Non ti dovean gravar le penne in giuso
ad aspettar più colpi, o pargoletta
o altra vanità con sì breve uso.

Beatrice non era più cosa fallace; dunque era stata. Di lei era stato breve uso; dunque anche ella era stata una vanità. Dunque tra le cose fallaci, tra le vanità, tra le false imagini di bene, tra le presenti cose piene di falso piacere, ella poneva pur sè; sè viva; e pargoletta è da lei detto in memoria forse di quando ella apparve a Dante nella sua giovanissima età. Ella dice: una pargoletta come me, una vanità qual era io. Pure quella pargoletta conduceva Dante in dritta parte volto; e le altre no, non lo condussero; come si vide. Bene: ma qual grande peccato era di Dante, se nelle altre egli credeva vedere il bene che in quella pargoletta bella e nuova, il cui viso si era nascosto e i cui occhi giovinetti non lucevano più? Non dice egli che per dieci anni fu assetato di lei? Ferito dallo strale delle cose fallaci, correva qua e là, dove vedeva balenare uno specchio d'acqua, senza trovarlo mai, sì che la sete e' non la potè disbramare che quando di nuovo ella gli apparve sul santo monte[29].

III.

Ma se l'errar nella selva significa gl'inganni cui l'anima è soggetta “nel nuovo e mai non fatto cammino di questa vita„, inganni e niente altro che inganni di imagini di bene, sian pur false, e questi inganni sono causati dall'imperfezione naturale della conoscenza umana, che non è ancora sperta e dottrinata, e sia pur che sperta e dottrinata avrebbe dovuto già essere; come mai Dante dipinge questa selva così oscura e selvaggia e aspra e forte? Per sì leggiera e natural cosa, come mai sì gravi parole? In vero, per limitarmi agli effetti della selva sull'anima di chi vi erra dentro, ella

tanto è amara che poco è più morte,

e incute tanta paura, che la rinnova nel pensiero. Se, per esempio, il piacere della donna pietosa è uno dei fatti simboleggiati nella selva, non s'intende tanta paura e tanta amarezza di morte.

No: s'intende. Nel Convivio si comentano lungamente questi tre versi della canzone “Le dolci rime d'Amor, ch'io solia„:

Ma vilissimo sembra, a chi'l ver guata
chi avea scorto il cammino e poscia l'erra,
e tocca tal, ch'è morto, e va per terra.

Dante dice “che non solamente colui è vile, cioè non gentile, che disceso di buoni è malvagio, ma eziandio è vilissimo„. E aggiunge: “Perchè non si chiama non valente, cioè vile? Rispondo: Perchè non valente, cioè vile, sarebbe da chiamare colui, che non avendo alcuna scorta, non fosse ben camminato; ma perocchè questi l'ebbe, lo suo errore e 'l suo difetto non può salire; e però è da dire non vile ma vilissimo„.[30] Vile e viltà in tutto questo trattato del Convivio è opposto di nobile (che Dante deriva da non vile) e di nobiltà; e nobiltà o gentilezza o bontà è la perfezione umana la quale consiste nell'usar che faccia l'anima “li suoi atti nelli loro tempi e etadi, siccome all'ultimo suo frutto sono ordinati„.[31] Ora fortezza o magnanimità[32] è virtù di giovinezza; e il giovane che non l'abbia è non nobile, cioè vile. E Dante ci mostra nel poema, una volta tra le altre, il nobile in faccia al vile.[33]