—T'annega, a me che rileva? Ora, disse Marco, se il giro mi scappa, mi scappi il naso.

—È un demonio il Marchino.

—Diecinove e sei…. la partita è mia.

Marco strillò di gioja; gittarono le aste sul bigliardo e arrabattandosi alla disperata, uscirono in frotta dalla bottega per correre al festino, dove Bernardone, il caporione, doveva presentarli come amici suoi. A Damiano nessuno poneva mente: parecchi lo conoscevano, gli altri non avrebbero osato domandar chi fosse, comechè venisse sotto la scorta di Bernardone. Egli però avrebbe date le poche lire che aveva nel borsello, per esser fuori del crocchio insolente e trovarsi fra sua madre e sua sorella.

Non discosta era la casa a cui n'andavano; situata in un chiassuolo, guardava altre uggiose abitazioni, addossate fra loro, nelle quali non entrava mai sole nè luna. Quel viottolo fangoso era a mala pena rischiarato dal barlume di due lampioni appiccati sopra di due porte: l'uno portava scritto a lettere majuscole di vario colore: GRANDIOSO PRESEPIO CON FIGURE e il resto; l'altro, collocato appunto all'entrata della casa a cui la comitiva incamminavasi, da un lato mostrava dipinta una mano nera coll'indice teso, e, di faccia, quell'insegna tutta milanese: ANTICA FABBRICA DI TORTELLI.

Per l'andito bujo della porta, pigliarono a manca una scala erta e sdrucciolevole per fango, e saliti rasente la muraglia grommata di muffa, si fermarono sul pianerottolo del secondo piano; dove un lumicino tremolante in un vetro a foggia di cipolla, e una porta mezzo aperta, e il romorìo del di dentro, indicavano abbastanza che là era la festa.

Già lo strepito del salire e il dar sulla voce degli urtati, e qualche bestemmia di chi sentivasi camminar sulle calcagna, li avevano annunziati. Parecchi corsero a rincontrarli sul pianerottolo o nella stanza che serviva a un tempo d'antisala, di deposito de' pastrani e degli ombrelli, di credenza e pasticceria del festino. Si vedeva in fatto dall'un canto, una tavolaccia, dietro la quale una vecchia comare stava spremendo il sugo d'una diecina di limoni in un gran secchio d'acqua, la riversava in sette tazze già pronte a rinfresco sulla sottocoppa di latta arruginita; sul parapetto della finestra erano parecchie dozzine di piattelli e buon numero di bottiglie di varia statura, fra cui primeggiavano due di que' panciuti boccioni vestiti di paglia detti damigiane, e accatastati pani e panetti d'ogni cotta e figura. Dall'altro canto, sopra un fornello cuocevano a lento fuoco in due capaci casseruole certi capponi, che già col profumo davan solletico all'appetito. In fondo, dietro un logoro paravento, si poteva indovinare un letto, confinato là in quella sera di trambusto. La comare, ch'era la stessa padrona di casa, la più famosa rigattiera del contorno, andava e veniva dal tavolo al fornello e da quella nell'altra stanza, tenendo l'occhio a ogni cosa, ascoltando questo e quello, rimestando cesti, piatti e posate di peltro, gridando, ridendo, maledicendo, ove fosse bisogno, per farsi udire.

Nella stanza appresso, era la sala del ballo, stavano raccolte da quindici a venti fanciulle, gaje, piacevoli tutte, e alcune belle, di quella bellezza che si rivela nelle aperte fisonomie, nella freschezza dell'età, nella sincerità del sorriso; veri bottoni di rosa di un semplice mazzo di fiori. Erano quasi tutte a un modo abbigliate, che parevan sorelle: uno schietto vestitino di percallo o bianco o rosso, il loro più bel vestitino d'estate; un galano di nastro verde o azzurro alla cintura, un collaretto ricamato dalle loro mani, sottili guanti di cotone lisci, lucidi i capegli spartiti sulla fronte; e poi quelle sembianze così giovanili, così liete, supplivano a tutto ciò che mancasse; e, più di ogni altra cosa, quegli occhi eloquenti e sfavillanti d'una gioja quanto più di rado gustata, tanto più viva e vera. Era il fior delle crestaje, sartorelle e cucitrici del vicinato, venute colla madre, colla zia, colla nonna al festino del mercoledì grasso in casa della signora Emerenziana, la vecchia rigattiera.

La signora Emerenziana, o piuttosto la madre Pelagia, per chiamarla col nome significativo che le davano gli scolari e tutti del vicinato, era una di quelle femmine che per malizia ponno stare a destra del diavolo, e beccano per buono tutto quel che viene. Avendo molte conoscenze nel quartiere, sapendo per il suo mestiero i fatti di mezza la città, e facendo, oltre a questo, un poco la pegnataria, per amor de' giovani dalla scarsella leggiera, era riuscita senza molta difficoltà a compor quella festicciuola, in cui voleva che i suoi conoscenti seppellissero nell'allegria il carnevalone. Due scolari, amici del buon umore e delle belle fanciulle, vennero in deputazione di tutta la comitiva alla madre Pelagia; e messogli in mano un centinajo di lire ragranellate fra loro, le lasciarono la briga di tutto ordinar per la festa. Ella se ne era pigliato il carico; e per la sera stabilita promise sala da ballo, suonatori, ballerine, rinfreschi, cena e tutto. Da tre dì non era stata un minuto con le mani alla cintola; mise sossopra le vicine comari dello stesso piano, a far trasportar mobili e roba, per porre in libertà le due camere del suo appartamento, smorbarne il vecchio pavimento di mattonelle, e tor via da' travicelli del salotto i ragnateli, che da un anno vi avevan fatto cortina e padiglione. Le seggiole mancanti al salotto le pigliò a prestanza dalle conoscenti, due o tre dall'una, cinque o sei dall'altra, poco importando poi se fossero lucide o rozze, nane o zoppe; il restante occorrevole trovollo, rimuginando qua e là le sconficcate masserizie che da mesi e anni ammuffivano nel magazzino terreno. In quella mattina però, volendo, come diceva, far le cose con onore, corse fuori all'angolo della via di San Martino, e chiamò in casa uno degli imbiancatori che colà stanno in aspettativa affinchè desse di bianco, o, per dir com'essa, di color perlino alle pareti della sala: a' palchetti superiori delle due finestre fece appiccare certi lembi di vecchia tappezzeria damascata, cadenti in ricca e bizzarra mostra, una a rabeschi verdi, l'altra a liste gialle e rosse. Due ritratti patrizj del secolo passato (dio sa di chi) e due altri quadri screpolati e neri, stanati fuori dalla sua bottega, sull'uno de' quali spiccavano appena le punte della corona e la barba grigia d'un re David, sull'altro le spalle ignude d'una Maddalena penitente, adornavano nelle sconnesse cornici ancora mezzo dorate le pareti della sala. Tutto all'ingiro poi, poco sotto della soffitta, pendeva a festoni una lunga e polverosa ghirlanda di fiori e frastagli di carta; cosicchè, al dir della vecchia, somigliava quella stanza un giardino incantato, una primavera. E codesto giardino lo rischiarava una lampada di latta, a tre becchi, che attaccata ad un arpione della trave maestra della soffitta spandeva intorno un lume rossiccio e guizzante, imbalsamando l'aria col profumo dell'olio riarso. In fine, in un angolo del salotto, traballava sulle gambe sottili un'antica spinetta, su cui erano posati gli stromenti degli altri suonatori, un clarinetto, una chitarra e un corno da caccia. E di tutti e sì varii apparecchi del festino e della cena, di tutte queste baldorie dovevano far la spesa le cento lire raccolte dagli allegri scolari; sulle quali la comare Pelagia contava anche far qualche avanzo, che sarebbe stato il suo onesto guadagno; un bel napoleone d'oro almeno.

Capitolo Decimo