E il savio mio maestro fece segno
di voler lor parlar segretamente.

Ma i diavoli vogliono trattener lui e rimandar Dante: e poi si richiudono. Che fa e dice e pensa Virgilio? Per tre guise succede che alcuno sembri forte e non sia: per ignoranza, quand'egli non percepisce la grandezza del pericolo; per avere egli buona speranza di vincere il pericolo, quand'egli abbia sperimentato d'esserne sovente scampato; per una cotale scienza e arte, come accade nei guerrieri, che, per la perizia delle armi e l'esercizio, non stimano gravi i pericoli della guerra, credendo di potersi difendere contro loro mediante loro arte. E così Virgilio dice che vincerà la prova, contro ogni difensione dei diavoli, mentre il fatto mostra che da sè non avrebbe vinto; e d'altra parte non prevede il pericolo del Gorgon che, senza il suo subito accorgimento, avrebbe, sì, tolto il passo a Dante. E conforta Dante ad aver buona speranza; ed esso medesimo ricorda d'aver fatto quella strada e accenna a un'arte, che è appunto la magica:[497]

vero è ch'altra fiata quaggiù fui
congiurato da quella Eriton cruda,
che richiamava l'ombre a' corpi sui.

Non mi par dubbio che il Poeta delinei negli atti e nelle parole di Virgilio questa sorta di fortezza apparente; con questo, che non tanto egli la giudica apparente e non vera, quanto inferiore e non somma. Che egli conosce una nobiltà (che è la perfezione della virtù conveniente alle singole età), la nobiltà, “divina cosa„ cui quelli che hanno “sono quasi Dei„. Invero “come uomini sono vilissimi e bestiali, così uomini sono nobilissimi e divini. E ciò prova Aristotele nel settimo dell'Etica per lo testo di Omero...„[498] Il passo d'Aristotele è quello donde il Poeta ricavò la triplice disposizione che il ciel non vuole: malizia, incontinenza e bestialità, intesa a modo suo più forse che del filosofo. Egli lesse dunque: “Alla bestialità converrà dire che s'opponga la virtù sovrumana, eroica in certo modo e divina; come Omero ha indotto Priamo a dir di Ettore, perchè era assai forte (buono). E' non pareva essere figlio d'uomo mortale, sì di un Dio„.[499]

E qui ci vuole uno la cui fortezza sia eroica, e che possa chiamarsi nobilissimo e divino: il che dà alla fortezza o nobiltà di Virgilio il carattere di minore e non di falsa. Ci vuole uno che abbia veramente esperimentato il pericolo. E con questo, bisogna che si trovi nella condizione di Virgilio, per poter scendere e sia quindi “del primo grado„ anch'esso, poichè quelli, sebben di rado, fanno quel cammino del basso inferno. Inoltre deve essere tale che, essendo pur esso che vince la punga, Virgilio possa ragionevolmente aver detto: “Pur a noi converrà vincere„.

Ed ecco viene l'aspettato: il suo eroe. Pare un vento impetuoso. Tutti quei clamorosi e rissosi colpevoli contro fortezza, perchè audaci, perchè, diremmo noi, spacconi, fuggono a lui, calmo e sicuro, davanti e fanno groppo di sè “Al passo„ egli passa Stige “con le piante asciutte„. Egli è, a questi segni, il veramente forte.

E qui la riprova ch'egli è del limbo. Ecco. L'offende l'aer grasso. Mena innanzi spesso l'una mano. Parea stanco solo di quell'angoscia. Ebbene? Ricordiamo: quelli del limbo sono “sol di tanto offesi„ che desiderano l'alto sole senza sperarlo,[500] e sono in luogo tristo “di tenebre solo„.[501] Dell'angoscie infernali essi non conoscono che l'aer grasso.

È del limbo dunque. Or chi può essere tra gli spiriti magni del limbo questo supremamente forte? questo di cui Dante dice:[502]

Ben m'accorsi ch'egli era del ciel messo?

questo per cui Dante si volge al maestro, per dirgli alcunchè?