Bàstiti, e batti a terra le calcagne,
gli occhi rivolgi al logoro, che gira
lo rege eterno con le rote magne.

Dio è il falconiere, che al generoso falcone mostra, prillando, il piumato richiamo delle spere che girano: le cose belle ch'egli muove. Il camminare quindi, cioè il vivere operosamente,[263] e il contemplare le bellezze dell'universo, è rimedio contro l'antica strega. E non è il medesimo, che contro la tristezza? E non è il medesimo che contro la lonza? E dunque la lonza è incontinenza. E dunque la tristizia dei fitti nel fango sta alla lonza, come la femmina balba e zoppa e monca e guercia e pallida e cascante sta alla dolce sirena ch'ella diventa sotto lo sguardo del sognatore.

V.

L'antica strega è l'incontinenza potenzialmente ed effettualmente. Quale incontinenza? Chè ella è di due specie: di concupiscibile e d'irascibile. E bene Dante così la distingue nel Convivio e nella Comedia.

Nel Convivio[264] dice: “Questo appetito, che irascibile e concupiscibile si chiama, quanto ch'esso sia nobile, alla ragione ubbidire conviene, la quale guida quello con freno e con isproni; come buono cavaliere lo freno usa, quando elli caccia; e chiamasi quello freno temperanza, la quale mostra lo termine infino al quale è da cacciare; lo sprone usa, quando fugge per lo tornare al loco onde fuggir vuole; e questo sprone si chiama fortezza, ovvero magnanimità, la qual vertute mostra lo loco ove è da fermarsi e da pungere (meglio pungare)„. Ed esempla l'uso del freno e dello sprone con lo eroe dell'Eneide, il quale si partì da Didone; e questo è l'uso del freno; ed entrò nell'inferno, e questo è l'uso dello sprone. Altrove,[265] della fortezza dice che è “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che sono corruzione della nostra vita„. E della temperanza, ch'ella “è regola e freno della nostra golosità e della nostra soperchievole astinenza nelle cose che conservano la nostra vita„. Insomma egli, seguendo Aristotele, afferma come ogni virtù sia “un abito elettivo consistente nel mezzo„. Nella Comedia non pare che pensi di tutte le virtù a questo modo; chè, se così avesse pensato, anche nel cerchio della lussuria e della gola avrebbe messo, oltre quelli che trasmodano per il troppo, anche quelli che trasmodano per il poco: “per la soperchievole astinenza„. Egli, nella Comedia, dà a divedere che nella lussuria e nella gola l'astinenza non è mai soperchievole. Se pure questa astinenza egli non vede che porti ad altre reità, le quali siano punite altrove; poniamo, in quanto alla gola, nel cerchio degli avari; in quanto alla lussuria, nel girone ove è Brunetto. A ogni modo, l'astinenza per sè e in sè non condanna, se non nell'avarizia e nel peccato della palude stigia. Nel quarto cerchio si peccò, pare, intorno a liberalità[266] “la quale è moderatrice del nostro dare e del nostro ricevere le cose temporali„. In verità vi è punito il mal dare e il mal tenere; e l'ontoso metro dei dannati è: Perchè tieni? e, Perchè burli?[267] Gli uni e gli altri non ebbero freno; cioè temperanza: gli uni a tenere, gli altri a spendere. E così conferma Stazio[268] il quale dice ch'egli comprese, da un verso dell'Eneide, che l'appetito doveva essere retto, cioè governato e frenato, tanto nello spendere, quanto nel tenere: non ci dovevano essere nè pugni chiusi nè mani che aprano l'ali.

Ora se l'incontinenza è duplice, Dante la punì nell'inferno nelle sue due specie? Sì: chiaramente. Egli definisce l'incontinenza d'irascibile, quando nel Convivio parla della fortezza, dicendo ch'ella è “arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra„. L'audacia e la timidità sono subbiettivamente nell'irascibile.[269] Ora s'intende facilmente come nella palude stigia siano puniti quelli che non moderarono la timidità loro. Già il timore è tristizia;[270] e i fitti nel fango furono e sono tristi; e poi nel fango hanno a stare, come porci in brago, certuni ch'or sono “lassù gran regi„.[271] E questi, per tagliar corto, sono certamente tali che non ebbero la virtù più propria dei re, la magnanimità, cioè la fortezza; ed ebbero invece “la viltate„ quale, ad esempio, quella[272] “di quel che guarda l'isola del foco„. La loro incontinenza, dunque, è punita; perchè incontinenza è, secondo Virgilio: incontinenza, dunque, d'irascibile. Nell'inferno, possiamo già dirlo, si puniscono le due specie d'incontinenza.

E Dante espressamente lo dice. Egli, udita la lezione di Virgilio intorno alla malizia, mostra di meravigliarsi[273], come, se ogni malizia è punita entro il baratro, siano anche puniti

quei della palude pingue,
che mena il vento, che batte la pioggia
e che s'incontran con sì aspre lingue.

Osservisi questo novero. Se Dante voleva l'ordine inverso dei peccatori come furono veduti da lui, avrebbe mentovato, dopo quelli della palude, quelli che si sgridano, e poi quelli sotto la pioggia, e infine quelli in balìa del vento; se voleva l'ordine diretto, avrebbe prima domandato di questi ultimi, e via via degli altri; mentre così non pare abbia tenuto alcun ordine. E invece si vede che il poeta divide in due specie il genere incontinenza; e ricorda prima quella che vide ultima, e seconda quella che vide prima, e questa suddivide nelle sue tre sotto specie, secondo la loro serie: lussuria, gola, avarizia con prodigalità.