L'indomani un po' dopo l'alba, don Apollinare stava sotto il portichetto della chiesa, con parecchie divote che avevano udito la messa; lo speziale apriva la bottega, e uscito a vedere che tempo facesse, si mescolava al crocchio: un uomo attempatetto, che era il cerusico, montato su d'un cavalluccio per avviarsi a visitare i malati, si fermava a barattar con essi qualche parola, sul fatto della sera innanzi: parevano l'ultima nuvola d'un temporale notturno, risolto da un vento benefico, in un mattino quieto.
Marta, che manco per mezzo mondo, non avrebbe lasciata nella propria vita la lacuna d'una messa perduta, perchè le sarebbe parso di non si poter più fidare tranquilla all'eternità; aveva penato a non trattenersi a dire anch'essa la sua; ma si era fatta forza, e discendeva di castello frettolosa, per giungere a tempo, se la padrona e don Marco levandosi, bisognassero di nulla. E camminando le pareva di aver sognato, su quello che le era stato detto dalla signora, che Tecla, da quel giorno in poi in cambio di andare a pascere il branco, e a spigolare dietro i mietitori, sarebbe rimasta in casa come una figliuola. Il villano che per pietà prese la serpe a scaldarsela in seno; al sentire di Marta non se n'era di certo pentito, come la si sarebbe di poi la signora, inconscia del capriccio annestatosi in capo alla figlia di Rocco. Eppure non poteva avvisarla, non poteva dirle che badasse bene. Perchè don Marco l'aveva consigliata a tacere quel suo sospetto: e per essa contradire un prete, se proprio non v'era tirata pei capelli, valeva quanto usare scortesia ad un angelo del cielo, se l'avesse incontrato per la via, come ai tempi d'Abramo.
Giunta a casa, trovò che la padrona, don Marco e Tecla, facevano colazione, sebbene non fosse peranco l'ora; e vedendo che la fanciulla, servito il latte, ed affettato il pane, sedeva a mensa con essi, assai bene composta; capì con dolore, di non essere necessaria là dentro; ingelosì, corse in cucina, e forse pianse. Tecla s'era accorta dell'animo di lei, e dalla confusione manco non aveva osato levare gli occhi a guardarla. La signora e il prete non badarono ad esse; occupati l'una a pregar l'altro di rimanere, mentre questi si schermiva, e persisteva nel voler partire; e alla fine s'accommiatava che poteva essere un'ora di sole. Passando dinanzi alla casuccia di Rocco, vide costui che dava dentro nel pestello, a fare un savoretto d'aglio da spalmarne la polenta; e capì che il pover'uomo, mezzo scornato la sera innanzi, stava sulla porta a pestare, perchè le donne del vicinato lo vedessero, e fossero persuase che in casa sua v'era tutt'altro che guai, che anzi vi si scialava a mangiare. Lo salutò, senza potersi tenere dal sorridere di quella semplicità; e Rocco e la sua moglie riconoscenti, per poco non gli chiesero la benedizione, come ad un monsignore.
Indi a poco Anselmo, fatto chiamare dalla signora Maddalena, giungeva a cavallo in sul piazzale. Questa afflitta per l'addio di don Marco, gli diede la lettera di lui da portare in Alba, al gastaldo della marchesa di G…; coll'incarico di dire a costui, che la mandasse in gran diligenza alla sua padrona in Torino. Anselmo avute le raccomandazioni e alcune monete, levò il trotto allegro come il sole di maggio; e poi che fu sparito, la signora, Tecla e Marta si ritirarono in casa, ognuna pensando a Giuliano secondo il proprio cuore; meste come se quella solitudine in cui rimanevano, non avesse dovuto mai più finire.
E Giuliano? Avveniva di lui come di tanti, che mentre a casa loro si sta dì e notte in pena per essi; cercano lontano gli spassi e la lieta vita, badando a fare i magnifici della roba sparagnata dai parenti?
Se fosse stato a D…., sotto gli occhi di sua madre, non avrebbe potuto essere più raccolto, nè più severo di vita; e dal dì del suo ritorno a Torino, che facevano appena due mesi, s'era così mutato, da mostrare qualche anno di più. Seguiva di lui, come di certe fanciulle, che dall'oggi al domani ti capitano innanzi indonnite: e pareva un uomo, che già avesse trovato il suo da fare nella vita. Non era malinconico, sì che altri se ne accorgesse, ma schivava ogni spasso; taciturno e solitario, invece d'uno scuolare, che non vedeva l'ora di potersene tornare medico alle sue montagne; lo si avrebbe creduto uno dei tanti fuorusciti francesi, che di quei giorni, andavano randagi coi segni in viso di lutti domestici, o di sconfitte toccate alla loro parte. Faceva le sue passeggiate per le vie più deserte della città; desinava or qua, or là nelle osterie più basse, per ascoltarvi i discorsi dei popolani, i quali già osavano sussurrarsi qualche parola, e mostrarsi vogliosi di vedere i mutamenti del mondo: e il meglio delle sue giornate, studiava nella camera, che aveva presa a pigione sui lembi della città, dalla banda della fortezza; luoghi memori dell'eroismo di Micca, di cui non so se i discendenti rosicchiassero sin d'allora il tozzo di pane, dato dai re di Sardegna alla schiatta del prode. Di certo gli accadde più d'una volta, di meditare sul gran gesto del popolano Canavese, e di vederne l'ombra passare nelle tenebre, colla face in mano, e coll'anima immortale tutta negli occhi. E pensando ai Francesi combattuti da lui, e a quelli che adesso si affacciavano all'Alpi; gli parve che a mutare l'ire dei popoli in fratellanze durature, non mancasse che un po' più di luce nelle menti delle moltitudini.
Il mattino e la sera, soleva salire sulla terrazza della casa; e di lassù pasceva l'animo contemplando la natura, maestra sovrana di chi sa capirne i divini linguaggi. E talora sprofondava lo sguardo nelle valli delle Alpi, velate dall'azzurro vaporoso delle lontananze; e colla fantasia trovava in seno ad esse, i villaggi, sorgenti in mezzo al verde dei prati irrigui, o fra macchie di pini. Sulle case vedeva levarsi i campanili delle chiese; e all'ombra di queste, serene figure di vecchi parrochi, sedere fra i borghigiani, poveri e degni di riverenza. Ma la memoria di don Apollinare, subito gli guastava nella testa la dolce visione. «Illusioni, illusioni!—diceva—tali quali si fanno, i preti sono tutti d'una maniera; noi ce li figuriamo sacerdoti, e in cambio non sono che uomini, i quali più o meno fanno un mestiere.» Spingeva allora quello sguardo dalle valli basse alle altissime vette; e si pregava d'essere un pastore, d'avere lassù sua madre e Bianca, per vivervi con esse d'amore, di meditazione e di libertà. Poi si volgeva dalla parte di mezzodì, cercando nell'orizzonte gli Apennini nativi, sebbene sapesse di non li poter scoprire; e colla guancia raccolta in una mano rimaneva in quell'atto sin che facesse notte, e la città e i colli che soggiogano il Po, cominciassero a brillare d'innumerevoli lumi. Fantasticava su questi, quali rischiarassero le quiete cene delle famiglie; quali il piacere, lo studio, il dolore, e quali la morte. Allora lo coglieva un'onda di pensieri lugubri; e se qualche rintocco di campana gli veniva di lungi nell'orecchio, provava di quello un'amarezza soave, e pensava alla religione della sua giovinezza come ad un bel sogno, che non gli era dato rifare. Altrettanto gli accadeva, passando la sera dinnanzi a questa o a quella chiesa. I suoni dell'organo gli avevano molte volte rotto il passo, e si era fermato. L'ombra che piena di misteriosi inviti, avvolgeva i divoti; la luce tremolante che diffusa dall'altare si frangeva nel fumo degli incensi; la voglia dei ricordi infantili serbati nel cuore; tutto gli faceva forza. Ma ecco il ricordo delle sue vacanze di Pasqua; ecco l'immagine di don Apollinare affacciarsi di nuovo alla sua mente; ecco quelle di tutti i preti a lui noti; e sola tra tante la umile, mesta, quasi rifiutata figura di don Marco, che gli paresse spirare qualcosa della religiosità predicata dal clero. Allora egli tirava oltre, pensando se mai fosse venuto sulla terra un sacerdozio veramente cristiano; e finiva ricoverandosi nello spedale, cercando il letto dell'infermo che fosse più giù della vita; e medico a un tempo e consolatore, vi stava la notte intera. E se su quel letto discendeva la morte, le parole «parti o anima cristiana….» suonavano all'orecchio del moribondo sentite, piene, feconde; gli infermieri piangevano, e loro pareva di non averle mai udite, nel modo che quel giovane, selvatico e fantasioso, sapeva dirle. Egli credeva.
Quelle notti passate fuori di casa, avevano dato nell'occhio alla vecchia che li appigionava la camera; la quale aveva notato, come oltre a quelle, si ritirasse anche ogni altra assai al tardi. Accostumata con giovani pigionali, che i più non si davano pensiero, se non di far buon tempo; pensava che qualche intrigo di basso amore, lo tenesse fuori fino a quelle ore insolite; ed era stata più volte a un pelo di lagnarsi con lui, che non l'aveva posta di mezzo in tali faccende. Se egli avesse indovinati i contacci, che colei faceva sui fatti suoi; ne avrebbe preso sdegno, come fanciulla dabbene cui venga usata villania disonesta; e messo in fascio roba, libri, ogni cosa, sarebbe tornato di casa altrove. Ma in tutto il tempo che era stato là dentro, non aveva barattato con essa quattro parole; non le aveva mai dato appicco di dire più che il buon giorno, o la buona notte; augurio sibilato tra i denti lerci da quella arpia, mentre gli porgeva la lucerna, che egli pigliava camminando difilato in camera, senza badarle. Così ignorava di che tempera essa fosse, e come non avesse saputo porre gli occhi sopra di lui, giovane e bello, senza bruttarlo coi suoi pensieri. Quella era una donna, che guardando il cielo stellato; non vi avrebbe visto più di quello che vi vedono le giovenche e gli altri animali: e Giuliano, casto come i veri forti, e pieno di amore per fanciulla lontana, cui si avvicinava col pensiero, ora per vie ridenti di fiori d'ogni generazione; ora per altre meste come quelle dei cimiteri; non meritava d'essere giudicato da lei. Ma questo era il minor male che gli potesse incontrare; perchè, guai a lui, se essa avesse avuto naso più fino! Persona da saper fare d'ogni lana un peso, sarebbe andata ad accusarlo al bargello; e una bella notte avrebbe fatto lume ai birri, venuti a levarlo di quella cameretta; che allora valeva quanto essere spacciato. Egli s'era scritto ad una di quelle compagnie d'uomini amatori di cose nuove; e usava trovarsi con essi ai notturni convegni. Quelle compagnie erano già numerose, e da quartiere a quartiere, da città a città, si cercavano, si davano l'intesa, si adunavano di segreto, crescevano ogni giorno di speranza e d'ardire. In quelle fratellanze misteriose, egli si vedeva accolto di gran cuore, come giovane di alti pensieri, d'animo pronto e devoto; stimato dai compagni di studio come uno dei loro capi. E della scolaresca, i buoni s'ingegnavano di somigliargli; i chiassosi, diluviatori, sfaccendati, n'avevano soggezione; e nelle ore pentite pensavano a lui, invidiandogli quella sua bella natura. La parola di Giuliano suonava in quei convegni, ricca di immagini come sogliono averla i marinai ed i montanari; si capiva che tutto quello che egli diceva lo credeva, e sarebbe morto per confermarlo, se fosse bisognato.
A lui si leggeva in viso qualche segno, come di una potenza che dall'infuori gli governasse l'animo; ed era un occhio dolce di donna, che egli si vedeva dinanzi, intento, amico, ispiratore. Quell'occhio lo accompagnava per tutto, sotto quella vista cresceva nell'arte sua; s'afforzava nei pensieri di ribellioni generose; s'avezzava sobrio ed austero; studiava, sperava ed amava: la scienza, la rivoluzione, sua madre e Bianca, erano i suoi amori. Di questa, in tutto il tempo che mancava da D…., non aveva avuto nè chieste novelle; non volendo risicare la ricca illusione, per sapere cose che, delle due l'una, o erano conformi a quella, o tali da struggerla tutta. Pure gli incontrava sovente di non si poter levare dal cuore una mestizia, che gli recava in malaugurio ogni cosa. Il parentado con Bianca gli pareva stornato da lunga pezza; immaginava che l'Alemanno l'avesse sposata in quei mesi, o fosse lì per isposarla; voci misteriose lo ammonivano dal fondo del cuore; di pensiero in pensiero, di dubbio in dubbio, andava tant'oltre che vedeva il corteo nuziale, l'altare, il frate, i due felici sorridentisi alla balaustrata della chiesa di C…. là dove fin dai primi anni che aveva vista Bianca, egli s'era messo a sognare d'inginocchiarsi con essa, a darle l'anello.
Se ne sentiva al cuore un dolor di morte; ma subito il dolersi, il piangere, gli parevano uno sfogo dei dappochi, e gli balenava l'idea del ritorno improvviso. Tornare, sì, a casa; correre a C…, scendere dal signor Fedele, e sposa o no, portarsi via Bianca. Ma…. «se fosse già di quell'altro» gli chiedevano quelle voci misteriose; «se la fortuna ti pigliasse a gabbo, così che tu capitassi laggiù proprio a vederli in chiesa, a udirli dire di sì…» Allora gli si levava dentro un fiotto d'ira, e sin che non gli suonassero nella memoria le promesse di Bianca, portategli da sua madre quando era stata a C… in quelle vacanze di Pasqua, meditava cose lugubri. Tornata la calma, ripigliava lena a studiare; affrettava coi voti il giorno in cui sarebbe partito da Torino colla sua pergamena da dottore in saccoccia; gli bisognavano poco più che due mesi, e poi il signor Fedele e il suo Alemanno l'avrebbero visto.