Il concetto di giustizia domina dunque in tutto questo cerchietto; sì che le parole di Virgilio con le quali dice d'avere spento[561] l'ira bestiale del Minotauro, hanno nella nostra mente un'eco, e a un tratto, distinta. Quelle parole significano un ammonimento per ciò che il Poeta dice altrove:[562] “Quanto all'abito, la giustizia ha contrasto alcuna volta nel velle; chè, quando il volere non è sincero da ogni cupidigia, sebbene la giustizia ci sia, non tuttavolta c'è nel fulgore della sua purezza; come quella che ha in qualche modo una pur menoma resistenza nel suo subbietto; per il che bene sono respinti quelli che tentano passionare il giudice„. L'ira bestiale non raffigura certo un minimo, sì un massimo di cupidigia che appassiona i giudici, siano essi d'altrui, siano di sè e di Dio; è la passione chiamata di lì a poco “cieca cupidigia e ira folle„; la quale deve essere spenta in ogni nostro giudicare.
È una passione e ha sede, perchè tale, nell'animo o nell'appetito; in quell'animo che fece ingiusto Pier della Vigna; in quel core che ha tanta parte nel peccato di Capaneo;[563] in quell'appetito sensitivo dove stagna la tristizia di chi[564]
piange là dove esser dee giocondo.
E perciò questa violenza, che è pur l'ingiustizia tipica, è una cotale incontinenza; è media tra l'incontinenza e la malizia. E in ciò si ha la riprova ch'ella sia dal Poeta chiamata ancora bestialità; chè la bestialità è per Aristotele[565] “un'incontinenza per metafora e non assolutamente„. Il che ci dà finalmente l'ultima ragione dell'aver Dante in questo cerchietto posto una rovina, difficile bensì a scendersi e per le mobili pietre e per la guardia bestiale, ma tale che Dante ne scende, come per la prima dell'incontinenza, e non vi risale, come per l'ultima della malizia.
E vediamo ora la pietà. Nel regno proprio dell'incontinenza, Dante mostra pietà più o meno viva, ma viva, per i peccatori vinti dall'appetito; e più o meno morta per quelli ch'ebbero un principio di ingiustizia. Comincia col lagrimare e finisce col disprezzare quelli che non ebbero la giustizia originale; ha il cuore quasi compunto nel vedere la ridda degli avari e poi si appaga del non poterne conoscere alcuno; disprezza e respinge il loro pianto e si diletta a vedere attuffare quelli dello Stige che non ebbero la fortezza necessaria alla giustizia. Nel primo cerchietto dell'ingiustizia tipica, ma che tale è per un'incontinenza d'ira bestiale, mostra pietà più o meno viva per quelli in cui l'incontinenza predominò; più o meno severità per quelli in cui predominò l'ingiustizia. Nessun cenno di pietà per gli omicide e predoni: essi sono i rei più significativi di mala giustizia e d'inordinata vendetta. Grande pietà per il suicida fatto ingiusto dall'animo. Carità, ma del natio loco più che di lui stesso, per colui che fe' giubbetto a sè delle sue case. Nel terzo girone Capaneo è aspramente rimbrottato, gli usurieri sono pienamente spregiati. Ma riverenza, pietà, amore mostra il Poeta della rettitudine per quelli che sono tra Capaneo e gli usurieri; sebbene lerci d'un brutto peccato. Dunque nel peccato di Brunetto e delle tre ombre vede predominare l'incontinenza, in quello degli altri l'ingiustizia.
Ma come? Due volte, nell'esporre il peccato dei violenti contro Dio, Virgilio dice “col core„, cioè con l'appetito.[566] Egli dice “col core„: dunque, per incontinenza, vuol dire. E dunque l'incontinenza deve in questo peccato predominare e meritargli pietà. Sì; ma questo peccato è pur detto di malizia, di malizia con forza, cioè d'ingiustizia violenta. Dunque l'aggiunta “col core„ non significa un attenuamento d'esso rispetto ai peccati d'incontinenza, la quale men Dio offende che la malizia; sì un attenuamento rispetto al genere a cui appartiene; attenuamento dichiarato ancora con ciò che la forza non è, come la frode, dell'uom proprio male. È ingiustizia, sì, dice Virgilio, ma è col core solo, non con l'intelletto. Or come nel concetto d'ingiustizia è implicita la volontà, Virgilio dice: col core e con la volontà, non con l'intelletto. Non c'è nel Poema sacro cosa più certa. Dunque la violenza offende più Dio che l'incontinenza; ed è più lieve che la frode, perchè solo col core è consumata. Ma perchè dire “col core, col core„ solo di questa violenza contro Dio, che è la più grave delle tre? O chi non vede ch'esso è un ammonimento a non scambiare questo peccato che è pur contro Dio, col massimo dei peccati, che è quello che a Dio direttamente si oppone? col peccato di Lucifero? Peccato contro Dio: dice Virgilio; ma bada, discepol mio: col core! Non è quello pessimo, sebbene, per quest'essere contro Dio, assomigli. Ma non è. E tuttavia Virgilio poi a Capaneo rimprovera appunto quello, di peccati: la superbia. E Dante la superbia ravvisa in quel ladro, che cerca di darsi per un Capaneo anch'esso.[567] Come? come? Mi basti qui osservare che a capo della disposizione di violenza è quella cupidigia che è anche ira: passioni: la qual cupidigia è in cima come la superbia in fondo[568]; e che, in questo senso, come nè cupidigia, così non superbia è peccato speciale; ma principio di peccato, ma peccato generale. Dunque la superbia reale di Capaneo e apparente di Vanni Fucci, è quel non volersi sottomettere a Dio,[569] che si trova certo nel peccato di Lucifero, ma non è quel peccato e tutto quel peccato. Se io dicessi che codesta superbia di Capaneo si chiama aversio? che è precipua in tutti i peccati di malizia? che è l'altro aspetto, il rovescio, della cupidità, alla quale perciò equivale; come una moneta è la stessa, tanto se è veduta dalla lettera, quanto se dalla testa? e che questo nome di superbia è data all'aversio o alla cupidigia o all'ira bestiale, solo a proposito di questi peccatori, perchè questi sono più manifestamente aversi? ma che di essi il peccato non è la superbia di Lucifero, perchè nella superbia peccato di Lucifero è sì la superbia passione; ma c'è altro che nel peccato di cotestoro non c'è? che la superbia di Lucifero è così poco bestiale e così poco simile a quella di Capaneo e di Vanni Fucci bestia; che Lucifero è pura intelligenza e non ha l'appetito o animo, o core, se non metaphorice?
Se Dante non mostra pietà per Capaneo, è segno che nel suo peccato predomina l'ingiustizia. L'incontinenza c'è, e in buon dato, ma non riesce ad attenuare il peccato che è di malizia con forza contro Dio stesso; che è tanto grave da somigliare al gravissimo. E quello di Brunetto e delle tre ombre? Quello è tale in cui l'incontinenza vi potè più che l'ingiustizia. La quale consisteva in ciò che nella loro reità era proposito d'impedire la generazione. E l'incontinenza era d'irascibile o di concupiscibile? Vediamo che i sodomiti nel purgatorio sono nella cornice della lussuria. Dunque l'incontinenza di Brunetto e degli altri era di concupiscibile. Ma come mai il loro peccato, che è di violenza contro una cosa di Dio, ha pure a capo quell'ira bestiale o cupidigia cieca o aversio o superbia, se dir si vuole; che non appartiene al concupiscibile, sì all'irascibile, anzi è l'irascibile stesso, l'ira stessa? La risposta è facile per chi consideri il verso:[570]
e piange là dov'esser dee giocondo.
Con questo verso si dice che nei violenti contro sè e la sua facultade è quella tristizia dello Stige, che è come l'avanzo della concupiscenza, al modo che lo Stige è lo scolaticcio del fiume che non visto se non all'ultimo, passa per i cerchi dell'incontinenza carnale; al modo che la dolce sirena è nel tempo stesso la femmina balba; al modo che contro la lonza leggiera e presta molto è dato come rimedio l'aer dolce che è rimedio ai tristi. Ebbene, se in altri mai, quella tristizia aveva a essere nei violenti contro natura. Dalla concupiscenza passarono alla tristizia, dalla tristizia all'ira bestiale, dall'ira bestiale alla violenza contro Dio. Jacopo Rusticucci afferma:[571]
e certo
la fiera moglie più ch'altro mi nuoce.