E qui gli sfuggì dal labbro un superbo riso, al quale rispose l'Omobono con quel ghigno che aveva non so che di diabolico.
Giunti sull'ultimo ripiano, s'incamminarono per il ballatojo, nè ancora si trovavan dinanzi all'umile porta che Rocco lento e cauto li aveva raggiunti al sommo della scala: ma non ardì fare un passo di più; vide il vecchio signore raddrizzarsi con sussiego, rincalzarsi nella trincea della bianca cravatta, e arrovesciando sovra una spalla la pelliccia del pastrano, porre in mostra ciondoli e catenelle pendenti dall'occhiello dell'abito; poi, messo fuori un soffio di dignità sul pome di lapislazzuli che sormontava la sua canna d'India, entrare nella povera stanza. Il signor Omobono che lo aveva accompagnato fin là, si trasse di nuovo il cappello e, fattogli un'inchino, tornò indietro; cosicchè Rocco, per non esser veduto, bastò appena tempo d'acquattarsi in un angolo, dietro il parapetto della scala sullo stesso ripiano.
Quando si vide solo, Rocco balzò ratto in piedi; e sulla sua faccia di terreo colore, sulla fronte volgare dell'uomo che tutti chiamavano il povero matto, fu vista lampeggiare un'ira così grande e fiera, mista insieme di disprezzo e di dolore, che in quel momento non parve più lui. Non disse parola; ma, serrando i denti, levò in atto di maledizione la larga e callosa mano verso la porta per la quale era entrato l'uomo potente, guardò il cielo; poi discese rapidamente le scale.
Colla testa in fuoco, col cuore tremante al pensiero del pericolo che forse in quel punto correva il suo bell'angiolo, Rocco, ringraziando il cielo dell'inspirazione che gli aveva mandato, mulinava fra sè che cosa potesse fare. Non poteva vedere nessuna onesta ragione perchè il vecchio signore dovesse tornar così presto in quella casa; l'idea che vi fosse stato condotto dal signor Omobono, da tal uomo ch'egli stesso non poteva mai incontrare senza provare un ribollìo nel sangue, quest'idea fissa, prepotente lo atterriva; imaginava d'altronde che Damiano, per certo, era allo scuro di quel che avveniva; onde gli si parava dinanzi sempre più grande la necessità di trovar subito le fila di quella trama, o di troncare almeno per il momento, con un pretesto qualunque, quell'intrigo misterioso.
Capitolo Ventesimosecondo
Correre in traccia di Damiano, no: chi sa dove e quando gli sarebbe riuscito di ritrovarlo; quel bravo signor Lorenzo sarebbe stato l'uomo a proposito, ma egli lo conosceva appena, n'aveva soggezione, anzi paura, nè avrebbe saputo come dirgli la cosa. In questo turbamento di pensieri, che tutti gli si affacciarono in un punto nello scendere le scale, Rocco tornò in istrada, e vista la carrozza signorile ferma ad aspettare, e il grasso cocchiere, che sceso di cassetta, dondolavasi sulla persona a mezzo del marciapiede, mosse difilato a lui, con titubanza e facendo lo gnorri.
—Signor cocchiere? gli disse, cavandosi la berretta d'incerato, e sforzandosi di sorridere.
—Che cosa c'è? rispose, sguardandolo in cagnesco, il gallonato
Automedonte.
—Nulla…. ecco…. perchè, vede qui—e si trasse di saccoccia una carta in forma di lettera, ch'egli stesso in fretta aveva ripiegata.
—Che cosa? dite su.