Anzi vi abbonda, e sottile; mentre nella violenza non avrebbe a essere. Bisognava attendere alle parole proprie di Virgilio per giungere al pensiero di Dante. Alla domanda di Dante, in che usura offende la divina bontà, Virgilio, risponde che l’usuriere dispregia la natura e Dio, perchè altra via tiene da quella assegnata da Dio agli uomini. Dalla natura e dall’arte conviene che l’uomo tragga il suo sostentamento e avanzamento. Conviene, perchè Dio così volle, ed è scritto nello Genesi. Così volle nella sua bontà, perchè chi altrimenti fa, offende quella. Ora in che principalmente Dio mostrò all’uomo la sua bontà? nel crearlo simile a sè, non solo intelligente quindi ma operante. Dice lo Genesi dal principio: ‛Posuit Deus hominem in Paradiso ut operaretur...’ E Tomaso (1ª CII 3) riporta qui il comento di Agostino che dice che quell’operare ‛non sarebbe stato faticoso, come dopo il peccato, ma giocondo per lo sperimento della virtù naturale’. Ma poi il lavoro e la fatica, e in particolare l’agricoltura, fu all’uomo imposta da Dio ‛in poenam peccati (ib.),’ chè Dio era irato, come l’ira e simili si attribuiscono a Dio, secondo la simiglianza dell’effetto; or poi che proprio dell’irato è punire, il suo punire si chiama metaforicamente ira. Disse dunque Dio all’uomo: ‛Vesceris pane tuo in sudore vultus tui’. Ma quale di questi due passi dello Genesi dobbiamo noi recarci a mente per intendere il pensiero di Dante? Nel primo è espresso un atto della bontà di Dio, nel secondo un atto della sua giustizia: quindi il primo parrebbe più a noi opportuno che il secondo. Ma, oltre che il bene sta al giusto come il genere alla specie, non dovremmo noi credere che la giustizia di Dio, nella punizione del primo uomo, Dante ritenesse più tosto ‛condecentia suae bonitatis’ che ‛retributio pro meritis’? Per la prima infatti risparmia, per la seconda punisce i cattivi (S. 1ª XXI 1). Ora l’Uomo predestinato già nella pena a essere riparato dalla divina bontà con ‛Sì alto e sì magnifico processo (Par. VII 109, 113)’ non fu certo punito ‛pro meritis’, ed ebbe dunque piuttosto un perdono che una pena e ricevè la prova meglio della bontà che della giustizia di Dio. Agostino poi (De Civ. D. XIV 21) ha per l’esortazione ‛crescite et multiplicamini’ un comento, che Dante poteva essersi appropriato per questo altro monito divino. Dice egli che tale benedizione di nozze ‛fu data avanti il peccato, perchè si conoscesse che la procreazione dei figli pertiene alla gloria del connubio, non alla pena del peccato’. E così l’operare, perchè dato come fine prima del peccato, conservava dopo il peccato la nota della bontà divina per una parte, e per un’altra prendeva la nota della giustizia, come il procreare figli era segno della prima e il partorir con dolore della seconda. E concludevo che nel pensiero di Dante l’usuriere, negandosi di lavorare, disubbidiva a un precetto in cui era bensì il castigo dell’antico peccato, ma che era stato dato prima ancora di esso per divina bontà. Quindi offendeva la bontà anche ricusando di fare ciò che la giustizia di Dio aveva ingiunto, nè soltanto perchè ciò che la giustizia aveva ingiunto, la bontà aveva destinato, ma perchè la giustizia fu nel punire piuttosto una condecenza della bontà di Dio che una retribuzione secondo il merito dell’uomo, e perchè a ogni modo la giustizia è contenuta nella bontà, come la specie nel genere. Ma in tanto l’usuriere, pure riuscendo a offendere la bontà divina, faceva però direttamente contro la giustizia, perchè solo Adamo nel paradiso terrestre avrebbe potuto fare contro la bontà ricusando di operare. Ma i figli di Adamo nel paradiso non sono più, e per essi l’operare non è più disgiunto dalla fatica: dunque immediatamente si ribellano alla giustizia e solo mediatamente offendono la bontà.
XXIII.
Questo posto, io chiedeva; come l’uomo può ribellarsi alla Giustizia? come può misconoscerla? La Giustizia sta nel dare a ognuno ‛suum ius’: la misconosce chi ritiene ‛iniuria’ il ‛ius’, e Ingiustizia la Giustizia. L’usuriere dunque tiene ingiuria quello che è giusto; e si ribella. Ma io leggevo (S. 1ª 2ae XLVII l) che ‛ira est appetitus nocendi alteri sub ratione iusti vindicativi’; e così da Tomaso e da altri apprendevo che l’irato in tanto cerca vendetta (vindictam) in quanto gli par giusta; e vendetta giusta non si dà se non di ciò che ingiustamente fu fatto: e quindi ciò che provoca all’ira è sempre alcunchè sotto la ragion dell’ingiustizia (ib. 2); e che l’ira è ‛libido ulciscendi (De Civ. Dei XIV 15)’ e che, per non dire d’altri,
è chi per ingiuria par ch’adonti
Sì che si fa della vendetta ghiotto,
E tal convien che il male altrui impronti,[45]
come Dante definisce. Ed ecco, io comprendeva assai meglio come quel della scrofa azzurra e grossa fosse collocato sotto le falde del fuoco nello stesso girone di colui che disse: Primus in orbe deos fecit timor. Poi che chiaro mi appariva, ora che violenza avevo fatta uguale a ira, come violenti potessero essere chiamati sì Capaneo e sì lo Scrovegni. Di vero gli usurieri par che adontino, come d’un’ingiuria, del castigo giustamente dato da Dio agli uomini ‛di nutrirsi del pane loro nel sudore del loro volto’, e si fanno ghiotti della vendetta. Ma come può essere vendetta di Dio? A questo proposito sapevo bene che il peccatore peccando ‛non può in nulla nuocere effettivamente a Dio, tuttavia da parte sua doppiamente fa contro Dio: primamente, in quanto dispregia i suoi comandi, secondo, in quanto porta nocumento a qualcuno, a sè o ad altrui: il che pertiene a Dio, per il fatto che quegli, cui si porta nocumento, si contiene sotto la provvidenza e tutela di Dio (S. 1ª 2ae XLVII 1)’. Ora che è vendetta? Me lo spiegava Dante con l’ultimo verso del ternario sopra scritto, verso che vedevo non troppo ben inteso: chè egli dice male tal, come a dire sì fatto o uguale, a quello che ha ricevuto, gli bisogna rendere subito a quello che glielo ha fatto. Ora è opportuno considerare che secondo Tomaso, che segue Aristotele, tutte le cause d’ira si riducono alla ‛parvipensio’ o ‛despectio’, ossia disprezzo (1ª 2ae XLVII 2). Dunque l’usuriere si vendica di Dio opponendo al disprezzo il disprezzo, poi che dispregia per sè natura e per la sua seguace, e perciò Dio; come Capaneo, che giace dispettoso ed ebbe e par ch’egli abbia Dio in disdegno. Ma come l’usuriere può credere d’essere spregiato da Dio? La ‛parvipensio’ o disprezzo, dice Tomaso (ib.), ‛si oppone all’eccellenza dell’uomo; chè gli uomini ciò che in nessun modo stimano essere degno, disprezzano, come è detto nel secondo della Retorica: or dai nostri beni vogliamo alcuna eccellenza: e perciò qualunque nocumento a noi si porti, in quanto deroga dall’eccellenza, pare appartenere al disprezzo’. Si pensi ora alla tasca che avea certo colore e certo segno, in cui si pasce l’occhio di questi peccatori: si vedrà con quanta accortezza il Poeta significhi come essi fossero teneri d’alcuna eccellenza e come perciò propensi a considerare disprezzo il comandamento di trarre il sostentamento dalla propria fatica. Chi può affermare d’aver capito qualche cosa in questa strana comune “nobiltà„ degli usurai di Dante? E se ne conferma che il loro peccato è ira, perchè tutte le cause d’ira si riducono alla parvipensio. Sono poi collocati su per la strema testa di quel settimo cerchio, come i superbi imitatori di Caino sono finitimi agl’invidi; per mostrare come la loro colpa abbia qualche cosa della frode; poi che pur volendo vendicarsi di Dio “portano nocumento... ad altrui„. Ma pur facendo direttamente contro Dio, non sono più giù messi, perchè il loro peccato, che non è dell’uom proprio male, è senza concorso d’intelletto e non può quindi essere che ira.