«Vorrei parlare da solo a sola colla zia:» pregò l'Alemanno.

«Allora passiamo da lei, che è sull'altana con Margherita, a pigliare le infreddature:» disse il signor Fedele un po' insospettito; e accompagnò il genero attraverso l'andito che metteva in sull'altana. Là, chiamata Margherita, le fece salutare il cognato rispettosamente. Poi lasciò che questi se n'andasse da sè dov'era la zia Maria, e deposta la lucerna in un lato dell'andito, se ne tornò in sala colla figliuola, tutta rimescolata di quel mistero.

Damigella Maria sedeva al suo posto usato, sotto la cupoletta dei luppoli, mesta per certo fruscio di foglie secche, che il vento le faceva sentire intorno. Quel fruscio le parlava dell'inverno; il quale, sebbene non fosse che mezzo settembre, già su quei monti s'annunziava vicino. Oh il tristo inverno che sarebbe stato quell'anno! Non potersi più sedere in quel posto, a udire la gente passare allegra pel vicolo; chiudersi in una stanza a canto al fuoco; udire l'ore scoccate con suono spento, dalla campana coperta di neve; vivere come sepolta viva, e non avere più Bianca! Pensava a queste cose, e già le pareva di patirle tutte; quando udito il passo dell'Alemanno, che veniva a lei, e la voce del cognato che chiamava Margherita, provò non seppe neanch'essa qual contentezza. Questa volta si sentiva il caso di dirgli tutto l'animo suo; egli capitava proprio in buon punto! Se non si risolveva a tenere la promessa, lasciando che Bianca tornasse a vivere vicina a lei; se non la rimenava a C…, se non veniva a starvi anch'egli per sempre, poveretto lui!

Egli le si fermò dinanzi, e alla poca luce che la coglieva traverso le foglie della cupoletta, vedendola starsi col viso sporto, come per chiedergli che volesse, cominciò a dire rispettoso:

«Signora zia…, se qui niuno ci può ascoltare, io vorrei dirle una cosa….

«Parli,—rispose subito commossa damigella Maria, esperta a conoscere ogni più secreto moto dell'animo altrui, solo a udirne la parola:—niuno qui può ascoltarla, parli, comandi….» E così dicendo, cercava colla sua la mano di lui.

Tanta cortesia della cieca, riusciva nuova e dolcissima all'Alemanno; perchè dal giorno in cui essa s'era chiarita, che egli ospite ed infermo nella palazzina, coll'aiuto del padre Anacleto, aveva vinto l'animo di Bianca, e stabilito il parentado; più che parole aspre non s'era inteso mai dire. Ora forse la donna mite, indovinava nell'accento di lui, più assai dolore che ei non volesse mostrare: e in cambio di sorgere superba e rimprocciosa, vedendo avverati i suoi tristi presagi; s'addolcì tutta e provò per lo sposo di Bianca, misto a compassione, il primo senso d'affetto.

Egli sedè, vinto dai modi di lei, che gli tornava in quel momento cara, quanto gli era parsa uggiosa e molesta altra volta; e parlando più basso che potè, le disse:

«Io comincio col chiederle perdono d'averle tolta la sua nipote, e so quanta consolazione fosse per lei l'averla vicina. Mi accordi questo perdono, chè se no non oserei più parlare, svergognato d'una colpa, che forse è la più nera della mia vita….

«Che dice mai?—interruppe la cieca—che dice mai, colpa! Ella ha cercato la felicità, e al mondo ve n'è così poca, che per averne noi dobbiamo toglierne agli altri. Mi spiacque che Bianca abbia sposato uno non dei nostri luoghi, sì…! ma poi…, più di lei ci ha colpa il Padre Anacleto…. che gli ha ingannati ambedue!