la esagita, la rimprovera:
Non vedi tu la morte che il combatte;
la sollecita:
su la fiumana ove il mar non ha vanto?[1097]
la spaventa. Beatrice, a questa preghiera in cui è tutto l'artifizio dell'oratoria ingenua, con quelle interrogazioni, con quelle anafore, Non odi tu? Non vedi tu?, Beatrice, dopo cotai parole fatte (la quale espressione si riferisce non solo a ciò che fu detto ma al come fu detto), balza dal beato scanno, e scende a visitar l'uscio dei morti. Va bene? Ma il bello e il grande di Dante non è nell'aver fatto qui un discorsino ben concinnato, secondo e le regole nell'oratoria e i dettami dell'amor che spira; sì è in tale sublime etopeia dell'astratto, in tale precisa significazione d'un mito spirituale: La Grazia che rende grato. Nè meno mirabile è la traduzione in imagine dell'altro concetto teologico: La Grazia data gratis. Abbiamo visto come esprime S. Agostino questa intima inspirazione divina, superiore, e di gran lunga, ai nostri meriti, per la quale un pescatore diventa un apostolo, senz'altra manifesta sua operazione che quella di lasciar fare. Oltre evidente, è assai soave la sua espressione: la Grazia scende nel cuore, come il latte nella bocca del pargolo, oh! gratuitamente davvero. Ma Dante ha più larga imagine, cioè ne ha due, e non è meno soave nella seconda delle due, come è più preciso nel complesso di entrambe. L'aquila che scende come folgore ricorda la colomba e le lingue di fuoco che fanno di pescatori apostoli: Gratia gratis data, che empie di fervore e d'ebbrezza i cuori. Ma poi ci è Lucia che giunge presso il dormiente. Dante dorme: come avrebbe potuto salire? Non solo non moveva i passi, ma dormiva. E Lucia lo porta su, come una madre il suo piccolo, e dice d'agevolarlo soltanto. Nel che è da vedere un altro concetto teologico, che in noi anche la penitenza è opera di Grazia; da noi, non ci sapremmo nemmeno pentire! Dio ci perdona, se ci pentiamo; ma non ci pentiamo, se non ce lo da lui, il pentire. Si può esser più buoni di così? si può dare più gratis, quello che si dà?
Aggiungiamo che Lucia dipende da Maria che è misericordia e “carità„. Ella ha attinenza a un'altra virtù teologica, alla “speranza„. Chè “sotto la Grazia è speranza, come timore sotto la Legge„.[1098] La Giustizia pronunziava il suo giudizio. Maria lo franse e chiamò Lucia. In tanto Dante perdeva “la speranza dell'altezza„.
II. VIRGILIO
Nel gorgoglio della piccola fonte ho inteso il nome misterioso di Lucia. Lucia è “bianchezza di luce„, Lucia è “Grazia„. Ella è la dolce madre che prende l'anima in collo, e le fa suggere il latte, senza chiederle compenso, contristandosi se non c'è chi lo voglia. Domandiamo alla fonte, che sa tante intime cose della mente di Dante, se sa il nome del dolcissimo padre; e se questo è quello che già andava per le bocche della gente, come quel della dolce madre. E la fonte mi pispiglia quel nome di mistero. E quel nome non era ancor andato per le bocche della gente, perchè sonava soltanto nel chiocchiolìo appartato della fonte ignota. Quel nome è “Studium„.
“In quelli„ dice la fonte umile e grande “in quelli che ardono di grande amore per la translucida verità, non è da biasimare lo studio, ma s'ha da rivocare ad ordine, in modo che cominci dalla fede e con la bontà de' costumi si sforzi di giungere là dove aspira„. Virgilio apparisce a Dante che già rovina in basso loco. Questi ha avanti sè la lupa che raffigura e assomma tutta la malizia. E Virgilio non crede che Dante possa riuscire a vincere codesta malizia e salire al colle. Al colle salirebbe Dante con l'esercizio delle quattro virtù che assommano le virtù morali: con la bontà dei costumi. Ma quelle e questa non basterebbero. La bestia lo ucciderebbe. Quindi gli propone altro viaggio. Questo viaggio è pur sempre una guerra contro la medesima bestia che assomma le altre due, contro Lucifero tricipite, di cui riescono, Dante e Virgilio, vincitori, mettendo il capo ov'egli ha le gambe; o contro le tre fiere, contro la lonza gaietta in sè e trista negli effetti, contro il leone violento, che è ira bestiale, e contro la lupa insaziabile, che è invidia infernale e infernale superbia; o contro le tre Furie, che rappresentano quest'ira e invidia e superbia, e che hanno un Gorgon che dà la disperazione e non fa più tornar su; ed è una guerra che si combatte con l'armi stesse che l'altra: con la temperanza e la fortezza e la giustizia e la prudenza; ossia con le virtù morali, ossia bonis moribus. Ma la guerra non è più nella deserta piaggia. Dante con la sua guida s'è inabissato, è morto. E quando risorge, sempre con la sua guida, ascende e ascende, sempre con quelle armi purificando ogni traccia di male; e giunge così bonis moribus, giunge là dove aspira. Chi lo guida e incuora e sostiene e reca in braccio e, insomma, l'accompagna, è lo studio, salvo che una volta al cantore si sostituisce l'eroe, e un'altra, al dolce padre la dolce madre.