E vedono l'albero della vita e poi l'albero della conoscenza del bene e del male. E di qui innanzi di fame e di cibo e di vivande e anche bevande si parla a ogni tratto; come è naturale, trattandosi della colpa della gola punita con l'odore di quei primi dolci pomi. E mentre continua questo dubbiare e questo ingannarsi e questo ricredersi, sì che Dante non crederebbe che “l'odor d'un pomo sì governasse„, e ammira “per la ragione ancor non manifesta„, e non avrebbe riconosciuto al viso e sì lo riconosce alla voce, il suo Forese, e Forese chiede a lui delle due ombre, ed esso all'altro, “che sì lo spoglia„, e Dante avrebbe pensato “trovar laggiù di sotto„ l'amico; e l'amico non sa rendersi conto dell'andar di Dante, “che gli si cela„; e Bonagiunta, che riconosce in Dante colui che cantò “donne che avete intelletto d'amore„, solo ora, issa, vede il nodo che lo ritenne fuori del dolce stil nuovo; si giunge all'altro albero, del bene e del male, e la gente prega verso lui, come bramosi fantolini, e poi si parte “come ricreduta„. Un inganno, dunque, ancor quivi; e tale che bene fa vedere il nesso tra la colpa della gola e il dono dell'intelletto. Chè gli alberi sono due: quel della vita e quel della scienza del bene e del male. Ad Eva il diavolo promise: Non morrete! E promise: Sarete come Iddio sapendo il bene e il male! Ed i primi parenti gustarono del pomo, il che fu in sè una colpa della gola; e la morte entrò nel mondo, e una grave ignoranza oscurò il prima limpido intelletto. Or il Poeta, avanti il vizio della gola, ricorda sì il misero guadagno che fece la natura umana da quel pomo, ossia la morte per la vita, e l'ignoranza per la conoscenza del bene e del male, e la sfrenata concupiscenza per la deità promessa; e sì ricorda lo spirito che ci fu dato, contro quel difetto: lo spirito per il quale la ragione speculativa può rettamente giudicare. E così il Poeta tratterà della risurrezione dei corpi, la quale sarà un nuovo tormento per quelli di cui morì l'anima e una nuova gioia per quelli di cui l'anima, mercè quel dono, visse del cibo degli angeli. E parlerà anche dello stato intermedio dell'anima nel regno della pena e del premio, quando non ha più il corpo della prima natività nè ancora quello della seconda.[949] E così Stazio, in questa cornice, risponderà al dubbio tutto speculativo di Dante:[950]

Come si può far magro
là dove l'uopo di nutrir non tocca?

La quale quistione è il nesso che congiunge Ciacco al Dottore angelico. E in questa cornice risplende la luna della prudenza.

Nella cornice della superbia è sottinteso il dono del timore, in quella della invidia quello della pietà, in quella dell'accidia quello della fortezza. Appena in questa è Dante, ecco:[951]

“O virtù mia, perchè sì ti dilegue?„
tra stesso dicea, che si sentiva
la possa delle gambe posta in tregue.

Questa spossatezza lo conduce a chiedere un ragionamento al maestro:[952]

Se i piè si stanno, non stea tuo sermone.

Così l'anima si avvantaggerà della debolezza del corpo. Dante crede che Virgilio patisca anch'esso d'un po' d'accidia e che “lo troppo domandar„ gli gravi, e perciò non apre il suo “timido„ volere.[953] Nè è da omettere che il ragionamento si riduce poi a discorrere della libertà dell'arbitrio, il cui difetto produce la totale accidia, la difficultas originale, contro la quale è appunto il dono della fortezza. E la luna anche qui risplende “come un secchione che tutto arda„, e così riporta il nostro pensiero alla selva e al sonno; al sonno della selva e al sonno del limbo; e Dante sta “come uom che sonnolento vana„.[954] E gli esempi che sono ferza e gli esempi che sono freno, e gli atti degli accidiosi, si appuntano manifestamente nell'idea di fortezza.

Nè meno chiara è la presenza del dono di pietà nella cornice dell'invidia: tanto più quando pensiamo che la pietà ci perfeziona nei doveri verso gli altri, come la fortezza in quelli verso noi, contro il timor dei pericoli, quali erano quelli che fecero sostare nella lor via gli Ebrei di Moisè e le donne di Enea.[955] E la pietà si può dir tutt'uno con la misericordia e con la carità; ed è inutile insistere che alla beatitudine dei misericordi corrisponde il dono della pietà. E tuttavia giova ricordare che gl'invidi sono figurati come orbi mendicanti; in atto di sollecitare “pietà„, e che Dante fu punto per compassione di loro, e munto di grave dolore.[956]

E come in questa cornice domina la pietà, così nell'altra più bassa, il timore. “Il timore preme la mente„ dice S. Gregorio;[957] e Dante si volge ai superbi dicendo: