E come quei che con lena affannata
uscito fuor dal pelago alla riva,
si volge all'onda perigliosa e guata,

così l'animo mio che ancor fuggiva,
si volse indietro a rimirar lo passo
che non lasciò giammai persona viva.

Per quanto questo verso sia malmenato e stirato e torturato, e' non significherà mai se non questo, che nessuno uscì mai vivo dalla selva: dunque nemmeno Dante.

E dunque Dante, per uscirne, morì.

E si noti che Dante qui con sue misteriose e potenti parole ci ammonisce della somiglianza dell'uscir dalla selva e dell'uscir dal vestibolo. Già egli chiama passo l'uscita dalla selva, con un'espressione che noi meglio intendiamo per un fiume che per una selva.[163] Nel fatto egli paragona la selva a un pelago. E di lassù Lucia vede Dante che poi è arretrato verso la selva, lo vede, non al lembo d'una foresta, ma dove?

sulla fiumana ove il mar non ha vanto.

Dunque Dante passa la selva, che è paragonata a un pelago e detta una fiumana, e come tale ha un passo; dice che la passa e non che ne esce; come passa l'Acheronte: morendo. E invero morte è l'alto passo di cui egli parla a Virgilio:[164]

guarda la mia virtù s'ell'è possente,
prima che all'alto passo tu mi fidi.

E questo alto passo ha molta somiglianza con l'alto sonno, di cui fu riscosso Dante, dopo passato l'Acheronte, per opera d'un greve tuono. L'alto passo è il transito; e l'espressione con la quale, nel medesimo discorso, il poeta significa la discesa di Enea all'Averno è quella stessa con cui gli scrittori cristiani significano la morte: ad immortale secolo andò. L'alto passo fu per Enea un andare ad immortale secolo; dunque, anche per Dante. E quell'andare vale morire. Dunque Dante muore. Muore col passar la selva, muore col passar l'Acheronte.

Così gl'ignavi che desiderano invano di passare, gridano cioè invocano, che cosa? che cosa, per passare? La morte. Lo dice chiaramente Virgilio a Dante:[165]