E Virgilio abbraccia e bacia il discepolo, e ne benedice la madre, lodando il suo sdegno. E trova giusto e conveniente il disìo di Dante, di vedere attuffar nel brago il misero. E si lascia quell'infelice “che in sè medesimo si volgea coi denti„ con quelle parole di spregio che assomigliano al “dicerolti molto breve„ e al “guarda e passa„ del vestibolo:[437]

Quivi il lasciammo, che più non ne narro.

La pietà è diminuita a mano a mano da Francesca a Ciacco e agli avari, finchè avanti a Filippo Argenti è nulla: invece di pietà, sdegno; invece di pietà, gioia; invece di pietà, disprezzo. E tutto questo, sdegno e disprezzo se non gioia, si trova nel vestibolo, mentre nel limbo si prova gran duolo. C'è dunque quasi una posposizione: nell'inferno del peccato originale, prima è lo sdegno e poi la pietà; nella prima parte dell'inferno del peccato attuale, ossia tra l'incontinenza, prima è la pietà e poi lo sdegno: pietà per la concupiscenza, massima nella lussuria, minima nell'avarizia; sdegno, per che cosa? per l'infermità speciale, che è l'inordinazione dell'irascibile all'arduo. E qui ci troviamo davvero avanti all'arduo, con la nostra interpretazione; poichè i lettori e i critici fissi nell'idea che “color cui vinse l'ira„ siano i rei d'ira, chiudono gli occhi e abbassano il capo e recalcitrano.

Io ho già detto che come avarizia è la denominazione della colpa sì degli avari e sì dei prodighi nel cerchio precedente, così nella palude accidia è sì di color cui vinse l'ira, sì dei tristi che hanno mozza la parola e portarono dentro accidioso fummo. Ora dirò come l'infermità dell'irascibile, per cui esso è destituito del suo ordine all'arduo, sia non solo accidia, come è chiaro, ma sia accidia anche dove pare ira e non è. In vero la virtù che è nell'irascibile come in subbietto, è la fortezza.[438] Or la fortezza, come Dante stesso dice, “è arme e freno a moderare l'audacia e la timidità nostra nelle cose che sono corruzione della nostra vita„.[439] Poichè “ciascuna di queste virtù ha due nemici collaterali, cioè vizii, uno in troppo, e un altro in poco„,[440] i due nemici collaterali della fortezza sono appunto l'audacia e la timidità. La timidità Dante chiama, nel luogo della Comedia, tristizia o accidia: come chiama l'audacia? Chè il contrario di quella tristizia la quale è timidità, è l'audacia, e non altro. La chiama “orgoglio„.[441]

Quei fu al mondo persona orgogliosa:
bontà non è che sua memoria fregi.

E orgoglio in Dante è il rimpettire e tronfiare e rotare dei colombi,[442] e quel di Serse, a gettare un ponte sul mare,[443] e quel degli Arabi a passar l'Alpe,[444] e quel della gente nuova,[445] e quel che cade, insieme con l'uncino, a Malacoda, appena Virgilio gli ha parlato.[446] Tutte queste volte l'orgoglio è qualche cosa che cade subito, qualche cosa di vano e in sè e nell'effetto. Grazioso è il fatto dei colombi: il loro orgoglio, quella loro pettoruta e fremebonda alterigia, cessa a un tratto per una manata di becchime: beccano queti: a un tratto un sassolino che cade vicino a loro, li fa levar su in un impeto di paura. Non sono davvero forti, i cari colombi, ma orgogliosi o timidi. E passando agli uomini, orgoglio è, dunque, in Dante non tanto a indicare la grandezza del pericolo affrontato e dell'impresa assunta, quanto a significare la subita fine d'una vampa improvvisa e vana. Così è di Serse, così degli Arabi, così di Malacoda. E come non della gente nuova? E come non di Filippo Argenti?

Così inteso l'orgoglio è proprio tutt'uno con l'audacia. Nel libro di Tullio, donde prese la violenza e la frode, Dante leggeva un detto di Platone,[447] che “un animo pronto al pericolo, se è spinto da sua cupidità, non dal comun bene, deve avere piuttosto il nome di audacia che di fortezza„. Ora egli dice di Filippo Argenti:

Bontà non è che sua memoria fregi;